QUALCHE PAROLA – SE C’È – SULL’INFERNO

MV5BMTU0NTEwNzc4OF5BMl5BanBnXkFtZTgwMDUzNTUyOTE@._V1_QL75_UX500_CR0,0,500,281_DOMENICO SCARAMUZZI

  1. Mi accingo a scrivere qualcosa sull’inferno e, già alla prima battuta, mi ritrovo smarrito nella selva oscura dei pareri e delle interpretazioni, delle opinioni, dei giudizi e dei pregiudizi più o meno ostinati. C’è chi ne afferma l’esistenza e chi, al contrario, la contesta; chi ipotizza che sia vuoto e chi, invece, ritiene che alla fine si svuoterà perché le cosiddette anime dannate spariranno. Si ricordi, a quest’ultimo proposito, il polverone sollevato qualche anno fa da papa Francesco.

Altri estraggono prove dalle parole di Gesù su quel “dove sarà pianto e stridore di denti” o sulla fumante Geenna; ne cercano altre setacciando la parabola del ricco epulone o la scena della separazione finale delle pecore dai capri per poi completare la lista con le dichiarazioni dogmatiche dei Concili che si sono pronunciati sull’inferno, sulla sua eternità e sulle pene.

Decisive, tuttavia, sono le testimonianze di coloro che all’inferno si sono recati di persona e quindi hanno visto e sentito stridori e rumori, fumo e fuoco, serpenti e basilischi, Satana in persona e il suo fetore, porte nere e catenacci arrugginiti e, ovviamente, la massa delle anime dannate per l’eternità. L’unanime testimonianza di costoro mirerebbe ad annunciare ai fratelli la ‘cattiva notizia’ dell’inferno, il non-vangelo della perdizione!

Vi è poi chi, in mancanza d’altro o a conferma, si affida agli ultimi bollettini mariani che dell’aldilà riportano, per filo e per segno, dettagliati particolari con tanto di statistiche aggiornate in allegato sui pochissimi promossi al paradiso, sui molti parcheggiati in purgatorio e – ahimè – sulla stragrande maggioranza degli uomini e delle donne che, oggi come non mai, precipita all’inferno con inaudita facilità.

Il messaggio di fondo o subliminale è forte e chiaro: l’ottimismo salvifico oggi imperversante andrebbe urgentemente contrastato con una massiccia e minacciosa predicazione sull’inferno!

  1. Anche il quadro indiziario è sin troppo chiaro: a) l’inferno c’è; b) è affollato; c) è irreversibile (da esso non si torna indietro); d) chi non ci crede vi è già dentro: o, meglio, il fatto di non crederci è il più diabolico inganno del demonio che con tale illusione ci avrebbe già guadagnato a sé.

Intanto sono ancora qui, a tamburellare nervosamente sul mouse e, disorientato più che mai, vorrei non tanto chiedere aiuto quanto piuttosto gridare “lasciatemi sperare!”, anzi alla pugliese “ma, per piacere, lasciatemi sperare!”.

Di fatto, non so se (e quante di) tali affermazioni siano in grado di superare il test del palloncino, ma di certo pongono una domanda molto seria, che però non è quella di valutare da sobri cosa si possa o meno condividere di tale quadro, ma quella di chiedersi, in primo luogo, se l’inferno possa essere ‘oggetto di fede’ o, ancora più a monte, se il diabolico non consista proprio nell’estrapolare la fede dalla triade originaria che la rende tutt’una con la speranza e la carità.

Detto alla buona, non è cosa seria credere in/a qualcosa che, già per semplici ragioni di buon senso, non intendiamo né amare né sperare. L’inferno, infatti, non può essere creduto e, nello stesso tempo e con lo stesso atto, sperato e amato. È un palese non senso smembrare l’unità delle virtù teologali e dire: “credo l’inferno, ma non vi spero né lo amo”. Anzi, è blasfemo dire credo nell’inferno ponendolo sullo stesso piano del credere in Dio o la Chiesa o la vita eterna e tante altre cose buone.

