SPORT, ETICA E DOPING

MAURIZIO BALISTRERI

DopingNello sport troviamo numerose questioni morali: da quella del doping (perché è moralmente sbagliato fare ricorso a sostanze o a interventi che migliorare le nostre prestazioni sportive?) a quella che riguarda l’inganno e la disonestà (è moralmente ammissibile che la violazione delle regole e l’inganno degli avversari siano accettati e ricompensati?), da quella della violenza (si possono accettare sport, come ad esempio la box, che hanno come unico fine quello non tanto di sconfiggere ma di far male agli avversari?) a quella della sempre maggiore commercializzazione e mercificazione dello sport (sport e guadagno sono eticamente compatibili oppure lo sport vero è senza profitto?). C’è, poi, la questione della discriminazione ovvero sia del trattamento ingiusto cui possono essere soggetti le persone in quanto facenti parti di determinati gruppi: è giusto, ad esempio, prevedere delle pari-olimpiadi per i diversamente abili ed escluderli dalle olimpiadi soltanto perché, con le loro protesi, possono correre più veloci? E il fatto che esistano sport per maschi e sport per femmine è una cosa eticamente giusta o questa distinzione favorisce i pregiudizi nei confronti delle donne e la loro esclusione da quelle discipline che sono, per tradizione, appannaggio maschile? Lo stesso concetto di «sport», poi, può essere oggetto di analisi e di riflessione. C’è chi il martedì sera gioca a calcetto con gli amici, chi un giorno sì e un giorno no va in piscina per un’oretta di nuoto libero, chi preferisce alzarsi presto la mattina e, con la scusa di portare il cane al parco, fare un po’ di jogging nel parco o a villa; altri preferiscono invece il tennis o, quando il campo non è libero, una partita di pallacanestro. Siamo in tanti a praticare almeno uno sport e anche quelli che non lo fanno e lo guardano forse soltanto alla televisione sanno che dedicarsi ad uno sport fa bene. Ma che cos’è lo sport? Quand’è che possiamo dire che un’attività è sportiva? Anche se la domanda sembra banale c’è un così grande disaccordo sulla definizione di sport che qualcuno ha anche proposto di rinunciare alla ricerca di una definizione. Tuttavia non è facile resistere alla tentazione di provare a dare una risposta a questa domanda. Non c’è dubbio che il gioco del calcio sia uno sport e siamo altrettanto sicuri che anche il football americano, la pallacanestro e la pallanuoto siano attività sportive.

Anche l’equitazione, poi, è sicuramente uno sport altrimenti non diremmo di darsi all’ippica a chi non è capace di raggiungere grandi risultati in ambito professionale. Ma la pesca? Chi passa ore e ore sulla spiaggia o lungo un fiume fumando un sigaro e bevendo una birra in attesa che la canna da pesca si muova sta forse praticando uno sport? E cosa dire di quelli che giocano a scacchi o che amano correre in macchina o in moto? Il pilota di Formula Uno che ammiriamo la domenica è forse impegnato in un’attività sportiva, ma stanno praticando uno sport anche quelli che ci puntano con violenza gli abbaglianti in autostrada perché vogliono che liberiamo la corsia di sorpasso? Coloro che provano a dare una definizione precisa di sport convergono sull’idea che lo sport presenti una serie di caratteristiche distintive e particolari a quest’attività, ma sono, poi, in disaccordo sul numero e sul tipo di queste caratteristiche. Una definizione ampiamente accettata è quella secondo la quale lo sport sarebbe un gioco, dove “praticare un gioco” significherebbe impegnarsi in un’attività fisica rivolta a conseguire un certo risultato, usando soltanto i mezzi consentiti dalle regole, che proibiscono di usare le soluzioni più facili ed efficaci per raggiungere quell’obiettivo. In questi termini, tutti gli sport sarebbero dei giochi, ma non tutti i giochi sarebbero sport in quanto l’attività fisica non sarebbe prevista in tutti i giochi. Tuttavia, anche se la definizione di sport sopra proposta sembra dar ragione a quanti difendono la possibilità di definire che cos’è uno sport, la questione resta aperta. Innanzi tutto, non sembra affatto semplice stabilire una volta per tutte quali sono i giochi che richiedono un’attività fisica e quali, invece, non la prevedono e quindi non sono sport, in quanto la percezione di quanto un’attività richieda abilità o impegno fisici varierà da persona a persona anche in considerazione probabilmente di quanto ciascuno di noi considera l’attività in oggetto preziosa o importante per la propria vita. Un’amante della pesca o della caccia, ad esempio, sarà capace di descrivere lo sforzo fisico che quest’attività richiede: chi, invece, non la pratica sarà meno disposto a riconoscere che essa comporti o richieda un’attività o, più in generale, un’abilità fisica. Anche la danza, inoltre, è un’attività fisica, che prevede regole che per l’appunto il danzatore deve rispettare, come nello sport, ma non per questo la consideriamo uno sport. Riguardo, poi, alle regole – che sarebbero, come abbiamo visto, un’altra caratteristica dello sport – attività sportive come la pesca, lo sciare o il rock climbing non sembrano averle, o, quanto meno, non nello stesso senso in cui le hanno altri sport. Siamo, cioè, di nuovo al punto di partenza: qualsiasi definizione di sport o è troppo stretta (perché, ad esempio, esclude attività che noi consideriamo sport) o è troppo ampia (perché include anche attività che noi avremmo problemi a considerare sportive). Dovremmo allora rinunciare a questa domanda e accettare il fatto che nel linguaggio ordinario il concetto di sport è impiegato in una varietà di modi e significati? Oppure dovremmo semplicemente prendere atto del fatto che il concetto di sport (e di attività sportiva) è convenzionale e, pertanto, non è possibile fissarlo una volta per tutte?

