VENDETTA E RICONCILIAZIONE: UNA MERA QUESTIONE ECONOMICA?
ALESSANDRO DORIA
Se presi alla sprovvista e un intervistatore qualsiasi per strada ci chiedesse quale potesse essere la scelta più adatta per ciascuno di noi tra vendetta e riconciliazione, credo di non sbagliare nel pensare che la nostra risposta si indirizzerebbe verso la riconciliazione, almeno nella maggior parte dei casi. A tutti gli effetti, l’istinto ci aiuterebbe ad orientare la nostra risposta verso la direzione di ciò che ci appare più buono e che più facilmente si inserisce all’interno del retroterra culturale cristiano che permea da secoli la nostra cultura europea.
Ciò nonostante, le nostre vite sono spesso caratterizzate da quelle che Galimberti definisce la gioia delle piccole vendette quotidiane.
Qual è il motivo per il quale viviamo questa contraddizione ?
Come primo passo, cominciamo a definire come la psicologia intenda il concetto di vendetta.
Essa appare fungere quale meccanismo riparativo per la nostra psiche, riportando in equilibrio la relazione con l’altro, ossia con colui che ci ha causato un danno. Non a caso, il simbolo della giustizia è la famosa bilancia con i due piatti.
In termini molto semplificati, la nostra psiche sembra funzionare come un ragioniere e il danno subito comporta perciò l’apertura di un “credito” nei confronti della persona che ci ha arrecato l’offesa. La logica del primato economico è quindi alla base del funzionamento di molte nostre relazioni.
A questo punto, proviamo a capire quali risposte si evidenziano nel momento in cui un individuo subisce un torto e come esse si inseriscono in questa logica umana.
Le possibilità sono le seguenti: l’individuo reagisce istintivamente o nel tempo vendicando il torto subito in modo autonomo o affidandosi alla giustizia, ossia alla legge.
A fronte di un danno subito, l’individuo risponde quindi provocando a sua volta un ulteriore danno, equilibrando così la partita doppia che si era generata.
Un’ulteriore possibilità, è quella in cui l’individuo riesca ad andare oltre al torto subito, perdonando il malfattore, affrancandosi dalla relazione che aveva precedentemente con lui.
Un’ultima possibilità, infine, è quella in cui l’individuo riesce a compiere un percorso che lo porta a riconciliarsi con la persona e gli renda possibile riprendere la relazione dal punto in cui era stata interrotta dall’evento dannoso.
In questi casi, l’individuo accetta di chiudere la partita doppia azzerando il “debito”, o, per meglio dire, non considerandolo più come tale.
In tutti e tre i casi, si noti che l’azione è in mano alla persona danneggiata, che può decidere se e come rivalersi, in autonomia e libertà.
Nel primo caso, ovverosia nel caso della vendetta compiuta in modo autonomo, una possibilità è che essa risulti proporzionata al valore del torto subito, ovverosia che l’individuo reagisca al danno facendo ricorso a quelle piccole vendette che Nietzsche considerava appartenenti all’umano. Esiste però anche la possibilità che la piccola vendetta ecceda il valore del danno e finisca per innescare un circolo vizioso di vendette reciproche che non chiuderanno mai la partita, fino al punto di degenerare in vere e proprie guerre.
La legge interviene in queste diatribe definendo una volta per tutte l’entità della pena che deve essere pagata per bilanciare lo squilibrio generato. Nei casi di perdono e riconciliazione, invece, la persona danneggiata decide nella sua libertà di rinunciare in modo unilaterale alla possibilità di rivalsa che, nel caso della riconciliazione, va intesa anche come possibile ripresa della relazione.
Ora, questo meccanismo economico sembra descrivere perfettamente quelle situazioni che prevedono dei danni “perdonabili” o, per lo meno, gestibili dal punto di vista giuridico.
Ma è pensabile ragionare alla stessa stregua quando ci si trova di fronte al cosiddetto “male radicale”, ossia a quel male che fuoriesce dai nostri parametri morali e giuridici ?
Questo tema è stato affrontato nel corso dell’ultimo secolo da alcuni autori, in particolare mi sembra che sia utile riferirsi ad Hannah Arendt. Qualche anno dopo gli eventi catastrofici della seconda guerra mondiale culminati con la shoah, l’autrice iniziava a riflettere sulle possibilità di perdono e riconciliazione a fronte dei tragici eventi dei quali si cominciava negli stessi anni a prendere coscienza della gravità.
Dopo aver approfondito i meccanismi logici entro i quali vendetta e riconciliazione devono essere considerati, la Arendt affrontava il problema della condanna a morte di Rudolf Eichmann, il contabile nazista condannato all’impiccagione per aver contribuito alla deportazione, alla messa in schiavitù e al genocidio del popolo ebraico. Per l’autrice, non poteva esserci una scelta diversa da parte del tribunale israeliano stante il fatto che l’omicida aveva dimostrato la mancanza di un pensiero critico che lo rendesse consapevole della follia delle sue azioni. La domanda che si pone è quindi la seguente: la morte del gerarca nazista è risultata sufficiente a compensare le morti di milioni di persone nei campi di concentramento, ovverosia basta sacrificare la vita del malfattore per riequilibrare il danno creato dallo stesso quando l’azione negativa risulti così spropositata, impensabile e, per molti versi imperdonabile ?
In queste fattispecie di mali così radicali, penso si possa affermare che la vendetta non appare più come una questione contabile in grado di riportare in equilibrio la psiche della vittima, ma, la vendetta, operata attraverso i meccanismi della legalità, diviene la forma per ovviare al fatto che “nessuno stato in guerra possa compiere atti ostili tali da rendere necessariamente impossibile la reciproca fiducia in una pace futura”, così come affermato da Kant. Vale per le nazioni, ma vale anche nelle relazioni umane.
Esiste poi una possibilità di perdonare mali così radicali da poter andare oltre, anche se non c’e’ stato alcun segno di pentimento ?
Nel corso degli ultimi decenni del secolo scorso, ci sono stati casi nei quali i malfattori sono stati perdonati dei loro abomini. Basta riferirsi ai processi che seguirono l’apartheid in Sud Africa per conoscere e comprendere come il perdono di qualcuna delle vittime sia stato in grado di contribuire a riconciliare, almeno parzialmente, una nazione che appariva fortemente provata e divisa.
Il tempo e una condizione di grazia, che per il cristiano ha origine in Dio, e che in ogni caso porta in sé un carattere che supera e si oppone alla logica economica, possono aiutare a perdonare chi ha commesso azioni che nel sentire comune, consideriamo imperdonabili.
Ma l’azione, come dicevamo, spetta solo alle persone e alla loro libertà, che non sono un fatto contabile.
ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA Alessandro Doria Endoxa maggio 2025 Riconciliazione Vendetta
