ETICA DEL LAVORO NELL’ERA DA DISOCCUPAZIONE DA AI

77313_fd63b976e8ANTONIO MARTURANO

Introduzione

Il problema della disoccupazione negli esseri umani è tema ricorrente nel pensiero filosofico conteporaneo. In particolare, quello della disoccupazione tecnologica è tema ampiamente discusso non solo con Marx, ma anche durante i grandi anni delle crisi economiche che attanagliarono l’Inghilterra a cavallo tra il 1800 e il 1900. Pensatori del calibro di B. Russell e J.M. Keynes volsero la loro attenzione ai problemi occupazionali emergenti dalla pervasività della tecnologia in ambienti di lavoro.

Tra le più recenti tecnologie disponibili oggi, abbiamo l’IA – Intelligenza Artificiale. Questa tecnologia è oramai nella sua terza o quarta ondata ed è diventata una tecnologia utilizzata commercialmente nella gran parte dei prodotti di consumo. Nella sua attuale ondata l’IA, per così dire, è finalmente “scesa sulla terra” dal piedistallo teorico e applicativo che nelle precedenti ondate la vedeva confinata in limitate aree della commercializzazione (come, per esempio, language e machine learning, software development e poco altro). Molti dei lavori tradizionali, come l’insegnamento, per esempio, erano visti come sicuro bastione dell’essere umano il quale non poteva venire scalzato da alcun essere intelligente artificiale, finanche antropomorfo. L’ultima ondata di IA stà facendo venire meno questa certezza: qualsiasi sfera lavorativa – manuale, intellettuale e addirittura il “più antico lavoro del mondo” – è potenzialmente alla portata di Intelligenze Artificiali robotizzate e no, che possono, quindi, rimpiazzare senza tema l’essere umano.

La pervasività dell’IA, quindi, riporta in auge la problematica, già vista, dell’impiego di esseri umani che, generalmente, non più impiegati al lavoro, devono, tuttavia, non solo trovare forme alternative di sostentamento, ma che pongono nuovi dilemmi allo Stato, concepito ancora in maniera tradizionale, che deve comunque trovare risorse per il sostentamento per la propria sopravvivenza.

In questo articolo discuteremo brevemente i nodi centrali che emergono dalla convergenza di queste due problematiche: quella della disoccupazione umana e quello della maggiore pervasività dell’IA nel mondo del lavoro. Cercheremo di capire, infine, se e come le prospettive teoriche proposte da Russell e da Keynes possano essere utili come punto di riferimento per risolvere la attuale e crescente disoccupazione tecnologica.

J. Locke e il significato del lavoro nel liberalismo classico

Secondo John Locke il lavoro è la fonte che legittima la proprietà privata. Questa concezione è diventata la pietra miliare intorno a cui è stata sviluppata la concezione del lavoro nella modernità, specialmente in ambito liberale e viene sostanzialmente ripresa anche nelle economie liberiste. Nel Secondo Trattato sul Governo (1689), infatti, Locke asseriva che

ogni uomo ha una proprietà sulla sua propria persona (every Man has a Property in his own Person): su questa nessuno ha diritto se non lui stesso. La fatica del suo corpo e il lavoro delle sue mani, si può dire, sono propriamente suoi. Qualsiasi cosa, dunque, egli rimuova dallo stato in cui la natura l’ha fornita e lasciata, qualsiasi cosa alla quale abbia mescolato (mixed) il suo lavoro, e alla quale abbia aggiunto qualcosa di proprio, perciò stesso diviene sua proprietà. Essendo rimossa da lui dalla condizione comune in cui la natura l’ha collocata, essa acquista con questo lavoro qualcosa che la esclude dalla proprietà comune degli altri uomini. Poiché infatti il lavoro è proprietà indiscussa del lavoratore, nessuno se non lui stesso può avere diritto su ciò a cui si è unito il suo lavoro, almeno finché ne rimane abbastanza e di abbastanza buono per altri. (Locke, cit. 205)

Ed inoltre ogni cosa di mia proprietà che con il proprio lavoro produce qualcosa di nuovo, quel qualcosa di nuovo diventa di mia proprietà:

L’acquisizione di questa o quella parte non dipende dal consenso espresso di tutte le persone che hanno diritto alla terra in godimento comune. Così, l’erba che il mio cavallo ha mangiato, i tappeti erbosi che il mio servo ha tagliato, il minerale che io ho scavato in un luogo sul quale ho diritto in comune con altri, divengono mia proprietà senza l’assegnazione e il consenso di alcuno. Il lavoro che mi apparteneva, rimuovendoli da quello stato comune in cui si trovavano, ha stabilito la mia proprietà su di essi. (Id., 206)

