I CAMPI, OVVERO LE DIVERSE SFUMATURE DELL’INFERNO

_89795069_89795068EDOARDO GREBLO

Secondo l’ultimo rapporto pubblicato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), nel mondo vi sono attualmente circa 80 milioni di persone costrette ad abbandonare  le loro case per fuggire da guerre, persecuzioni e gravi situazioni di insicurezza. E questo rapporto non contempla ancora i rifugiati ucraini. Si tratta dell’1 per cento della popolazione mondiale, una cifra mai raggiunta in passato, e solo una minima parte di queste persone riesce a trovare una soluzione di lungo periodo, per esempio facendo ritorno al paese di origine, trovando una qualche ricollocazione in una altro paese o riuscendo a naturalizzarsi nel paese d’approdo. Per quasi tutti, la vita si è trasformata in un inferno definitivamente temporaneo.

In tutto il mondo il numero di rifugiati, profughi e sfollati è in continua crescita. E, di conseguenza, è in costante crescita anche il numero dei campi destinati ad accoglierli. La rete dei dispositivi che organizza queste strutture è varia e diversificata, e comprende organizzazioni governative, intergovernative e non governative, agenzie nazionali e sovranazionali, oltre che misure amministrative e decisioni regolamentari adottate spesso sotto la pressione dell’emergenza e attraverso provvedimenti che mutano nel tempo.  Ma, e soprattutto, a essere mutata nel corso del tempo è la funzione stessa dei campi. Invece di essere destinati ad accogliere persone in attesa di rientrare nel paese di origine, si sono trasformati in spazi di stoccaggio semipermanenti. Il principale campo profughi del mondo, Dadaab in Kenya, ha ormai vent’anni e ospita circa 420 mila rifugiati. I campi che nel Libano meridionale accolgono i rifugiati palestinesi esistono dal 1948 o dal 1968. I profughi accolti in questi (e in altri) campi, e che in alcuni casi vi hanno trascorso tutta la vita, vengono definiti PRS, ovvero in “condizione di rifugiati protratti”. Questi numeri stanno drammaticamente a indicare come il rifugiato, il richiedente asilo e l’apolide de facto siano divenuti metafore e al contempo sintomi di un malessere strutturale della politica della modernità

Numeri come questi hanno spinto autorevoli studiosi a considerare il campo – sulla scia del lavoro filosofico inaugurato nel 1995 da Giorgio Agamben con la pubblicazione di Homo sacer – come il paradigma biopolitico della modernità. Il campo è una porzione di territorio situata all’esterno dello spazio giuridico ordinario, uno spazio presidiato dove gli abitanti vengono privati di qualsiasi status legale e ridotti alla condizione di “nuda vita”. È il luogo confinato in cui la biopolitica diviene indistinguibile dalla tanatopolitica, poiché i suoi abitanti possono essere impunemente soggetti a ogni forma di violenza in quanto homines sacri, esseri umani rinchiusi in uno spazio di eccezione nel quale possono essere impunemente sacrificati perché si tratta di persone che hanno perso tutte le loro qualità, tranne il fatto di essere “niente altro che esseri umani”, come diceva Hannah Arendt. Socialmente morti, gli homines sacri non sono dotati di coscienza, diritti o capacità di azione politica. Come ha scritto Agamben nel contesto di una discussione sui diversi stadi del coma, non sono neppure oggetti, sono esseri umani ancora in possesso di attività biologica – “caldi, pulsanti e orinanti”. Non soggetti ma abietti, esseri definiti non per le loro capacità di azione, ma puri ricettacoli passivi del male che li ha ridotti in una tale condizione.

La biologia trionfa così sulla biografia: l’unica attività che le vittime possono ancora esercitare è quella di sopravvivere per testimoniare la sofferenza di chi non è nient’altro che un essere umano. Ciò nonostante, e contemporaneamente, chi si ritrova vittima dell’eccezione – intesa quale inclusione della vita attraverso la sua esclusione – continua a rimanere essenziale per la costituzione della soggettività di tutti gli altri. Il rifugiato, l’apolide, la figura marchiata dal bando sono perciò le figure specifiche che rivelano la struttura fondamentale del potere sovrano. La violenza imposta alla nuda vita che caratterizza la condizione di persone come i rifugiati è una componente integrante e necessaria nella situazione politica contemporanea.

