DIALOGO SUL DÉJÀ VU

theodor-adorno-youngULISSE DOGA

GAETANO FIORIN

Ulisse: Caro Gaetano, rileggendo il saggio di Adorno su Walter Benjamin, mi sono imbattuto in un termine – il déjà vu – che illumina in modo piuttosto singolare l’argomento delle nostre ultime chiacchierate, ovvero il rapporto fra lingua e concetto, fra linguaggio e filosofia. Dice Adorno che la soglia ineliminabile fra coscienza e cosa in sé è superabile in due modi: da un lato considerando la verità non come adequatio rei et intellectus, ma come il prodotto del loro rapporto (la dialettica hegeliana), dall’altro come il dissolversi dell’intenzione soggettiva nell’oggetto. Questa seconda ipotesi ti sembrerà piuttosto astrusa, e infatti è il tipico procedere non del filosofo, ma del critico letterario che tanto più penetra nell’opera d’arte quanto più annulla le sue categorie classificatorie al fine di coglierne il segreto. Adorno chiama questo annullarsi del soggetto una “seconda sensibilità” che non vuole afferrare intenzionalmente, ma tastare, fiutare, gustare il suo oggetto; egli afferma che tale riduzione della distanza fra soggetto e oggetto (una riduzione che tutti noi facciamo o possiamo fare nel caso dell’esperienza estetica, quando insomma ci “lasciamo andare”) “istituisce al contempo il rapporto con una prassi possibile”, ovvero ci fa balenare davanti agli occhi, ci fa capire che esiste un modo di vivere e conoscere il mondo libero da ciò che egli definisce “dominio”, “controllo”, “violenza” del soggetto sull’oggetto. Ma ecco qui il termine che ti dicevo, l’illuminazione improvvisa di quanto l’argomentare filosofico fatica sempre a circoscrivere: questa prassi possibile, questa utopia della conoscenza, è “quel che l’esperienza ritrova oscuramente e senza obiettività nel déjà vu”. Il déjà vu, in altre parole, è un’esperienza irrazionale, misteriosa, ma a portata di tutti, del fatto che la verità non è né adequatio, né prodotto del soggetto, ma che essa è già lì da sempre e che può essere solo “ricordata”, come già insegnava Platone all’inizio della nostra tradizione. Si tratta in sostanza di capire come “recuperare” questo ricordo e qui torniamo agli argomenti delle nostre chiacchierate: come “dire” questa sfera di sogno? Che strumenti abbiamo per raccontare questa verità misteriosa? 

Gaetano: Caro Ulisse, la mia prima intuizione, da linguistica, è che la riflessione sul linguaggio ci porti a dare una risposta negativa alla domanda se è possibile “dire” il déjà vu. Tendo a pensare, in prima istanza, che la struttura profonda del linguaggio non permetta una riflessione libera da una qualche forma di categorizzazione esercitata dal soggetto parlante sull’oggetto di cui parla. A mio avviso, il linguaggio ci porta necessariamente ad organizzare ciò di cui parliamo intorno a categorie prestabilite e, in larga misura, arbitrarie. Faccio un esempio. Tutte le lingue del mondo distinguono, necessariamente, i loro nomi comuni in due classi: nomi numerabili e nomi massa. È importante chiarire subito che questa distinzione è utilizzata dai linguisti con il preciso scopo di catturare le differenze grammaticali tra queste due classi di nomi. I nomi numerabili, per esempio, possono essere resi plurali e modificati con un numerale. Così “una sedia” diventa “due sedie”. I nomi massa non permettono nulla del genere, non sono né pluralizzabili né numerabili. Quindi “il latte” non può diventare né “un latte” né “due latti”. I numerabili si possono combinare con determinanti come “ciascuno” e “ogni”, ad esempio, “ciascuna sedia” o “ogni sedia”, ma i nomi massa non possono. Ora, sulla base del confronto tra nomi come “sedia” e “latte”, potremmo essere tentati di dire che la distinzione in questione ha a che fare con il tipo di oggetto a cui i due nomi si riferiscono. Le sedie sono oggetti che hanno una loro struttura unitaria, hanno confini materiali ben precisi e sono, per loro natura, numerabili. Il latte, viceversa è una massa, una sostanza indistinta e divisibile. È un’idea intuitiva, eppure non corretta: ci sono nomi che, pur comportandosi grammaticalmente come nomi massa, non assomigliano affatto al latte quando li osserviamo dal punto di vista costitutivo, pensa a nomi come “mobilio” o “equipaggio”. Ci sono poi coppie di nomi che pur riferendosi a oggetti che troviamo intuitivamente simili in costituzione sono classificati in modo diverso dal punto di vista grammaticale. Ad esempio, “riso” e “pasta” sono nomi massa mentre “spaghetto” o “lenticchia” sono numerabili. Così “aglio” è massa ma “cipolla” è numerabile. Queste osservazioni diventano ancora più interessanti quando confrontiamo lingue diverse. Per esempio, l’italiano “capello” è numerabile ma l’inglese “hair” e lo spagnolo “pelo” sono massa. Interessante che, comunque, esiste un equivalente massa anche in italiano: “peluria”. La “fragola” è numerabile in italiano ma la sua controparte russa, “klubnika”, è massa. “Posata” è numerabile in italiano ma l’inglese “cutlery” è massa. Come se non bastasse, la distinzione si applica anche a nomi astratti: “odio” è massa ma “informazione” è numerabile, anche se poi scopriamo che in inglese “information” è massa.