Locke, quindi, aveva fornito un significato, un senso, al lavoro umano. Questo senso è stato recepito dalla modernità. Se, però, seguiamo la prospettiva Lockiana, con l’avvento dei robot e della IA, dove l’uomo non è più il produttore di “qualcosa di nuovo”, rimpiazzato in questo lavoro da agenti intelligenti, il senso del lavoro cambia rispetto al senso classico fornitoci da Locke. In particolare, come ricorda J. Gray (1989, p. 104)

Per chiunque avere una proprietà significa, in primo e in ultimo luogo, la possibilità di disporre dei propri talenti, delle proprie capacità e del proprio lavoro. Se questo requisito non è soddisfatto, gli esseri umani, diventano proprietà di altri (come nell’istituzione della schiavitù) o risorse della comunità (come in uno stato socialista). Questo perché se non possiedo il diritto di controllare la mia persona e il mio lavoro, non posso perseguire i miei obbiettivi e realizzare i miei valori: devo sottomettere i miei fini a quelli di un altro o alle esigenze di una procedura decisionale collettiva.

Come sostenuto nel loro, ormai, famoso saggio, Brynjolfsson e McAfee (2014), noi esseri umani stiamo entrando in una Seconda Era delle Macchine, nella quale le macchine, divenute “intelligenti”, non solo aiutano l’uomo a compiere il lavoro, come nelle precedenti Rivoluzioni Industriali, ma, addirittura, lo sostituiscono compiendo un cortocircuito che va ben oltre l’alienazione marxiana che si era fermata, con la seconda rivoluzione industriale, alla catena di montaggio di tayloristica memoria. Secondo questo scenario l’uomo perderebbe in maniera definitiva la proprietà del lavoro delegandolo parzialmente o totalmente ad agenti intelligenti.

Scenario 1 – La fine del lavoro

Si apre così un dilemma: se la perdita del lavoro da parte dell’uomo è totale, chi possiede il lavoro degli agenti intelligenti? Domanda non banale, perché implica un modo diverso di pensare il lavoro ormai svincolato dall’essere umano. La perdita del lavoro umano è stata prospettata per la prima volta dall’economista e premio Nobel John Maynard Keynes, nel suo famosissimo, visionario, saggio “Prospettive economiche per i nostri nipoti” (1930), e rilanciato in tempi più vicini a noi, dall’altrettanto famoso libro di J. Rifkin La fine del lavoro (1995). Keynes nel citato saggio afferma che

Dal secolo XVI è incominciata, proseguendo con crescendo ininterrotto nel XVIII secolo, la grande era delle invenzioni scientifiche e tecniche che, dall’inizio del secolo XIX, ha avuto sviluppi incredibili … la rapidità stessa di questa evoluzione ci mette a disagio e ci propone problemi di difficile soluzione. I paesi che non sono all’avanguardia del progresso ne risentono in misura relativa. Noi, invece, siamo colpiti da una nuova malattia di cui alcuni lettori possono non conoscere ancora il nome, ma di cui sentiranno molto parlare nei prossimi anni: vale a dire la disoccupazione tecnologica. Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera. (Keynes, id.)

In altre parole, a partire dalla prima rivoluzione industriale (1760-1840 ca.), è avvenuto una forte accelerazione tecnologica che non si è mai più arrestata. Questa accelerazione tecnologica porterà a un grave problema che è appunto quello della disoccupazione a causa della sostituzione dell’uomo con dispositivi automatici alla quale non corrisponde un equivalente rimpiazzamento di nuovi lavori con i quali impiegare la stessa manodopera.

Abbiamo, così, di fronte due strade: la prima è paragonare quello dall’agente intelligente ad un lavoro che nel passato è stato fatto da animali (nell’esempio lockiano, il cavallo) o dal servo: se la nostra ipotesi è vera, il sistema di sfruttamento del lavoro degli agenti intelligenti può essere paragonato a un “sistema feudale 2.0” nel quale il possesso del terreno è sostituito dal possesso di manodopera (cioè gli stessi agenti intelligenti), in quanto questi ultimi sono – nell’ipotesi più estrema – la maggiore o – addirittura – l’unica fonte di manodopera: la vita umana, come nell’immaginario più grottesco che abbiamo ereditato del medioevo è allora azzerata. In un mondo dominato dal profitto di pochi e dall’inutilità – o dal ritorno alla bestialità – della maggioranza degli esseri umani, il divario tra ricchi e poveri diventa definitivo.

