PATER MONSTER

173283817_4167446413275274_7606319588449671578_nPEE GEE DANIEL 

«Padre mostro, che assai ne hai peli

sia santifischiato il tuo addome

vanga il tuo ragno

sia matta la tua volontà

come al gelo così in serra

baci oggi il nostro pene che ti diamo

rimetti su noi mostri ebeti

come noi li rimettiamo sui mostri bevitori

non indurirci in tanta azione

ma liberaci il maiale.

Salàmen.»

Anche quella sera, come tutte le sere, i dipendenti del piccolo circo itinerante erano raccolti intorno al fuoco per recitare le orazioni della buonanotte. La pupilla orba della luna li fissava di lassù, circondata da uno sparpaglio di stelle che lampeggiavano nell’aria tersa come le tante gemme che trapuntano l’infinito mantello d’Iddio.

A essere precisi, quello lì radunato era il reparto “fenomeni”, ossia quegli artisti che, al contrario dei loro colleghi, non possedevano alcuna arte all’infuori delle anomalie di cui la natura li aveva equipaggiati.

Ora, i freak – si sa – sono gente ben strana, fuori dal comune, non paragonabile ai più dozzinali figli di questo mondo, che rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione umana. Eppure, nonostante questo, a ben guardare, pure loro, stringi stringi, rientrano in un numero tutto sommato ristretto di categorie, che si ripetono di circo in circo, di baraccone in baraccone, di Cottolengo in Cottolengo.

C’è il nano. Quello c’è sempre, uno almeno per ogni intrapresa, sono i più comuni tra tutti i freak, rasentano quasi la normalità. Sono socialmente accettati, alcuni di loro portavano addirittura una corona su quelle piccole testoline.

Poi c’è il gigante, che è già meno frequente. Non è detto lo si trovi sempre. Ce l’ha un circo ogni quattro diciamo, così, a spanne. Se il nanerottolo è facile da mantenere, il suo opposto necessita di un vestiario su misura e di pasti abbondanti, se non lo si vuole veder svenire nel bel mezzo dello spettacolo per mancanza di forze, atterrando di testa su uno spettatore in terza fila dritto come una sequoia abbattuta.

Ci sono i gemelli siamesi. Possono essere uniti per la testa, per il busto, avere in comune il paio di gambe. Anche un individuo perfettamente formato con un gemello parassita che gli penda da qualche parte del corpo rientra nella categoria.

C’è il ciccione, uomo o donna che sia. Quello è irrinunciabile. Perché rientri nelle scelte di un impresario circense, non può trattarsi di un semplice obeso. Qui stiamo parlando di montagne di lardo dalle 700 libre a salire. Di solito il bello sta nel vederlo o vederla mentre si ingozza di grassi saturi a manate, imbrattandosi in maniera indecorosa. Per incrementare l’effetto è consuetudine affiancare al cicciobomba di cui sopra l’Uomo Scheletro.

C’è il geek, che è un poveraccio senza particolari anormalità, affetto perlopiù da etilismo o lievi ritardi cognitivi, che qualcuno è riuscito a convincere a calarsi dentro una fossa di due metri per due scavata proprio davanti all’imboccatura del tendone a sgranocchiare animaletti vivi davanti all’ammaliata schifiltà del pubblico astante.

Ci sono i microcefali, di solito in coppia, con le loro teste a punta, i nasoni sgocciolanti, i menti sfuggenti, gli occhi piccoli come bottoni, gli incisivi in evidenza.

C’è il soggetto focomelico, con il torso perfettamente formato a cui sono attaccati due o più arti rimasti piccini come quelli di un treenne.

Per finire, l’ipertricotico. Il che può intendere una semplice Donna Barbuta o un essere completamente ricoperto di peli quanto un licantropo in regime di plenilunio, nei casi più fortunati.

Ogni tanto, è vero, ne spunta qualcheduno fuori quadra. Come per la cavalcatura di Maometto, non si sa dire se sia cavallo, mulo, somaro o qualche altra specie di bestia mai vista, tant’è impossibile inserirlo nel catalogo dei mostri standard.