Considerazioni come queste, tra molte altre, ci fanno pensare che l’uso di un nome, un qualunque nome, e più in generale, di un qualunque simbolo linguistico, impone necessariamente una categorizzazione. Questa categorizzazione, però, non è giustificabile ontologicamente. Il fatto che un nome sia massa o numerabile non è, nel più dei casi, predicibile sulla basa delle proprietà costitutive dell’oggetto cui si riferisce. Per lo più, la decisione di classificare un nome come massa o numerabile è il prodotto di una convenzione linguistica. Insomma, il linguaggio organizza la realtà di cui parla e non può fare a meno di farlo. Parlare significa, necessariamente, classificare. Se, dunque, il linguaggio ci permette di rivedere, come in un déjà vu, una realtà più pura e indomita, lo fa viziandola inevitabilmente, imbrigliandola in categorie necessarie eppure arbitrarie.

Detto questo, mi chiedo però se questa sia davvero un limite inevitabile. In effetti, la classificazione grammaticale dei nomi non sembra avere necessariamente un impatto sul modo in cui i soggetti concettualizzano le cose. Faccio un esempio. È stato proposto che i nomi massa si riferiscono ad oggetti concettualizzati come infinitamente divisibili. Come vedevamo, se divido una massa di latte in due masse, ottengo due masse sempre di latte. Ora, qualunque chimico sa bene che questo concetto non va preso troppo sul serio, perché non si può applicare algebricamente. In effetti, se prendiamo del latte e continuiamo a dividerlo senza mai fermarci, ci troveremo prima o poi al livello delle molecole. A quel punto, spezzare la molecola, significherà non avere più latte. Il punto a cui voglio arrivare è che un parlante dell’italiano con competenze sufficientemente avanzate di chimica è perfettamente cosciente che il latte non è infinitamente divisibile. Eppure, questo non influisce minimamente sulla sua capacità di usare il nome “latte” in modo grammaticalmente corretto, cioè come un nome massa. La mia impressione è che è come se il linguaggio ci imponesse una classificazione ontologica degli oggetti di cui parliamo ma, al contempo, non ci richiedesse affatto di prendere tale classificazione sul serio. È come se il linguaggio ci dicesse: se vuoi parlare di mobilio, concettualizzalo come una massa infinitamente divisibile, ma poi sentiti libero di pensare allo stesso oggetto nel modo che ti pare. Uso un ulteriore esempio. Immagina di dover comunicare con una creatura che distingue le forme ma non i colori. Il tuo scopo è quello di riferirti a tre oggetti uguali per forma ma diversi per colore. Ovviamente non puoi usare i colori come il tratto utile al tuo sforzo comunicativo. Una soluzione è quella di modificare la forma dei tre oggetti, così da renderli diversi e riconoscibili dal tuo interlocutore. La classificazione in termini di forma è del tutto arbitraria. Non ha niente a che fare con i tratti che sono rilevanti, dal tuo punto di vista, per distinguerli. Eppure, ti permette di classificarli in un modo comunicabile. Il linguaggio sembra fare qualcosa di simile. Categorizza ciò di cui parla ma lo fa a solo scopo comunicativo. L’apparato di proprietà sulla base delle quali classifica ciò di cui parla non è vincolante concettualmente.