  1. Con ciò non si vuole gettare discredito su quanto i privilegiati veggenti di cui sopra rendicontano dell’inferno, dubito però, che ciò che hanno visto sia tutto ciò che ci sia da vedere: cosa, d’altronde comprensibilissima, in un luogo di così scarsa visibilità come il regno delle tenebre. È perciò verosimile e probabile che all’inferno ci sia dell’altro – molto altro – e che questo di più lo si possa vedere (o cercare) anche senza andarci di persona. Proviamo a dirlo con un esempio di ordinaria esperienza.

Vedere o visitare un edificio non significa eo ipso conoscere o sapere tutto ciò che lo riguarda. Sono molte le cose che possono restare in incognito o nell’ombra: ad esempio, gli schemi degli impianti, la relazione della perizia geologica, le certificazioni inerenti la sicurezza e l’agibilità o le autorizzazioni per l’abitabilità. Il mero fatto di aver visto qualcosa dimostra, in realtà, molto poco. E, come per l’edificio, così è per tantissime altre cose, compreso l’inferno.

L’esempio ci aiuta a considerare, pertanto, che il compito della teologia non è quello di collezionare racconti e resoconti limitandosi, tutt’al più, a redigerne la prefazione, bensì quello di riflettere approfonditamente su quel di più che sfugge all’immediatezza dello sguardo. Alla buona teologia – ma la cosa è parimenti tassativa per la predicazione – spetta la parte più impegnativa: nella fattispecie, rendere ragione delle condizioni di agibilità, di abitabilità e di staticità dell’inferno.

  1. Va pertanto smascherato il vizio gravissimo di quei teologi e predicatori ‘infernisti’ i quali, chi per zelo e chi per ignoranza soprattutto, omettono puntualmente di evidenziare l’essenziale. Infatti, tutti i racconti dall’inferno insistono non sull’intenzione di riportare immagini quanto piuttosto sul desiderio dei visitatori di opporsi a tale spettacolo al punto da offrire se stessi ‘in sostituzione’ dei condannati. Da san Bruno a santa Faustina Kowalska, da santa Teresa d’Avila a san Pio da Pietrelcina, il nucleo delle loro testimonianze è nella disponibilità a quell’amore del prossimo spinto, come Gesù di Nazareth, fino alla fine o, meglio, contro la fine! Non per nulla si tratta di santi.

Quando si è smarrita la dritta via è anzitutto necessaria molta cautela, se non altro perché ogni discorso sull’inferno, sia esso seriosa quaestio theologica o spensierato talk show, non può essere condotto se non facendo i conti con la complessità e l’equivocità strutturale che l’oggetto stesso impone. È un discorso che procede per interruzioni e si sottrae continuamente a logiche di tipo lineare. È un discorso umano sull’inumano o, meglio, un dire umano sull’altro dall’umano, là dove questo ‘altro’, oltre a lambire il dis-umano, dilaga addirittura nel dis-divino nel senso più deteriore, anzi bestiale, del neologismo. Quello sull’inferno, insomma, è un dire minacciato ad ogni passo dal trasformarsi nel latrato di una ‘giustizia’ che reclamerebbe chissà quale regolamento di conti nel nome di una nobile vendetta sostitutiva mirante a quel pareggio che qui, in terra, sarebbe stato mancato o non soddisfatto come si doveva. L’ennesimo brutto scherzo della dialettica.