Questo era il caso di Lan’z’lot, un ragazzino raccattato da qualche parte, nei paesi del sud, tra la calura, l’aria immota e nugoli di insetti succhiasangue, che si era fatto notare subito, a colpo d’occhio, mentre rimestava nel fieno a petto nudo e in salopette in denim, per quella faccia che sembrava uscita da un brutto frontale, ed era poi cresciuto come attrazione di medio interesse del freakshow con il pomposo nome d’arte di “Picasso vivente”, lasciando che l’implacabile mano del tempo deturpasse sempre peggio quei suoi tratti già in origine parecchio malmessi.

Il fulcro di quella disassata geometria facciale sembrava essere il naso, o perlomeno quel bitorzolo grosso, storto e verrucoso che aveva al centro della faccia, nei cui pressi si raccoglievano due occhi dal taglio ittico non allineati, una bocca dall’aspetto tumescente e asimmetrico piena di dentoni storti e cariati, una floscia massa di escrescenze a proseguire il naturale confine delle ganasce.

Eppure tutto questo non gli impediva di emanare una certa qual aura intorno a sé, impalpabile ma invadente.

Sin dagli albori, quando aveva abbandonato le usanze endogamiche della famiglia d’origine e il duro lavoro agricolo a favore del più rilassante ambiente dello spettacolo, per quanto nella sua versione più pidocchiosa e incomoda, gli altri freak sembravano averlo accolto bendisposti e ossequiosi, come raramente erano portati a fare dai loro caratteri per natura diffidenti. Non solo i mostri del circo, c’è da dire, avevano benevolmente accusato sin da principio la sua carismatica presenza.  

Era stato Lan’z’lot a insegnare loro il Pater Monster, che da allora salmodiavano tutte le sere, tutti insieme, come per ingraziarsi un dio alternativo a quel demiurgo maramaldo che li aveva voluti creare tanto storti, circa la cui esistenza il Picasso Vivente ( o “Facciabrutta”, com’era più facile che la gente lo apostrofasse) li rassicurava.

Blablava per ore di una esistenza migliore, di una terra promessa dove ogni stortura sarebbe stata raddrizzata, con una voce flautata che pareva impossibile potesse uscire da quel buco gommoso e guasto che recava sotto la canapia. Quando scioglieva lo scilinguagnolo, specie dopo una ricca dose di quell’acquavite distillata nella vasca da bagno del capo-circo, non c’era uno che non pendesse dalle sue gonfie labbra, addirittura Berto l’Uomo d’Acciaio, sembrava intenerirsi, come ne venisse forgiato al calor bianco, in quei momenti. Ma quelle che venivano apparivano maggiormente invischiate da quel suo timbro alla melassa erano la Donna Scimmia, la Donna Cannone, le Sorelle Congiunte, Luana la Nana.

Andava così anche per le femmine normodotate, che davano l’idea di arrivare a braccetto dei loro accompagnatori alla incofessa ricerca di quel deliquio in cui le faceva piombare l’orrido seduttore con certe sue parole alate, che verseggiava ispirato dall’alto di un palchetto.

C’era poi una particolarità nel suo numero: quando gli andava, per dare maggior risalto ed effetto scenico alla sua arte, a un certo punto tirava fuori una boccia di vetro, del tutto simile a quelle in cui nuotano i pesci o la protezione di un astronauta, e se la infilava in testa. Come per incanto, improvvisamente, la convessità del casco rimetteva tutti i suoi tratti al loro posto. In altre parole, per un gustoso effetto ottico, la faccia sacramentata del buon Lan’z’lot, grazie al gioco di distorsioni dato da quella superficie trasparente, appariva perfettamente regolare, anzi, persino piuttosto avvenente.

Forse anche per il forte contrasto tra prima e dopo l’uso della sfera, l’atto di calarsela in testa veniva salutato immancabilmente da un garrulo coro muliebre pieno di svenevolezza.

Si diceva che proprio grazie a quell’inganno avesse intrapreso quella fortunata carriera amatoria e generativa che avrebbe suscitato negli anni a venire sconcerto e scandalo.

Pare che la prima volta si fosse introdotto a una festa in maschera durante una tappa della tournée, sgattaiolando nottetempo fuori dal suo caravan.

