L’UNICO MOSTRO CHE MANCA SEI TU!COSTRUIRE IL POSSIBILE, COSTRUIRE LA MERAVIGLIA

8185598981_befa3613d2ROBERTO EVANGELISTA

I mostri sono in mezzo a noi, e la vera mostruosità è quella che spesso rifiutiamo di vedere. D’altra parte, un personaggio popolare come Dylan Dog, talmente popolare che Umberto Eco diceva di poterlo leggere per giorni e giorni senza annoiarsi, ha sdoganato tra generazioni di lettori l’idea che il mostro vero si nasconde nella quotidianità. La nostra società sarebbe una vera e propria fabbrica di mostri: a partire dalla burocrazia, dall’ipocrisia della politica, fino alla fame di profitto. In effetti, come non immaginare che dietro tanti “capitani di industria” si nascondano vampiri assetati di sangue? O ancora, quante volte abbiamo paragonato la noia del quotidiano a una condizione di sospensione tra la vita e la morte?

Tuttavia, più spesso, si tende ad attribuire la caratteristica della mostruosità utilizzando stereotipi comunemente accettati. Il risultato è che proprio quelli che vengono classificati come mostri, sono per lo più vittime di un pregiudizio che ce li rappresenta come tali.

Abituati a inserire la realtà dentro caselle precise delle quali non sempre possiamo ricostruirne la genealogia, perché frutto di lontane eredità, abbiamo bisogno di una casella anche per i mostri. Tutto quello che sfugge a una certa categoria di normalità, però, finisce col “comportarsi” come ogni altro oggetto: attende, cioè, di essere inserito in un quadro di giudizio preciso. Così, una generica categorizzazione ci può venire in aiuto, suggerendoci che “mostro” è ciò che scarta da una regola.

Giambattista Vico nella sua Scienza nuova smaschera a suo modo il meccanismo che crea il mostro. Vico è considerato il filosofo della metafora, dei diversiloquia, l’autore insomma che ricerca la verità proprio nelle favole e nella mitologia, ovvero nei racconti “meravigliosi”. C’è però un passaggio particolarmente significativo nel quale Vico ricostruisce la nascita dell’idea di mostro in un momento storico particolare, ovvero nel divieto dei matrimoni tra patrizi e plebei. Questo esempio, che viene ricondotto alla storia romana, si ritrova in forma diversa in tutti quei popoli che per qualche motivo di ordine sociale non permettevano il riconoscimento dei figli di coppie formate da genitori di ceti e di caste diverse. I figli che nascevano da “coppie miste” erano dunque senza cognome, ovvero senza diritto di vedersi riconosciuta la loro nascita, e si trovavano a popolare un’idea di mostruosità  per il solo fatto di non poter rientrare in una regola riconosciuta e condivisa. Certo, nella costruzione di questa idea, un ruolo importante giocava una superstizione condivisa, che attribuiva caratteristiche mostruose a una realtà che non si conosceva o non si poteva accettare. D’altra parte, senza andare così indietro, anche Levi-Strauss nelle Strutture elementari della parentela, ricorda che l’idea della mostruosità dei figli nati da matrimoni tra familiari, non ha a che fare con l’osservazione di dati di fatto naturali, ma piuttosto con la forte condivisione del tabù dell’incesto. 

Per sintetizzare, insomma, possiamo dire che nonostante le sembianze umane, i prodotti di questi matrimoni venivano immaginati come creature mostruose, e questo accadeva con tanto vigore che le persone finivano per crederci.

Oggi probabilmente molti aspetti di questi discorsi appaiono superato, tuttavia, anche se abbiamo accettato la fine di un sistema basato sulle caste chiuse (o almeno ne abbiamo accettato l’innaturalità), riponiamo ancora troppa fiducia nel nostro “senso della normalità”. In virtù di questo senso comune siamo ancora disposti a decidere della mostruosità di qualcuno o di qualcosa.

Ma la domanda è: i mostri esistono davvero? Io credo di sì, bisogna però intendersi su quali sono i criteri per definirli.

Abbiamo nominato uno dei personaggi più popolari del fumetto (non solo) italiano. Bene, esistevano moltissimi gadget legati all’universo di Dylan Dog. Uno di questi era un adesivo, che ritraeva l’indagatore dell’incubo alla testa di un esercito di mostri ben codificati, non dal giudizio, ma dall’immaginazione e dalla letteratura: zombie, mummie, vampiri, orchi, fate e uomini meccanici. La frase posta sotto l’immagine diceva: “salta su, l’unico mostro che manca sei tu!”. Quello che poteva sembrare minaccioso, finiva con l’accogliere con la simpatia di un invito ad abbandonare il contesto di sicurezza nel quale la promessa di stabilità diventava fonte primaria di tutte le nostre paure.

D’altra parte, la necessità dello Stato, soprattutto nella prima modernità, si basava proprio sulla necessità della pace e della sicurezza. Hobbes e Spinoza, ciascuno da due punti di vista diversi, attribuivano alla comunità politica proprio il compito di garantire la sicurezza, contro l’ondeggiare imprevedibile e paralizzante della speranza e della paura. Ma è proprio in un contesto di protezione che nascono le nostre ansie, e soprattutto la paura di veder crollare le pareti sicure che ci siamo costruiti, di trovarci esposti a ciò che ci è del tutto estraneo. Così, rassicurati da etichette precise, ci illudiamo di poter escludere ciò che è mostruoso e di accomodarci in ciò che è il nostro orizzonte domestico. Che questo ci aiuti a condurre una vita aperta ai nostri simili è fuor di dubbio, ma solo fino a che questa vita non ci esponga alle esperienze perturbanti della mostruosità. Ci troviamo sempre nella condizione di tracciare un confine, oltre il quale immaginiamo la ingens sylva della barbarie che rinunciamo a conoscere. Solo un piccolo spazio della nostra fantasia è aperto alla possibilità che quel mondo “esterno” alle nostre immaginarie colonne d’Ercole sia esplorabile e – perché no – accogliente. Per farlo, però, dobbiamo accettare anche la nostra mostruosità, e provare ad accogliere l’invito di quell’adesivo.

