FILOSOFIA CONSOLATORIA

consolazioneMATTIA ZANCANARO

Trovandomi a riflettere sul termine “armonia” e cercando di capire che cosa, in relazione alle vicende dell’attualità, esso mi faccia balzare immediatamente agli occhi, ne concludo, più o meno convintamente, che oggi, innanzi tutto e perlopiù, tra la popolazione occidentale l’armonia è più un qualcosa di cui si va senza successo alla ricerca che non un che di acquisito e diffuso. Si badi bene: non è mia intenzione impostare una critica all’Occidente e alla sua ‘società di mercato’ (quel tipo di società essenzialmente basato sulla libertà di impresa, sulla concorrenza e sull’assunto secondo cui il libero meccanismo di domanda e offerta che regola le acquisizioni di beni è da preferirsi a un’economia centralizzata e pianificata). Anzi, mi pare che larga parte delle persone alla disperata ricerca di armonia – termine che, da qui in avanti, sostituirò, impropriamente ma non a caso, con “consolazione” – siano le stesse che si dichiarano apertamente ostili nei riguardi della cultura diffusa in Occidente. Il bisogno di consolazione, in particolar modo tra la popolazione giovane e mediamente alfabetizzata, sembra risultare da una separazione che l’attuale società genera fra sé e i soggetti che la compongono, un po’ come quella che nei venticinque anni post-Kant i romantici e gli idealisti tedeschi dicevano di dover in qualche modo colmare.

Su quest’ultimo tema, almeno apparentemente lontano dall’argomento principale dell’articolo, è forse opportuno indugiare. La distinzione kantiana fra fenomeno (l’oggetto che il soggetto conosce facendolo passare attraverso i filtri dei suoi schemi conoscitivi) e la cosa in sé (l’oggetto come esso è in sé stesso, libero da quelle modificazioni che inevitabilmente subisce passando per filtro della coscienza umana, e perciò necessariamente dall’uomo, che può conoscere solo attraverso i suoi schemi, del tutto inconoscibile) finì ben presto per diventare una questione di natura sociale e politica, oltre che teoretica. I successori di Kant avvertivano che la separazione tra l’uomo e la vera essenza delle cose, che il maestro di Königsberg aveva teorizzato prima di tutto (anche se non solo) a livello di teoria della conoscenza, era in realtà ben diffusa anche fra gli uomini e la società del tempo. Tra l’impossibilità di conoscere le cose come esse sono essenzialmente e la sensazione di inospitalità che la società sette-ottocentesca ispirava a molti dei suoi membri, cioè, doveva esservi necessaria correlazione. Un mondo che risulta estraneo, nel suo strato più profondo, agli uomini che lo abitano, non può infatti che essere un mondo inospitale. Di qui una sistematica serie di tentativi, da parte dei principali pensatori tedeschi post-kantiani, di colmare quello spazio di inconoscibilità che separava l’uomo e il mondo, indicando la via per una società rinnovata, in cui nulla fosse più estraneo e in cui perciò sentirsi come a casa.

Terminato il breve excursus, e fatte, va da sé, le doverose proporzioni, mi viene da dire che, non troppo dissimilmente da quanto raccontato qui sopra a proposito dei venticinque anni del dopo Kant, il mondo occidentale di oggi e i modi di vita in esso vigenti generano in molti suoi membri una sensazione di insicurezza, di frenesia, di bisogno di qualcuno o qualcosa che riempia quei vuoti che, in conseguenza di una situazione avvertita come precaria, inevitabilmente si generano. Che la vita di molti – anche e soprattutto di età giovane, studenti o da poco ex studenti – sia emotivamente e lavorativamente precaria è semplice dato di fatto. Che i colpevoli diretti di questa precarietà siano l’Occidente democratico e la sua società di mercato, invece, mi pare ancora tutto da dimostrare; ma questo è discorso da demandare ad altro contesto. Quello che ci si può limitare a constatare qui è che questa crisi emotiva della gioventù mediamente istruita c’è; o meglio, che la crisi viene quantomeno avvertita.

Al netto di ciò, mi concentrerei qui non tanto su quelle che per me possono essere le concrete soluzioni a questo bisogno di consolazione, quanto sulle soluzioni che molti ritengono di aver trovato. Mi riferisco, nello specifico, alla grande quantità di individui che, per veder confermate le proprie caustiche (ma in realtà molto vaghe) opinioni sulla società in cui vivono, si rivolgono a una certa maniera di fare filosofia. Libri, articoli e post di ispirazione (deviatamente) filosofica proliferano e insegnano, con tono marcatamente moralistico, a masse disorientate – seppur discretamente istruite – che devono in qualsiasi caso accettare i propri difetti, che se le cose nella vita non funzionano (in qualsiasi àmbito) è sempre colpa di qualcosa di più grande di loro e lontano, e nondimeno e allo stesso tempo – in maniera non troppo velatamente contraddittoria – cercano di veicolare una visione del mondo secondo cui se si viene accusati di qualcosa ci si può sempre difendere accusando a propria volta l’accusatore (di discriminazione, di indelicatezza, di odio contro le minoranze…). La filosofia, cioè, da strumento di complessificazione e moltiplicazione delle questioni, sta diventando oggi un ninnolo riempitivo e consolatorio con l’unico obiettivo di vendere ricette facili su come essere felici, allontanare i problemi e sentirsi in ogni caso deresponsabilizzati.