Si era presentato in società travestito da marziano, con un vestito ricoperto di squame argentate sottratto all’Uomo Proiettile e la boccia di vetro ben sistemata sulla chiorba. Quelle sue fattezze distorte dal vetro bombato avevano subito calamitato le attenzioni di un noto soprano, vedova di fresco per colpa di un duello ingaggiato per difendere il di lei onore finito male, che se l’era portato via, a metà serata, presso i suoi alloggi, per sollazzarcisi con tutta calma e discrezione.

Lan’z’lot sembra ci sapesse fare non solo a parole. Quando trascinò il sottostante soprano al culmine del piacere, la donna eruppe in un acuto tanto stridulo ed elevato da frantumare il vetro della boccia in mille pezzettini. Ecco che dalla vitrea dissimulazione si sprigionò il vero volto di Lan’z’lot in tutto il suo orripilante oftalmico impatto. La cantante d’opera rabbrividì, lo allontanò dalle proprie burrose grazie, lo scacciò di casa con impeto melodrammatico. Era comunque troppo tardi. Il seme del malnato era già stato messo a dimora dentro il suo florido ventre.

Scoperta la gravidanza, la puerpera era preda di una forte agitazione, specie negli ultimi tempi, temendo che chissà quale ributtante omuncolo stesse parassitando i suoi succhi organici da là dentro, e invece… Allo scadere del nono mese, a sorpresa, diede alla luce un bambino paffuto e riccio come un putto rinascimentale, dai boccoli del colore dell’oro e dagli occhi colore del cielo. Quando rideva era come se un grappolo di campanellini sciogliesse i propri nastri.

Ulteriori ingravidamenti dolosi diedero vita a fratellastri egualmente mirabili in proporzioni, anatomia e graziosità. Si sparse la voce che la coglia di Lan’z’lot fosse satura di creature potenziali che non solo non risentivano dell’eredità taratologica paterna, ma che, per qualche strana ragione, mostravano una bellezza fuori dal comune.

Le signore cominciarono a fare la fila davanti al camerino viaggiante di Facciabrutta, pur di spremere dai suoi lombi una così inaspettata risorsa. Per un tanto lodevole risultato erano disposte a passare per ogni mezzo, vincendo un giustificato raccapriccio. E, in effetti, non si conosce figlio scaturito dal suo corpo grossolano che, per converso, non nascesse mirabile in ogni sua parte. Era uno strano fatto questo. Quasi che la natura burlona avesse scelto di nascondere un suo prezioso tesoro in un involucro così poco attraente, onde preservarlo meglio. Ma il segreto ormai era stato svelato.

Ovunque passasse il circo, Lan’z’lot lasciava figli. Centinaia di angelici pargoletti, un paio di generazioni almeno, che crescevano in sapienza, salute e grazia davanti agli uomini, come pure alle donne in età da marito – a seconda del genere di appartenenza – che facevano a gara per contenderseli e accaparrarseli e figliarci insieme a loro volta. Ed era allora che si presentava l’amaro colpo di scena: i nipoti di Lan’z’lot apparivano del tutto simili al nonno. La mostruosità si vede che, proprio come il genio, salta una generazione. Fu così che, a una leva di distanza, ci si accorse che il subdolo amante, attraverso l’abbindolante apparenza dei diretti discendenti, era riuscito a riempire borghi e città di bruttoni pari a lui. «Gente che dovrebbe estinguersi, invece si riproduce!» era come le levatrici maledivano quel continuo gettito di nuovi sgorbi.

Sembrava quasi di udire la crassa risata della riscossa uscirgli da quelle labbra a salsiccia, nascosto chissà dove, in qualche angolo periferico della vasta nazione, proseguendo a moltiplicare la propria mala razza in connubio con le ignare partner di una nottata.

Era forse questo il suo modo di ottemperare agli arcani precetti di quel nume anticonvenzionale che i suoi colleghi avevano appreso ad adorare ogni sera subito prima di andarsi a coricare nei loro giacigli di fortuna? Ripopolare la terra di una genia di fenomeni da baraccone?

«Padre mostro, che assai ne hai peli

sia santifischiato il tuo addome

vanga il tuo ragno

sia matta la tua volontà

come al gelo così in serra

baci oggi il nostro pene che ti diamo

rimetti su noi mostri ebeti

come noi li rimettiamo sui mostri bevitori

non indurirci in tanta azione

ma liberaci il maiale.

Salàmen.»

ENDOXA - BIMESTRALE LETTERATURA

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