Possiamo pensare in una seconda, meno drammatica, battuta che gli esseri umani possano sopravvivere grazie al cosiddetto “reddito di cittadinanza”: tale reddito però potrà essere pagato attraverso le tasse; ma, gli unici esseri umani che potranno pagare le tasse saranno coloro che sono proprietari di agenti intelligenti. Il problema, quindi, diventa: visto che il lavoro sarà quasi totalmente nelle mani dei robot, quale tipo di “reddito di cittadinanza” sarà più indicato adottare? Ma se pensiamo ad una tassazione rivolta esclusivamente a coloro i quali possiedono i robot-lavoratori, in quanto unica fonte di produzione e quindi di profitto, si renderà necessario un ripensamento dei limiti della tassazione, poiché in un framework economico come quello odierno dove molte multinazionali hanno sede in stati (come l’Olanda, o il Regno Unito, o negli stati cosiddetti canaglia) dove la tassazione, specialmente per le grandi imprese è minima, favorisce l’impoverimento impositivo di molti stati che usano i ricavati di quest’ultima per sostenere o migliorare i servizi e lo stato sociale.   

Scenario 2 – La Transizione

Esiste però un secondo scenario, portato avanti dallo stesso Keynes: la disoccupazione tecnologica, secondo Keynes, non è definitiva, ma piuttosto è una fase di squilibrio transitoria; egli sostiene che «Visto in prospettiva, infatti, ciò significa che l’umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico», cioè al problema di non essere più dipendente dalla natura. La soluzione che Keynes propone è la seguente: «Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi». 

La proposta di diminuzione dell’orario di lavoro riecheggiava già nelle discussioni sull’impatto della tecnologia in Inghilterra già negli anni ’20-’30. Tra i vari autori che hanno proposto una diminuzione dell’orario di lavoro troviamo, nello stesso periodo in cui Keynes scriveva sulla disoccupazione tecnologica, Russell che in “Elogio dell’ozio” (1932) proponeva un orario giornaliero ridotto a sole quattro ore.

Non è strano che due pensatori come Keynes e Russell convergano (con scritti che appaiono brevemente uno dopo l’altro) sulla riduzione dell’orario di lavoro: Keynes e Russell sono amici da tempo immemorabile (Russell era anche amico del padre), frequentano la stessa élite cambridgense e spesso le loro strade si incrociano, sia all’interno del movimento fabiano che nella partecipazione agli incontri del Bloomsbury Group.

Questa prospettiva teorica verrà ripresa in seguito da diversi studiosi, anche nel campo dell’IA. Jerry Kaplan (2016), uno dei più acclamati esperti di IA, sostiene che, sebbene l’innovazione tecnologica porti via una serie di lavori, ormai replicabili da un agente artificiale, la stessa innovazione tecnologica faccia nascere nuovi tipi di lavoro che sono difficilmente comparabili con quelli persi. Il grande problema, sostiene ancora Kaplan (id., 113), rimane che coloro i quali hanno perso il lavoro mancano spesso delle capacità necessarie per compiere i nuovi lavori: qualora questi effetti fossero graduali, la capacità di adattamento del mercato del lavoro sarebbe in grado di assorbire la manodopera persa; ma, siccome le nuove tecnologie, come l’IA, rendono i cambiamenti rapidi o bruschi, la disoccupazione tecnologica appare inevitabile. Conclude Kaplan (id., p. 114), questo succede perché questo tipo di innovazione tecnologica, ovvero l’automazione applicata ai sistemi industriali di produzione (che potremmo chiamare taylorismo digitale, come nell’esempio, in Roose, 2019, del modo in cui Amazon utilizza questa pratica) il quale rimpiazza capacità e non veri e propri lavori, e, allo stesso tempo, quello di cui il datore di lavoro ha necessità, in realtà, non è il lavoratore, ma dei risultati ottenuti applicando quelle capacità ottimali per svolgere quel determinato compito. D’altro canto, il processo di lavoro, cambia le modalità di lavoro di quelli che sono ancora impiegati tramite l’eliminazione di certe capacità, magari, rimpiazzandole con delle nuove.