Una questione diversa, poi, è quella che riguarda i valori morali o principi dello sport. Spesso si parla di fair play come ciò che caratterizza l’eticità dell’attività sportiva, ma anche riguardo alla questione del fair play emergono subito molte domande: ad esempio, se è vero che si può praticare lo sport in tanti modi diversi – c’è lo sport agonistico e ludico, dilettantistico e professionistico – dobbiamo concludere che, a seconda del tipo di attività che prendiamo in considerazione, avremo un’etica diversa? Il fair play, inoltre, si riduce al rispetto delle regole che codificano la particolare attività sportiva per la quale sono state pensate o ci sono regole non scritte – che sono, quindi, diverse da quelle codificate – che devono essere rispettate dallo sportivo? Un buon atleta o sportivo, poi, oltre a rispettare le regole scritte e quelle non scritte, dovrebbe forse anche coltivare e sviluppare particolari disposizioni del carattere? I valori dello sport, poi, sono gli stessi valori che valgono anche in società o valgono soltanto per quelli che praticano sport e sono diversi da quelli che regolano la convivenza?

È vero, inoltre, che ogni sport ha regole costitutive che stabiliscono non soltanto i fini ma anche i mezzi che possono essere legittimamente impiegati per partecipare a quell’attività. E basterebbe questo semplice fatto per spiegare perché coloro che ricorrono a sostanze dopanti non agiscono, come sportivi, in maniera moralmente corretta. Tuttavia, una riflessione morale sull’uso del doping nello sport non dovrebbe fermarsi ad una considerazione delle regole attualmente in vigore e vincolanti per gli sportivi, ma dovrebbe valutare se le regole che vietano il doping sono moralmente accettabili. Spesso si afferma che il doping è incompatibile con i valori dello sport, perché consentirebbe all’atleta di gareggiare e competere in una condizione non «autentica»: molto lontana, cioè, dall’espressione delle sue disposizioni e capacità «naturali». Può anche arrivare primo o vincere, ma questo risultato non gli apparterebbe veramente, in quanto non avrebbe mai potuto raggiungerlo senza il doping. Quest’argomento, però, non tiene conto che lo sforzo dello sportivo è sempre quello di cercare di migliorare il suo rendimento, modificando le proprie dotazioni naturali. Esistono tanti modi per uno sportivo di potenziare le proprie capacità e dotazioni: può scegliere di trascorrere alcuni periodi in particolari condizioni ambientali (ad esempio, passare del tempo in altura aumenta la capacità di utilizzo dell’ossigeno), può sottoporsi alle sedute di allenamento più indicate all’attività che svolge o può, sulla base delle proprie caratteristiche, seguire una certa dieta o stile di vita. Il risultato è sempre lo stesso: un cambiamento delle sue caratteristiche «naturali». Inoltre, lo stesso riferimento al concetto di disposizioni e capacità naturali appare problematico, in quanto le nostre capacità e prestazioni non dipendono soltanto dalla natura sono anche il risultato di un insieme di condizioni che permettono il loro sviluppo. Affermare, pertanto, una cosa è migliorare la propria condizione naturale attraverso lo sforzo e altra è farlo con l’aiuto di mezzi o tecnologie migliorative trascura il fatto che la nostra costituzione è sempre il risultato di una combinazione di fattori e che l’ambiente modella, favorevolmente o in peggio, le dotazioni che riceviamo alla nascita. A coloro che, invece, sostengono che l’uso di sostanze dopanti sarebbe moralmente inaccettabile perché conferirebbe all’atleta un vantaggio scorretto sugli altri, si può rispondere affermando che la