CONVERSATIONAL TRAINING

VITTORIO BALDINI

DCIM100GOPRODa anni il sonno di Marina era così leggero che bastava un rumore insolito, anche lievissimo, o l’impercettibile cambiamento di luce dell’alba, per svegliarla. Dalla qualità della penombra capì che quella sarebbe stata una mattina serena. Allungò le dita incurvate dall’artrosi verso il corpo caldo che, da sopra la coperta, premeva contro la sua gamba destra. Appena lo incontrò, Greta iniziò a fare delle fusa così rumorose che a Marina venne quasi da ridere.

Sei il mio trattore, sei

disse con il cuore istantaneamente pervaso da un amore assoluto. Poi la sollevò delicatamente e se la mise sul petto per illustrarle i progetti della mattina. Le disse che sarebbe andata a fare allenamento, per prima cosa, e che le avrebbe procurato un pescino freschissimo. Poi avrebbero fatto una bella colazione e solo dopo, con calma, sarebbe andata a fare la spesa per poi preparare il pranzo. Sorrise di nuovo, per aver detto “allenamento”. Lo chiamava così da quando aveva conosciuto Luca. Le era subito piaciuto, Luca. Lo aveva incontrato sul lungomare, dove andava talvolta a camminare da quando il suo medico, il dottor Bruni, le aveva raccomandato un po’ di attività fisica. Ricordò Luca che le rivolgeva per la prima volta la parola e si alzò dal letto con l’immagine di quell’uomo intento a combattere con una terribile balbuzie. Marina era sempre stata timida, soprattutto da giovane, e ne aveva sofferto molto. Ora non più, ora si sentiva molto più libera, anche in questo. Tuttavia era rimasta in lei una speciale vicinanza, una speciale attenzione per chi le appariva, per una qualche ragione, vulnerabile.

Buon giorno signora Marina

Buon giorno Claudio

Ecco il giornale; c’è anche il libro, lo prende?

Si Claudio, grazie. Vediamo che notizie ci sono

Andiamo a correre anche oggi?

Certo Claudio, le olimpiadi sono alle porte

Claudio sorride, mentre porge a Marina il resto e l’aiuta a mettere giornale e libro nello zaino. Anche lo zaino e le scarpe da ginnastica erano parte dei consigli di Luca.

Non è possibile camminare davvero con la borsetta e i tacchi

Marina se la ricordava bene quella frase, detta mentre Luca, con la coda dell’occhio, controllava gli esercizi di stretching di due suoi allievi. Non era stata pronunciata facilmente. Soprattutto il “davvero” aveva richiesto un certo sforzo e diversi tentativi. Per quel motivo, forse, le era rimasto particolarmente impresso. E ci aveva poi riflettuto, durante il giorno. Si poteva camminare, e camminare davvero. Doveva essere senz’altro così. Scesa dall’autobus, si diresse verso la panchina più vicina e si sedette per cambiare le scarpe. Il mare, già a pochi metri dalla riva, era increspato dalla brezza fresca che scendeva dall’altopiano. Marina mise le scarpe da città in un sacchetto e poi nello zaino, e si alzò. Era pronta. Iniziò a camminare lentamente in direzione del castello, ascoltando i segnali del suo corpo. Le facevano male quasi tutte le articolazioni, ma sapeva che quel fastidio si sarebbe presto attenuato. Si concentrò sui passi, avendo cura di appoggiare a terra ogni parte del piede, come le aveva mostrato Luca. Prima il tallone, poi la pianta, poi l’avampiede, oscillando bene le braccia. Si ricordò di tenere la schiena diritta. Sapeva che doveva pensarci anche durante il giorno, ma questo non le veniva così spontaneo e si sorprendeva spesso con le spalle ed il collo piegati in avanti. Accelerò un poco. Questa era stata forse la scoperta più grande. Luca la chiamava “intensità”. Ora sapeva bene cosa significava. E sapeva come regolarla. E soprattutto sapeva – e questo l’aveva colpita moltissimo – che l’intensità giusta è una condizione di equilibrio. Un limite. Un confine. Mentre respirava l’aria frizzante, Marina pensò ai confini. A quelli dello spazio e del tempo. A quelli degli uomini e a quelli della sua giovinezza, sconvolti dalla guerra.

Buongiorno Fulvio

Buongiorno Marina

Già di ritorno?

Si, devo portare Nicolò a scuola

Questi nonni…

Marina provò il consueto, ormai sfumato, disagio. Niente figli, niente nipoti. Un marito, morto da tempo, a cui pensava spesso. Si concentrò di nuovo sui movimenti. Era venuto il momento di parlare, di tenere la sua conversazione. Luca le aveva detto:

Finché puoi mantenere una conversazione; quello è il confine. Cammina su quel confine.

Le prime volte si era limitata ad immaginarle, le conversazioni. Si chiedeva se avesse potuto parlare con qualcuno, in modo fluido. Poi, quasi senza accorgersene, aveva incominciato a parlare usando la voce.

Quello che non riesco a capire è perché il PIL debba crescere sempre. Eppure sono tutti d’accordo: non c’è tragedia più grande per l’economia nazionale del PIL che non cresce. Anche la popolazione deve crescere sempre. E non capisco nemmeno questo. Per tutti gli altri esseri viventi questo sarebbe un problema. E lo sarebbe per l’ambiente. Come è possibile che sopravviva un sistema obbligato ad una crescita inarrestabile?