Ora, per chi cerca di comprendere la vita reale dei soggetti confinati, la tendenza a sovrapporre la figura idealtipica all’esperienza vissuta può creare alcuni problemi. In considerazione delle forme e delle procedure con le quali l’umanitarismo burocratico trasforma persone dotate ciascuna di una biografia irripetibile in “casi” standardizzati, è facile scambiare l’astrazione teorica e la rappresentazione burocraticamente stilizzata per una esperienza vissuta, e perciò concepire i “beneficiari” degli aiuti come nuda vita, astratta e abietta. La logica dell’intervento e dell’aiuto umanitario porta a concepire i soggetti confinati come semplici “vittime patetiche” e a giustificare la protezione internazionale sulla sola base della compassione e dell’empatia. Alle “vittime patetiche” non può essere addossata alcuna colpa per l’inferno in cui vivono, ma non può però essere neppure riconosciuta alcuna capacità di reagire autonomamente, di avanzare proposte e di godere di una rappresentanza al di là e a prescindere dall’appartenenza a un corpo politico. Il rifugiato-vittima è l’obiettivo di un’azione burocratica piuttosto che un soggetto le cui scelte, rappresentazioni o azioni potrebbero influenzare il progetto della sovranità.

Queste astrazioni pongono non pochi problemi etici e politici. In primo luogo, tendono a creare una gerarchia eticamente insostenibile tra il soggetto-vittima che soffre passivamente e il soggetto-umanitario che interviene o denuncia la vittimizzazione. L’unica prospettiva che conta è il “giudizio simpatetico e indignato dello spettatore”, piuttosto che le idee, le strategie e le lotte di entrambe le parti. Peggio ancora, il paradigma della nuda vita ha l’effetto perverso di ignorare le vite ricche e complesse e, in generale, i modi di essere delle persone confinate negli spazi di trattenimento e detenzione e di escludere preventivamente ogni capacità di agency. Come dimostrano molte ricerche etnografiche, i campi per gli sfollati, i profughi e i rifugiati somigliano solo in parte all’inferno cui inevitabilmente richiama l’immagine di luoghi di stoccaggio in cui si ammassano individui che soffrono passivamente

In realtà, gli abitanti dei campi non si limitano ad attendere passivamente aiuto e assistenza, ma tentano, anche nell’inferno in cui vivono, di ri-acquisire una qualche capacità di incidere sul mondo in cui sono costretti a vivere, nel tentativo di soddisfare i loro bisogni e di ricostruirsi una vita coerente e significativa anche in circostanze estremamente precarie e difficili. Gli esseri umani confinati nei campi non sono la “nuda vita” di cui parla Agamben, perché la loro vita non si esaurisce nell’esercizio delle funzioni necessarie al protrarsi dell’esistenza biologica. Essi cercano attivamente di ri-creare una condizione di “normalità”, ossia di controllo sulla realtà confinata che li imprigiona e di dare consistenza a delle pratiche in grado di restituire a ciascuno di loro un ruolo attivo e passibile di sviluppi persino nelle condizioni spesso estreme in cui vivono.

Ri-creare una condizione di “normalità” non significa che la vita nei campi possa riprodurre le condizioni di vita precedenti. Significa che sebbene si svolga in quella sorta di “inferno in terra” rappresentato dai campi, la vita quotidiana può assumere alcuni tratti di ragionevole stabilità e prevedibilità, che gli individui e le situazioni che essi incontrano nel corso della vita quotidiana possono presentare alcuni aspetti di familiarità e non sono tutti e necessariamente sprovvisti di senso, per cui le persone possono crearsi una cornice materiale e sociale nella quale mettere a punto strategie e piani per il futuro. Nonostante gli enormi vincoli imposti dalla situazione che devono fronteggiare – tra cui la detenzione nei campi e nelle énclave, i limiti materiali quotidiani dovuti alla necessità di vivere accampati o senza acqua corrente, le barriere giuridiche frapposte alla inclusione nel paese in cui risiedono eccetera – essi riescono talvolta a riassemblare in modo creativo una parvenza di esistenza regolare.

La forma di agire condizionato che i soggetti confinati riescono nonostante tutto a esercitare è una combinazione di scelta e coercizione, che associa opportunità e vincoli, capacità di agency e condizionamenti esterni. Le misure che le persone adottano per fronteggiare situazioni così difficili sono un “amalgama di scelta razionale e di ‘non c’è altra scelta’ – esempi, per così dire, di libero arbitrio soggetto a costrizioni”. Molto spesso, le scelte che si tratta di compiere si trovano davanti alla sola alternativa tra il male e peggio. Talvolta, si tratta di scegliere tra il rischio di essere colpiti mentre si attraversa un confine militarizzato e il rischio di non avere abbastanza cibo per sopravvivere. La gamma delle scelte disponibili rientra evidentemente entro uno spettro rigidamente predefinito.