  1. Intanto, la selva si fa sempre più oscura e la dritta via impraticabile più che mai. Continuo ad annaspare cercando un punto di vista o una condizione di possibilità. Mi accontenterei anche di una qualche condizione di impossibilità. Ma niente da fare. Quel che riesco a raccattare qua e là è solo un cumulo di immagini più o meno angoscianti e tetre assieme a lacerti di versi: dati assai precari ed insufficienti per imbastire un discorso compiuto. Mi confonde persino il biblico še’ōl col suo doppio e ambiguo significato di “chiasso infernale” e di “silenzio desolato”. Pure gli etimi si rifiutano di darmi una mano: in latino, infernus, ‘che sta sotto’, cioè l’invisibile, occultato e occulto ‘sottosuolo’; in greco, Ades con alfa privativa dell’eidos come a dire il ‘senza immagine’ e il ‘senza idea’, l’aniconico e l’inconcettuale.

Stando così le cose, mi chiedo perplesso e scettico se sia possibile portare a parola questo negativo ‘in assoluto’ che si nega non solo al concetto, ma persino alle immagini. Provo molta difficoltà nel farmi un’idea di ciò che è molto più di un semplice nulla o di un niente ‘punto e basta’, ma addirittura fa segno ad un nulla cattivo?

Non trovo di meglio che avventurarmi per vie ipotetiche lasciando gli appunti nella grezza e disordinata forma anaforica.

  1. L’inferno, se c’è, non va né creduto né temuto, ma preso sul serio. Lo si è già detto ed è inutile ripeterne le ragioni.
  1. L’inferno, se c’è, non è motivo sufficiente perché intellettuali e opinionisti accusino la Chiesa di tradimento rinfacciandole di parlare poco e sempre più di rado dell’inferno o biasimandola per aver riservato ad esso pochissime righe in un Catechismo di centinaia e centinaia di pagine. Ricordino costoro che la Chiesa canonizza santi e beati additandoli a modelli per il popolo cristiano, ma non ha la facoltà di dichiarare qualcuno come ufficialmente dannato. Non lo può e non lo ha fatto mai, nemmeno per Giuda. In tal senso, è un bene che la Chiesa, consapevole di non avere in queste cose né la competenza né la licenza di Dante, limiti certa predicazione e si dedichi a cose ben più interessanti e urgenti.
  1. L’inferno, se c’è, non è né pieno né vuoto, ma un non-luogo alla M. Augé, vale a dire una situazione che non si lascia definire né come identitaria, né come relazionale né come storica. L’inferno è un tema che non è un tema, ma un incubo, nel senso violento di quell’ossessione – alla latina – che ci trascina a letto e ci stupra.
  1. L’inferno, se c’è, non è una realtà, ma una possibilità reale. E forse è questa la ragione per cui non lo si vuole, non lo si cerca, non lo si desidera, non lo si spera, eppure se ne parla. Anche chi non se ne dà pensiero o, per lo meno, dichiara di non esserne convinto, sembra non riuscire a cancellarne le tracce né a sottrarsi al suo fascino. D’altra parte, le produzioni sull’inferno – libri e soprattutto film – non registrano cali, ma imperversano e continuano ad intrigare.

Ora, una cosa che non vogliamo, che non auguriamo a noi stessi né ad altri non è forse ciò di cui abbiamo paura? L’eventuale che ci raggiunge come ammonimento o ipotesi di deterrenza? Se è così, più che sulla valenza dell’inferno, non dovremmo allora discutere sulla sua capacità di deterrenza, sulla convenienza o meno della paura che incute?