Molta filosofia del secondo Novecento – su cui i filosofi della consolazione si sono formati – insisteva a tal punto sulla necessità di complessificare e di articolare la riflessione da arrivare a rendersi oscura, perlopiù incomprensibile e in certi casi forse anche controproducente. Certo, però, non le si poteva rivolgere l’accusa di esser banale ed eccessivamente semplificatrice. Una parte della divulgazione filosofica odierna (che a ben vedere non divulga filosofia, ma frasette da biscotti della fortuna), nella sua opera di banalizzazione dei problemi che affronta – subdolamente camuffata da nobile tentativo di rivolgersi anche a chi non è del settore – ha tradito la lezione di quell’ampio ed eterogeneo movimento che è stato il postmoderno. Se da quest’ultimo si può ricavare qualcosa di positivo (nel suo esaperato tentativo di togliere dalla riflessione il “positivo” in quanto positum, ossia il dato che è irrefutabilmente e stabilmente vero e che in base a ciò si presta a fare da base per teorie edificanti), questo qualcosa potrebbe essere proprio l’invito alla complessificazione, alla ricerca e alla riflessione senza sosta e senza accomodamenti facili. Quello che si sta producendo oggi è l’esatto contrario: le soluzioni sono lì, a piena disposizione e soprattutto buone per tutti e per tutte le stagioni: basta acquistare il vademecum o aprire i post contenenti le facili formule per una vita felice e libera dalle inquietudini (come se poi fosse effettivamente possibile o desiderabile liberarsene del tutto).

Prima di condividere qualsiasi altra opinione in merito, mi permetterei una constatazione: una buona divulgazione non dovrebbe render facile il difficile, ma mettere il difficile a disposizione di quante più persone possibili (senza smuoverlo dal suo status di difficile). Quella che divulga faciloneria e banalità sarà ben divulgazione di qualcosa, ma non di filosofia, che è in quanto tale attività moltiplicatrice di problemi (a volte anche a costo di inventarseli, come avrà avuto modo di constatare chi nel tempo si è procurato una qualche nozione di storia del pensiero occidentale). Ridurre il problema della disoccupazione e della precarietà lavorativa a un vago e indistinto contenitore chiamato “capitalismo” o “società di mercato” a cui addossare comodamente tutte le colpe; trasformare la tutela delle donne e delle minoranze di genere a onanistiche modificazioni linguistiche e fonetiche (verranno qui in mente a molti, e in maniera opportuna, gli asterischi e i simboli posti alla fine delle parole per neutralizzarne il genere): tutto questo mi pare l’indice evidente di un ormai raggiunto benessere. È purtroppo un benessere, però, che non coinvolge quegli strati di popolazione che dovrebbero venir tutelati da queste iniziative (i quali continuano a versare in condizioni talvolta pessime), ma soltanto quelli che le promuovono, e che, promuovendole e vendendo i propri prodotti, tale benessere vedono continuamente aumentare (e proprio grazie ai meccanismi di quella società di mercato verso cui nutrono una specie di astio monomaniacale).

Tra gli aspetti più inquietanti di questa questione mi sembra di poter rilevare il fatto che una parte non indifferente dei tifosi (perché di tifo e niente più, in fin dei conti, si tratta) e finanziatori di questa maniera degenere di fare filosofia è rappresentata da studenti (perlopiù universitari dell’area dei cosiddetti studi umanistici), i quali, spesso giustamente scontenti delle proprie prospettive di vita, decidono di affidarsi alle soluzioni sloganistiche a buon mercato dei filosofi da piazza. Che le filosofie consolatorie si diffondano tra quelle fasce di popolazione che delle consolazioni e delle banalità dovrebbero più di tutte saper diffidare, è probabilmente indice di un cattivo stato di salute di quelle stesse fasce. La «spaventosa omogeneità di situazioni», per parlare con Ortega, che coinvolge gli studenti di oggi (e ribadisco: soprattutto quelli che riempiono o riempivano, fino a un anno e mezzo fa, i corridoi dei dipartimenti di studi umanistici, cioè quelli il cui futuro lavorativo si presenta generalmente molto incerto), non avviene più – come in tempi trascorsi – nel segno della sovversione collettiva e a ogni costo (per la quale, sia chiaro, non provo alcuna nostalgia), ma del vittimismo e della ricerca della cura consolatoria e incoraggiante.

Che tra la popolazione studentesca sia diffuso un impersonale “si deve pensare così se ci si vuole considerare persone per bene”, calato dall’alto e non direttamente e individualmente guadagnato secondo coscienza, mi risulta francamente difficile da accettare a cuor leggero. Molti cercano senza successo un proprio posto nel complesso tessuto delle società occidentali (e spesso non lo trovano per colpe non proprie, questo va ben tenuto presente). Che tra i rimedi apparenti più gettonati vi sia anche la filosofia consolatoria è uno dei vari banali dati di fatto di cui ho riempito questo scritto. Temo in ogni caso che, senza lo sforzo individuale da parte di ognuno di esercitare un pensiero appropriato (nel senso che gli sia proprio, che lo abbia guadagnato in proprio) e di andare oltre questa ebbrezza da banalità trite, la scissione fra i soggetti e il mondo in cui vivono durerà molto più di quei frenetici venticinque anni post-Kant che Eckart Förster ha opportunamente definito «i venticinque anni della filosofia».

 

 

 

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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