La transizione da vecchi modi a nuovi modi di lavoro, maggiormente automatizzati e delegati ad agenti intelligenti benché non priva di lacrime e sangue (come nell’esempio sopra citato relativo a Amazon), ci può portare gradualmente verso una nuova concezione del lavoro umano. In particolare, B. Russell (cit.) vede nel passaggio di gran parte del lavoro umano agli agenti intelligenti e la conseguente possibilità di un minor numero di ore lavorative, una splendida occasione di crescita personale e culturale per tutta l’umanità. Russell, infatti, sembra quindi suggerire che, ben vengano gli agenti intelligenti a sostituire gli esseri umani nel campo lavorativo, a patto che questi servano appunto a diminuire le ore di lavoro degli esseri umani stessi; i quali, una volta assicurati con il lavoro i beni per vivere con una discreta comodità, potrebbero utilizzare il resto del loro tempo come meglio si crede, ma, rimarca, «In un sistema sociale di questo genere è essenziale che l’istruzione sia più completa di quanto lo è ora e che miri, in parte, a educare e raffinare il gusto in modo che un uomo possa sfruttare con intelligenza il proprio tempo libero». Russell (cit.), qui, non allude ai soli piaceri intellettuali, ma anche a tutte quelle attività ludiche umane, come per esempio le danze folcloristiche che esistono nella natura umana e che sono attive (suggerimento che, a mio parere, è stato ripreso da N. Bostrom (2014), il quale ha proposto che le attività creative umane non dovrebbero essere delegate alle AI). Un efficiente sistema economico, permettendo all’umanità di beneficiare della produttività dei robot, dovrebbe portare a un graduale aumento del tempo libero. In un mondo in cui l’attività lavorativa è limitata – benché possa essere noioso per chi non abbia attività molto intelligenti – «ogni pittore potrebbe dipingere senza morire di fame, i giovani scrittori non sarebbero costretti ad attirare su sé stessi l’attenzione con romanzacci sensazionali per procurarsi l’indipendenza necessaria alla produzione di opere geniali». E, infine, le persone durante il corso del lavoro professionale che siano interessati a problemi di governo o all’economia potrebbero sviluppare le loro idee in modo pratico e non accademico. Insomma, Russell (cit.) ci fa capire come gli agenti intelligenti o qualunque dispositivo che sia atto a rimpiazzare il lavoro dell’uomo, può dare spazio a altre attività che non siano necessariamente ludiche in senso passivo e consumistico. Questa proposta è un ribaltamento rispetto alla centralità del lavoro: abbiamo visto come per Russell (ma non solo per lui, vedi infatti anche H. Marcuse (1964) e la critica alle società capitalistiche in cui il bisogno di lavorare e di sfruttare l’essere umano più a lungo del necessario è mantenuto in piedi da un sistema ossessivo di produzione e consumo) è centrale non tanto il lavoro, quanto “l’ozio”: ma non l’ozio passivo, nullafacente, ma l’ozio attivo che permette di riflettere e di operare politicamente e civicamente nel mondo.

Conclusioni

Abbiamo visto come l’applicazione della AI al lavoro – come anche il lavoro meccanizzato nel passato – inteso come rimpiazzamento dell’uomo con i sistemi intelligenti che come applicazione del taylorismo classico al nuovo processo lavorativo basato sul digitale, ha creato due scenari completamente opposti; questi scenari sono analoghi a quelli classici adottati nella più generale filosofia della tecnologia: da una parte abbiamo la prospettiva distopica di coloro i quali propugnano uno scenario da apocalisse sociale (fine del lavoro, diseguaglianza sociale spinta agli estremi), dall’altra, la prospettiva utopica di quelli che sostengono che il lavoro degli agenti intelligenti porterà a una maggiore liberazione (anche creativa) dell’uomo verso la propria dipendenza dalla natura. L’aspetto più interessante della polarizzazione risulta coagularsi intorno al problema del significato del lavoro (come suggerisce, tra gli altri, Coeckelberg, 2020, p. 129), che può essere colto soprattutto rimandando alla concezione liberalistica classica del lavoro. Con la delega del lavoro umano agli agenti intelligenti, il significato del lavoro può assumere un nuovo e, secondo le concezioni utopiche di Keynes e Russell, più ricche connotazioni. Questo però può avvenire solamente a patto di rivedere completamente il rapporto tra lavoro e tempo libero e, di conseguenza, la nostra idea di società umana.  

“robots” by Tarkowski is licensed under CC BY-SA 2.0

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