Si interruppe per guardare tre ragazzi che volavano sull’acqua con le loro tavole a vela. Era ormai una consuetudine del posto. Si ritrovavano lì per approfittare del vento, che, nelle prime ore della mattina, soffia forte, soprattutto nelle giornate terse di primavera. Ora stava camminando celermente e si mise a pensare ai ragazzi. Ai tanti che aveva conosciuto. Ai cambiamenti che aveva osservato negli anni. Riprese a parlare.

Mi mancano i miei ragazzi, mi manca la scuola. E’ passato tutto così in fretta. I miei primi allievi ora sono uomini e donne di mezza età, e oltre. Chissà cosa hanno combinato. Quelli bravi, i meno bravi. Chissà che persone sono, chissà dove li ha portati la vita. Chissà se ogni tanto pensano a me. Mi piacerebbe rivederli, una volta, tutti insieme. Per abbracciarli tutti. Ora rallento. Va bene Luca: appena c’è un po’ di affanno basta rallentare e ritrovare l’equilibrio. Se ora fossi qua saresti contento di me. Quante volte ci saremmo visti? Non tante. Non più di una decina, sicuramente. E tu sempre coi tuoi canottieri. Ragazzi come statue. La preparazione fisica, mi hai spiegato, è la base di ogni sport.

La mattina era veramente splendida. Una barca, luccicante sotto i raggi ancora bassi del sole, si dirigeva, procedendo controvento, verso il moletto del minuscolo porticciolo. Di lì a poco sarebbe iniziata la vendita, diretta, del pescato della notte.

Luca ricordi quella volta che mi hai preso sotto braccio e mi hai portato a bere il caffè? Non te l’ho mai chiesto, ma come hai fatto a capire che quella mattina non avevo voglia di camminare? Perché lo avevi capito, vero? Mi hai detto: signora Marina, posso offrirle un caffè? E siamo andati. Niente allenamento oggi, hai sentenziato. Senza aggiungere altro. E quella volta che invece mi hai detto, proprio come se fossi il mio allenatore e per spronarmi: signora Marina, così camminano solo i vecchietti. Ti ricordi le facce? L’attimo di silenzio? E poi la risata che ci siamo fatti? I ricordi. La vecchiaia è il momento dei ricordi. Particolarmente la vecchiaia. E non bastano le immagini, i suoni, gli aromi. Per ricordare davvero – Marina sorrise – per ricordare davvero occorre anche il linguaggio. Non solo per ridire quello che si è detto o sentito, ma per pensare. Il linguaggio serve per pensare, prima ancora che per comunicare. Il linguaggio è la base dei pensieri.

Serrò le labbra, provando quasi un leggero imbarazzo. Alzò gli occhi e – fortunatamente, pensò – trovò lo sguardo imperturbato di un gabbiano, appollaiato a pochi passi da lei su un masso del frangiflutti. Pensò che il suo becco giallo indicava con certezza la direzione del vento. Senza tante storie.

Est nord est. Anche tu aspetti la barca? Fra poco torno indietro e fra una decina di minuti ci troviamo al molo.

Glielo aveva detto Luca: almeno venti minuti, almeno tre volte alla settimana. Iniziando gradualmente. Prima cinque, poi dieci, poi quindici. Lei ora camminava quasi tutti i giorni, spesso anche più di venti minuti. Quando pioveva o faceva troppo freddo per uscire, ascoltava la musica e si muoveva con la musica. Da ragazza non aveva mai ballato, e neanche mai dopo. Ma lì, nel suo appartamento, non la vedeva nessuno. A parte Greta, naturalmente, di cui però non temeva il giudizio. Metteva delle musiche melodiose e si muoveva con movimenti continui e lenti. All’inizio pensava solo a muovere tutte le articolazioni. E basta. Poi, un giorno, senza pensarci, aveva iniziato a interpretare. A esprimere coi movimenti le sensazioni che la musica le trasmetteva. Le piaceva. Anche perché quella era stata una sua invenzione, una sua idea.

Va bene, ora torniamo. Andiamo a vedere cosa hanno preso Giovanni e Paolo. Che tipi. La loro barca, la rete. Non pensavo esistessero ancora pescatori così. Professionisti, gente che vive di quello, ma in una dimensione antica. Diversa comunque da quella dei grandi pescherecci, delle reti a strascico e delle celle frigorifere. Quelli sono due giovani di qui. Un giorno mi hanno detto: è dura, ma si è liberi. Certo con i mille impacci della burocrazia, ma una volta in mare, si è liberi. Niente cartellino da timbrare e se un giorno non vuoi uscire, non esci. E poi in mare succedono cose straordinarie. Una volta eravamo a poppa con il sole, e a prua nevicava.

Cercò di visualizzare quella scena, chiedendosi se fosse verosimile. In quell’istante vide il gabbiano lasciare il masso, sfruttare il vento e in un attimo essere alto nel cielo. Si chiese cosa avrebbe visto da lassù. La distesa brillante dell’acqua, una barca che stava attraccando e una vecchina con uno zaino sulle spalle. Più lontano, i paesi disseminati sulla costa e sulle alture e davanti, sul mare, la città. Con le sue strade e le sue case. In una di queste, Greta era in attesa. Marina sentì il cuore stringersi nuovamente, e accelerò il passo.

 

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