Nell’ambito della nostra discussione, queste conclusioni non sono completamente positive ma nemmeno completamente negative. Necessariamente, il linguaggio filtra la realtà attraverso una suo modello di categorie. Per quanto sia arbitrario, questo modello finisce col viziare il mondo misterioso, indomito e incontrollato cui Adorno sembra ambire. La domanda, quindi, è: Possiamo concepire un modo per neutralizzare la forza categorizzante del linguaggio? O, forse, esistono altre forme di comunicazione più adatte a svolgere questo compito?

Ulisse Dogà: la tua argomentazione, dopo aver portato abilmente la questione verso un vicolo cieco, cerca tuttavia di trovare uno spiraglio, o per lo meno ti chiedi se è possibile sfuggire al potere categorizzante del linguaggio. Chiedendoti alla fine se ci sono “altre forme” linguistiche (di comunicazione) non determinate dall’ossimoro che hai descritto di una necessaria arbitrarietà, lasci per lo meno il dubbio che ci si possa pensare o sperare. Come studioso di letteratura sarebbe troppo fazioso, anzi ingenuo, risponderti che sì, ci sono “altre forme” che non sono forme linguistiche di semplice “comunicazione”, ma di pura “espressione” e che sembrano più adatte a dire ciò che apparentemente, ovvero dal punto di vista della lingua standard di comunicazione, sembra impossibile indicare: forme cioè che non ricadono immediatamente nel binario della necessaria chiarezza e univocità di significato (arbitrario), necessarie al dialogo fra parlanti al fine di scansare inutili equivoci sul piano della comunicazione; forme che si sforzano di “segnare” ciò che sembra appunto indicibile, portando così avanti l’evoluzione espressiva di una lingua o spostando il limite di ciò che è dicibile “creando” nuovi rapporti ossimorici di necessarie arbitrarietà. Insomma, certamente quello che indichi è un “fatto” della lingua, ma potremmo classicamente argomentare che la lingua non è un fatto “statico” e che la creatività dei singoli e dei gruppi sposta, movimenta di continuo ciò che sembra irremovibile o legge eterna. Dicevo, “potrei” così argomentare, ma non lo voglio. Non voglio cioè ricadere nel cliché di una lingua espressiva che sa o può aggirare le secche (linguistiche e ontologiche) della lingua standard. Quello che trovo interessante del fenomeno del déjà vu è che non è semplicemente un fenomeno irrazionale, non appartiene del tutto all’ambito dello sconosciuto e indeterminato, ma come improvviso e inaspettato “ricordo” deve avere a che fare in qualche modo con ciò che abbiamo già vissuto. Questo “già vissuto”, reale o immaginario che sia, in quanto vissuto è in noi già mediato dal linguaggio nel momento in cui ci appare “nuovamente”, altrimenti non potremmo nemmeno vederlo, sentirlo, percepirlo e “ri-conoscerlo”. In qualche modo ci riappare come suono, immagine, parola, insomma ci riappare come linguaggio, come mediato dalle forme linguistiche, e solo così posso instaurare una relazione fra presente e passato, posso creare il fenomeno del déjà vu. Dire il déjà vu non significa allora cercare di dire una cosa del tutto sganciata dal reale e dalla mia esperienza cui dovrei io per primo dare creativamente un nuovo segno arbitrario e necessario, ma significa ripensare ciò che è accaduto (e quindi era già stato “segnato”) nuovamente: il passato “segnato” mi ricompare e ricomparendomi in modo sorprendente mi chiede di liberarlo dal rapporto arbitrario e necessario cui lo avevo costretto. Il più grande interprete del déjà vu è stato naturalmente Marcel Proust. Ma ecco, nella sua Recherche, per dire l’esperienza del déjà vu non si ricorre certo a nuovi nomi, a nuove formule “che mondi possano aprirci”, per parafrasare Montale, ma ci si impervia in un lunghissimo cammino di descrizione e analisi del fenomeno, costringendo il linguaggio a un tentativo di circoscrizione mai avvenuto prima e probabilmente mai più replicabile in queste dimensioni e, consentimi, “bellezza”. Il fenomeno del déjà vu, in letteratura, ci mostra proprio come la lingua letteraria non sia “altra” dalla lingua standard, cioè non sempre e per forza, ma può essere una sorta di lingua standard elevata a potenza, che diventa espressione creativa non cercando la diversità e l’originalità rispetto alla nostra comune lingua di comunicazione, ma forzandola, sfruttandola e consumandola dall’interno, finché quel rapporto di necessaria arbitrarietà che hai così ben descritto sia del tutto trasparente, del tutto funzionale, del tutto “temporale” e in movimento. A tal punto in movimento da permettere “nuovi” rapporti, lessicali, sintattici e semantici. Mi viene allora da pensare che il déjà vu non è quanto di più lontano dal linguistico, come mi sembrava all’inizio e come ho tentato di presentartelo, ma quanto di più linguistico possiamo immaginare, un fenomeno linguistico al quadrato.