Nel 1968 Franco Basaglia, allora direttore del manicomio di Gorizia, si trovò ad affrontare una situazione particolarmente difficile. Un paziente del manicomio, Alberto Miklus (usufruendo di un permesso per l’epoca inaudito), uccise la moglie durante una visita. Questo episodio viene raccontato nello sceneggiato dedicato a Basaglia. In particolare, viene mostrata la tensione della conferenza stampa e l’aggressione di giornalisti diffidenti verso un metodo che non poteva essere immediatamente compreso, e che si era esposto a un pesante fallimento. Il direttore del manicomio di Gorizia avrebbe gestito il caso nell’unico modo possibile: l’omicidio non era opera di un “matto”, ma di una persona che aveva avuto uno scatto d’ira, come potrebbe succedere a tutti. Naturalmente, la finzione si mescola con la realtà, ma il senso della risposta è indicativo, perché ci mette di fronte al fatto che, potenzialmente, tutti possiamo commettere un omicidio perché – per una concezione hobbesiana – abbiamo tutti tra le nostre facoltà la possibilità di utilizzare la forza bruta per risolvere una contesa di qualsiasi tipo. È vero che normalmente siamo capaci di controllarci, ma in fondo tante volte il nostro autocontrollo è piuttosto frutto della paura di una punizione, che del senso di rispetto della comunità o dell’empatia verso gli esseri umani. Questi freni non sono innati o naturali, sono frutto di un’elaborazione culturale da cui nasce la comprensione del rispetto di alcune regole.

Accettare che l’orrore e la mostruosità siano una possibilità della nostra natura, ci permette di ricondurre il mostro a un orizzonte di addomesticamento. Una valida alternativa, rispetto alla clausura dentro alte e profonde pareti. Ma facciamo un ultimo passo indietro.

Vico e Spinoza sono due autori molto distanti, ma hanno in comune più di qualcosa. Mi vorrei soffermare, prima di chiudere, sul fatto, in parte marginale, che entrambi utilizzino il termine conatus, sebbene in un senso completamente diverso.

Se per Spinoza il conato è lo sforzo di permanere nel proprio essere, dunque di seguire la necessità delle nostre inclinazioni naturali, per Vico il conato è lo sforzo di frenare i nostri istinti, o di assecondarli indirizzandoli però verso il bene comune. Si tratta di uno sforzo sovrannaturale (e in questo senso, mostruoso), che però prima di condividere una regola, punta a costruirla. È in questo modo che nasce un orizzonte di norme comuni che mutano nel tempo e che possono anche degenerare in un orizzonte sicuro, ma fondato su divieti, restrizioni e dunque paure. La mostruosità fa parte di noi, tanto che parte della nostra storia può essere letta come l’avvicendarsi dei tentativi di negarla, ma più la neghiamo più ne costruiamo caratteristiche precise, rendendo il mostro presente e reale. È per questo che la ricerca della regola, sia essa considerata come ineluttabile legge di natura, o come sforzo libero di frenare una parte dei nostri istinti naturali, non ci mette davvero al riparo dalla nostra mostruosità. La reprime, e questo può servire, ma non la cancella, anzi la rende presente.

L’utopia moderna (alla quale non tutti gli autori cedono allo stesso modo) di individuare una natura umana oggettiva, perché poggiata sulla legge naturale, emerge in tutta la sua fragilità. Da questo punto di vista, allora, la mostruosità verrebbe affermata proprio da un ristretto orizzonte che cerca di stabilire un orizzonte di normalità completamente artificiale. Eppure, vediamo che questa prospettiva ha di per sé un “rovescio della medaglia”. Presenta, cioè, un sentiero tortuoso e diverso, in qualche modo parallelo, che si sviluppa mentre faticosamente si costruiscono i binari diritti del cammino umano. La necessità spinoziana e la libertà di Vico, infatti, richiamano a vicenda la forte presenza della possibilità. Nella prima età moderna è già presente il tentativo di costruire artificialmente il mondo umano, ma questo tentativo non può non affrontare il tema del mostruoso, ovvero di ciò che umano non è, non solo perché non rientra nella regola o nella legge che si vuol costruire, ma semplicemente perché esiste come possibilità, nella nostra fantasia, o anche in una realtà che deve essere pensata come una realtà “aumentata”.

Infatti, sia una infinita necessità naturale, che la libertà di trovare e costruire regole coerenti con la conservazione del genere umano, ci portano direttamente a vedere il mondo e la sua storia come un continuo banco di prova della possibilità. Se l’uomo può liberamente creare le sue regole, ecco che quasi tutto diventa possibile. Allo stesso modo, se le combinazioni necessarie della natura sono infinite, tutto può accadere. Sta a noi scegliere, ed è l’abisso di questa scelta che si è voluto coprire, perché il mostro è lì e colpisce col favore delle tenebre. Ma se provassimo davvero a guardare lì dentro, e se volessimo incontrare almeno una parte delle infinite possibilità della natura o della nostra mente, scopriremmo che quel buio è solo l’insieme di tutti i colori, e la libertà di estrarli e la possibilità di comporli sono le maggiori ricchezze che abbiamo per costruire un futuro nel quale il mostruoso possa essere modellato fino a diventare qualcosa di nuovo e meraviglioso.

“Monster High repaint ver Poison ivy” by A.Raphael is licensed under CC BY-ND 2.0

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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