  1. L’inferno, se c’è, non è fuoco, ma fumo alla maniera di quella tetra nube che – come nell’Apocalisse – avverte i credenti di stare lontano dal franare come Babilonia, la grande meretrice. Fumo di un fuoco ancora una volta ‘non visibile’ che ci raggiunge persino nelle forme più semplici ed attenuate del “fa’ attenzione”, “guardati dal”, un “Guai!” che esala dal sottosuolo occulto di proverbi allegri solo in apparenza: dal “ride bene chi ride ultimo” al “vizio non punito cresce all’infinito”, dal “non ride sempre la moglie del ladro” al “Dio aspetta a lungo, ma castiga bene”. Insomma, un fumo paradossale, in quanto ‘realtà’ di un fuoco solo ‘possibile’. Fumo dell’inferno che potrebbe anche essere il segno che l’inferno sta andando in fumo. Fumo di speranza, dunque, perché è l’ultimo residuo non solo del male, ma dell’inferno stesso. Perciò fumo che – come è scritto – fa esultare e cantare ‘Alleluja’ (cf Ap 19,3).
  1. L’inferno, se c’è, è per coloro che, mancando di immaginazione, trovano rifugio nella realtà. E qui la ‘realtà’ è anzitutto la vita o l’esistenza credente segretamente costruita o addirittura progettata sotto le sollecitazioni sotterranee e le scosse telluriche di una teologia del terrore.
  1. L’inferno, se c’è, ha a che fare con la ‘seconda morte’. E qui la questione diventa assai spinosa e specialistica da richiedere a chi pensa e predica l’inferno corsi di recupero e di aggiornamento su questo argomento dimenticato, ma di capitale importanza e di non facile soluzione. Si rileggano le belle pagine del De Civitate Dei su questa strana morte che è ancora vita e su questa vita che è come morta.

Per essere tale, l’inferno deve essere pensato come una sofferenza che non annuncia la morte, come un dolore che maledice, senza fine, la fine che mai verrà. Da un lato, certezza dell’impossibilità che qualcosa possa finire; dall’altro, la controprova che la morte, a conti fatti, non risolve un bel niente, dato che è la sofferenza ad imporsi come eterna. Athanasia. È significativo, a tal proposito, che Tommaso d’Aquino abbia fiutato la difficoltà a pensare l’inferno come eterno (diversamente dal dogma) tanto da scrivere: in inferno non est vera aeternitas, sed magis tempus (S. Th, Iª q. 10 a. 3 ad 2): nell’inferno non vi è vera eternità, ma piuttosto un tempo lunghissimo.

  1. L’inferno, se c’è, deve necessariamente avere a che fare col vangelo. Perché sia cosa seria e degna di interesse, l’inferno deve in qualche modo intercettare, per lo meno in qualche punto, la buona notizia di Gesù Cristo. Non è necessario aggiungere altro.
  1. L’inferno, se c’è, trascina con sé la ‘questione Dio’. E il trascinamento resta necessario anche ammettendo la cosiddetta teoria dell’autogiudizio oggi recepita nel Catechismo (n. 1033) secondo cui non sarebbe Dio a condannare, ma il dannato ad auto-escludersi. Ma è difficile liberarsi dal sospetto che tale soluzione non sia che un inutile e non risolutivo largo giro che, alla fine, porta al medesimo vicolo cieco. E ciò perché il nucleo del problema è tutto nella questione della grazia di Dio, la quale – come sappiamo e crediamo – non dipende dalla disponibilità del soggetto umano. Non si può pensare di meritare il paradiso allo stesso modo e nello stesso senso con cui si merita l’inferno senza scuotere dalle fondamenta la teologia della grazia.

L’idea di un inferno come autoesclusione risulta assai fragile e avventata: in primo luogo perché porta all’assurdo di una “comunità degli autoesclusi”; e, in secondo luogo, perché è possibile solo se si riconosce a Dio soltanto, seppure in via minima, il diritto di pretendere solo dagli altri la facoltà di cambiare idea. Ma – ecco il punto – può un Dio rimangiarsi la parola data, cioè tornare ad anteporre il diritto alla grazia, schierandosi di nuovo dalla parte dei sani e non dei malati, dalla parte dei giusti e non dei peccatori o degli autoesclusi? Può Dio banchettare lautamente coi beati senza lasciar cadere neppure una briciola per i cagnolini che stanno sotto la tavola?