Gaetano: la tua proposta è estremamente interessante. Il déjà vu richiederebbe non tanto di dimenticare il linguaggio e il suo operato categorizzante per scoprirvi al fondo una realtà originaria pura ma, piuttosto, coscienza linguistica – la capacità di guardare il linguaggio negli occhi, per quello che è, riconoscendone con lucidità la sua forza formale, rendendola apparente e trasparente. L’arbitrarietà della classificazione linguistica non sarebbe più, dunque, ciò che ci impedisce di raggiungere il déjà vu ma, piuttosto, un volano creativo verso di esso. Questa conclusione mi affascina, ma mi sembra agli antipodi con l’idea di déjà vu di Adorno, da cui eravamo partiti. Per Adorno il déjà vu è un ricordo. L’idea che emerge dal nostro dialogo è che il déjà vu sia, piuttosto, uno sforzo creativo, una proiezione oltre il linguaggio, non prima di esso.

Ulisse Dogà: la tua impressione mi sembra giusta, date le mie premesse o come ti avevo presentato io brevemente la posizione di Adorno; tuttavia a ben guardare il discorso in Adorno sul déjà vu è complesso: da un lato sì, il déjà vu è, non solo in Adorno, ma in generale, una sensazione, un’esperienza assolutamente particolare, rara, quasi mistica e dunque apparentemente lontana dal linguistico, per esprimerci con Wittgenstein – e in questo senso sembrerebbe cadere sul déjà vu un divieto di descrizione ed espressione: “su ciò di cui non possiamo parlare, dobbiamo tacere”. Dall’altro, come ci mostra proprio Adorno in più luoghi, lo scopo di alcuni fra i maggiori artisti del Novecento è, contro ogni divieto “logico-linguistico”, proprio cercare di rendere dicibile ciò che apparentemente si rifiuta al linguaggio; Proust, Kafka, Beckett, Schönberg, Mahler, rendono attraverso la loro arte “disponibile” e “collettiva” l’esperienza singolare e inesprimibile del déjà vu. Il punto è che proprio un pensatore come Adorno, che ci porta così a fondo nella riflessione sul déjà vu, non ha approfondito le implicazioni “linguistiche” di alcune sue posizioni estetico-filosofiche. Qui io direi che potremmo invece continuare a sviluppare il nostro tema nella direzione che tu indichi: il semiotico e il linguistico non come limite invalicabile oltre il quale vi sono esperienze non dicibili, ma come mezzo di continua e perseverante illuminazione. Il fatto di non essere partiti da presupposti concettuali, ma, adornianamente, di esserci addentrati dialogicamente nell’oggetto del nostro discorso ci ha fatto scoprire che forse il déjà vu, il ricordo, è per noi sì balenamento improvviso della verità, ma solo nella misura in cui questa verità ci mostra un appiglio linguistico, una sua faccia o dimensione dicibile, una richiesta di interpretazione o decifrazione.


ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA LINGUISTICA

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