Le strategie d’azione adottate dai soggetti confinati sono necessariamente trasgressive. Vivere in un contesto nel quale l’agire è così pesantemente condizionato da vincoli e costrizioni porta a compiere scelte estreme e talvolta autolesioniste. Secondo gli autori di alcune ricerche etnografiche, persino azioni illegali e immorali come la prostituzione, il contrabbando, il furto e altre forme di microcriminalità possono rappresentare risposte strategiche a condizioni di vita semplicemente indecenti, poiché offrono l’opportunità di trovare una qualche forma di occupazione o di reddito e quindi di controllare, almeno in certa misura, la propria vita. Ma anche limitarsi a violare le regole burocratiche senza compiere atti penalmente perseguibili può risultare trasgressivo. A volte, queste scelte estreme sono tali da mettere a rischio la vita di chi le compie: per esempio, vi è chi si infetta deliberatamente con il virus dell’HIV in modo da usufruire dell’eccezione umanitaria prevista dalla legislazione francese sull’immigrazione e da ottenere il diritto di residenza legale. Oppure vi è chi si contagia di nascosto con la tubercolosi in modo da ottenere l’accesso alle migliori condizioni previste dal Comitato Internazionale della Croce Rossa per i pazienti sottoposti a terapia antitubercolare. In quanto anomalie non contemplate dalla legge, prive di uno status politico riconosciuto e perciò collocate in una posizione non ben definita nell’ordinamento giuridico, le persone detenute negli spazi di confinamento sono talvolta costrette a scoprire che hanno un solo modo per essere giuridicamente protette e tutelate: violare la legge e aggirare i regolamenti. Solo che l’accesso al sistema delle garanzie giuridiche si ottiene a costi umani pesantissimi. Oltretutto, siccome il bricolage delle pratiche da loro costruito risulta necessariamente estraneo alle regole e alle norme imposte dagli assemblaggi di potere che li governano, esso finisce prima o poi a servire da pretesto per l’introduzione di procedure ulteriori di illegalizzazione, che possono essere sia in contrasto sia complementari rispetto alle immagini familiari di esclusione ed espulsione.

La diseguale e irregolare sovrapposizione dei poteri che regola il funzionamento dei campi ha spesso la conseguenza di confermare lo stereotipo dei soggetti confinati quali esseri umani sfortunati e indisciplinati, di rappresentarli, cioè, quali individui incapaci di adeguarsi ai progetti di assistenza umanitaria oppure quali figure ‘pericolose’ o dotate di una (immaginaria) propensione spontanea alla criminalità. L’immagine dei soggetti confinati oscilla tra quella di vittime indifese meritevoli di aiuto incondizionato a quella di coautori delle tragedie che li colpiscono a quella di minacce alla legittimità del potere sovrano. Le strategie di sopravvivenza che essi sono costretti ad adottare per aggirare i dispositivi di assoggettamento cui sono sottoposti tendono spesso a rafforzare l’allarme sociale sulla loro pericolosità per i governi o per i Paesi che li ospitano. E, contemporaneamente, la difficoltà dei soggetti confinati di piegarsi ai regimi normativi pensati per loro rafforza l’esigenza di nuove e altrettanto impraticabili forme di intervento.

Il potere sovrano che viene esercitato nei campi deve fronteggiare situazioni mutevoli e spesso imprevedibili e per questo non può che essere compromissorio e contingente, e operare in modo diversificato e flessibile, adattandosi alla varietà e all’imprevedibilità delle circostanze. Ciò significa che in questi contesti, nei quali gli innumerevoli modi in cui i differenti processi si congiungono e si disconnettono, operano insieme e separatamente, l’immagine monolitica della sovranità proposta da Agamben non riesce a dare compiutamente conto delle tecniche di sovranità utilizzate per istituire e amministrare i campi. E per questo è sempre opportuno distinguere l’esplicita volontà politica dalle pratiche reali che applicate di volta in volta e caso per caso. Analisi come quelle di Agamben tendono ad annullare ogni differenza tra la nuda vita quale (presunta) prestazione originaria del potere sovrano e la vita reale dei soggetti che popolano i campi. Ma proprio questa differenza è cruciale per l’esistenza quotidiana del soggetto confinato, perché è l’emergere in primo piano della distanza che separa la policy dalla pratica e che interrompe il sogno di una governance liscia e senza attriti dei campi a rendere possibile il delinearsi di quegli “atti di cittadinanza” che cominciano a delinearsi quando le pratiche di soggettivazione riplasmano, contestano e ridefiniscono i dispositivi di assoggettamento. E sono queste stesse pratiche a rendere il soggetto relegato in una condizione pressoché infernale capace di esprimere quella forma di “cittadinanza insorgente” in cui traspare la possibilità di agire da cittadino indipendentemente da ogni statuto giuridico.

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