  1. L’inferno, se c’è, non può prescindere dalla ‘questione perdono’, nel senso che concerne il perdono non solo come suo limite o negazione, ma anche come sua condizione di possibilità. Il che, parafrasando J. Derrida, significa: la questione dell’inferno può essere posta se (e solo se) esiste l’imperdonabile. E qui il punto cruciale del discorso sta nel domandarsi se il perdono possa essere sensatamente pensato secondo logiche di reciprocità o di giustizia reciproca. Ebbene, come è normale che sia, se il perdono sovverte tali logiche è chiaro che non ha alcun senso il darsi di un inferno. Il perdono, infatti, è la chiara e incontrovertibile negazione dell’inferno. Di contro, se esiste qualcosa di imperdonabile, allora l’inferno non solo è necessario, ma ovvio.
  1. L’inferno, se c’è, è dunque l’imperdonabile, ma in quanto inizio e condizione del perdono. Infatti, se l’imperdonabile è la condizione di possibilità del perdono, allora può darsi il caso che il perdono cominci proprio in relazione all’inferno, cioè inizi proprio là dove sembrerebbe venire a mancare, dove si manifesterebbe come impossibile. Guarda caso, proprio come nei racconti del vangelo!
  1. L’inferno, se c’è, non può essere il nome di qualcosa, ma la non cosa del nome, ciò che non può essere detto e che, ciononostante, si dice e continua ad essere detto. In definitiva, regno delle potenze impotenti, cioè il non-potere assoluto, là dove, anche volendolo – lo si è detto – non si può neppure morire. Il non-luogo di una ossimorica morte eterna, situazione dell’eternità della morte senza fine. Morte eterna: non dell’essere morti, ma del non poter morire.
  1. L’inferno, se c’è, non può essere la condizione di un io nel trionfo dell’autonomia assoluta o assurda, l’onnipotenza di un soggetto sovrano e radicalmente ‘solo’, così immanente a se stesso da auto-consumarsi; soggetto senza con-dizioni, cioè senza che nient’altro sia dato assieme ad esso, senza accordo perché mancante dell’altra parte. Un io a tal punto im-posto (collocato in sé) da non poter essere altrimenti. Auto-appropriazione di sé sino all’auto-combustione, posto da sé e in sé nel non-poter-non-bruciare, cioè affrancato radicalmente da quella responsabilità che ci fa umani.

È difficile sostenere che la libertà umana possa fondarsi addirittura nella propria autoesclusione, cioè in una sorta di ab-soluto in sé che prescinda da ogni alterità. Detto alla buona, non può darsi, senza contraddizione, una radicale autonoma assoluta responsabilità di autoesclusione. La responsabilità si dà sempre e solo all’interno di un rapporto. Pur ammettendo – ma la cosa è assai improponibile – che si possa rispondere solo di sé, vero è che si risponde sempre per o davanti a qualcuno o, per lo meno, di o rispetto a qualcosa. Ragione per cui l’idea di un inferno per autocombustione è assolutamente inammissibile, oltre che inimmaginabile.

  1. L’inferno, se c’è, è l’inabitabile. Spazio o, meglio, non-luogo senza vie d’uscita, situazione da ipotizzare come priva della benché minima chance di poter rispondere. Perciò inagibile: condizione di sempiterna sopravvivenza, ma senza che un qualche ‘appello’ (nel suo doppio senso) possa risuonarvi. E anche impossibilità a poter ri-prendere qualcosa. Figura prima facie dell’inimmaginabile o, meglio, non-figura dell’inimmaginabile. Luogo dell’in-definitivo o, come si diceva, della fine che non finisce. Interminabile e in(de)terminabile, fissato all’istante del fermo-immagine (tota simul) di una morte che non sopraggiunge e che mai lo potrà poiché non c’è più una vita che possa avvenire o magari con cui potersi scontrare, perché già (av)venuta. Inabitabile come la pienezza di un vuoto indifferente, pre-ludio senza giochi possibili, caparra del niente.
  1. L’inferno, se c’è, comporta il giudizio in quanto ‘buona notizia’. Mi spiego: se c’è, l’inferno non può che essere motivo di consolazione. E ciò nella misura in cui non ci fa temere il giudizio, bensì ci porta a desiderarlo. Il fatto di dover essere alla fine giudicati è, infatti, motivo di profonda gioia e non ragione per intristirsi nel temere il tremendo verdetto finale. Non si può essere che contenti perché a giudicarci sarà proprio Gesù Cristo, il “Giudice dei vivi e dei morti”, dal quale, visti i precedenti (Giuda, Zaccheo, l’adultera, i crocifissori, …), non possiamo che aspettarci una clemenza incondizionata e immeritata. Di conseguenza, l’inferno, se c’è, non può esserlo a tal punto da rendere vana la croce di Cristo come canta nella speranza persino il terribile e minaccioso Dies Irae: quando tutto ciò che è nascosto sarà svelato, tanto lavoro – cioè l’opera di Cristo – non sia cancellato o reso inutile: “tantus labor non sit cassus”.
  1. L’inferno, se c’è, può essere solo ‘per me’, ma in nessun modo ‘per gli altri’. Su questo H. U. von Balthasar ha scritto pagine insuperabili e insuperate, a cui si rimanda (Sperare per tutti con l’aggiunta di Breve discorso sull’inferno).
  1. L’inferno, se c’è, non deve poter esibire nulla di umano. Da qui l’urgenza di dare alla fede ciò che è della fede e all’arte ciò che è dell’arte. Senza mettere in discussione l’eccellenza poetica di Dante, bisogna cominciare a ritenere che il suo Inferno – che è poi la commedia che tutti abbiamo in testa – non è di nessun aiuto alla fede e alla vita cristiana: è un luogo umano, troppo umano. E ciò perché il suo inferno è ancora troppo simile ad una triste scena di soggiorno umano, là dove i personaggi, sebbene dannati, continuano persino a parlare e a parlarsi, a gridare il proprio dolore, a ricordarsi e risentire il peso delle colpe commesse.
  1. L’inferno, se c’è, è questione di responsabilità e non (solo) di libertà. Chi mi ha creato senza di me non può, senza rendersi colpevole, lasciarmi assolutamente libero e solo con me stesso dinanzi alla decisione ultima. Chiederebbe alla libertà ciò che la libertà non può, vale a dire la possibilità di auto-fondarsi senza essere implicata nella responsabilità. Il che significa: non si può discorrere dell’inferno – e quindi sul peccato e sulla colpa – senza rivedere radicalmente il rapporto tra libertà e responsabilità. D’altra parte, non pare possa darsi un peccato senza la consapevolezza della propria responsabilità; non si può essere peccatori senza aver apportato ‘danno’ ad altri e, quindi, senza risponderne davanti ad essi.

Più che automatismo della libertà, il peccato è un deficit o un vulnus che attacca e contagia la responsabilità. Da qui la domanda: c’è un limite al perdono o il perdono comincia ad avere un senso solo quando si va ‘oltre ogni limite’? Perché escludere a priori una sorta di eccesso – una ‘follia’ direbbe l’Apostolo – cioè un perdono senza ragione e senza ragioni? È davvero possibile sostenere la priorità della libertà sulla responsabilità o non è più logico ammettere giusto il contrario? Detto per l’ennesima volta alla buona, siamo fallibili e peccatori perché liberi o perché responsabili?

  1. Dell’inferno, se c’è, ne vedremo insomma delle belle. Nel frattempo mi rincuora, e non poco, il fatto che vi sia disceso il Figlio ma per una straordinaria ragione di speranza, come è detto in un testo impegnativo, ma dalla traduzione controversa per via di un ambiguo, ma risoluto e risolutivo singolare: “salendo in alto ha imprigionato la prigionia” (Ef 4,8).

ENDOXA - BIMESTRALE TEOLOGIA

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