questione morale che sollevano potrebbe essere affrontata e risolta facilmente garantendo un accesso più facile alle sostanze dopanti. In questo modo, infatti, ogni atleta potrebbe, quando e se lo desidera, farne ricorso. Se, cioè, l’aspetto eticamente problematico dei vantaggi derivanti dall’uso di sostanze dopanti dipendesse dalla difficoltà di accesso per lo sportivo che volesse utilizzarle, la soluzione migliore potrebbe essere quella di promuovere la loro diffusione. Cosa che, per altro, non comporterebbe un livellamento delle prestazioni sportive, in quanto gli atleti non rispondono alle sostanze dopanti allo stesso identico modo. Per altro, critiche di questo tipo non sembrano tener conto del fatto che nel mondo dello sport le disuguaglianze nell’accesso alle tecnologie e ai mezzi di preparazione e, quindi, di potenziamento delle capacità non sono l’eccezione, ma la regola. Se, cioè, le sostanze dopanti conferiscono all’atleta vantaggi moralmente inaccettabili perché non sono disponibili a tutti allo stesso modo e con la stessa facilità, allora sono eticamente discutibili anche tanti altri mezzi utilizzati oggi dagli sportivi professionisti. Inoltre, non è vero che il ricorso a sostanze dopanti sarebbe incompatibile con lo spirito dello sport perché permetterebbe all’atleta di raggiungere certi risultati ed, eventualmente, vincere in gara senza alcuno sforzo o impegno personale. A prescindere, infatti, dalla sostanza dopante a cui ricorre, lo sportivo che vuole conseguire risultati importanti dovrà, comunque, allenarsi con disciplina e tenacia, in quanto non è sufficiente assumere una sostanza per sviluppare quelle qualità che poi sono determinanti in una competizione sportiva e che possono assicurare la vittoria. Non convince, pertanto, l’idea che il ricorso al doping non permetta uno sport autentico, in quanto quelle disposizioni del carattere che associamo allo sportivo «ideale» possono essere coltivate e sviluppate anche con la liberalizzazione del doping. Una questione diversa riguarda gli eventuali danni che il doping potrebbe causare all’atleta. Si può obiettare, infatti, che il ricorso a sostanze dopanti non è accettabile perché comunque avrebbe conseguenze dannose per la salute e il benessere dello sportivo. È un fatto, però, che qualsiasi attività sportiva presenta dei rischi per l’atleta. Anzi, se accettiamo che la preoccupazione per la salute dell’atleta offre la migliore giustificazione per proibire il ricorso e la diffusione delle sostanze dopanti nello sport, allora, seguendo questa logica, dovremmo limitare o proibire diverse discipline sportive. Quanti atleti, ad esempio, muoiono ogni anni praticando gli sport che più amiamo? A questo si aggiunga, poi, che, in considerazione del fatto che un regime di proibizionismo non sembra impedire l’accesso a sostanze dopanti, l’obiettivo di una maggiore tutela della salute dello sportivo sembra più facilmente realizzabile e raggiungibile rimuovendo quei divieti che oggi non permettono allo sportivo di doparsi. La liberalizzazione delle sostanze dopanti, infatti, potrebbe permettere allo sportivo di essere informato meglio non soltanto sui loro benefici, ma anche sui loro rischi e, di conseguenza, di decidere in maniera più consapevole se farvi ricorso oppure no. Oggi, con un regime di proibizionismo, gli sportivi sono costretti ad affidarsi al mercato nero, senza avere alcuna garanzia e certezza delle sostanze dopanti che assumono. Domani con l’eventuale possibilità di scegliere se doparsi oppure no, gli sportivi potrebbero avere un’idea più chiara delle sostanze che vengono loro offerte ed, eventualmente, potrebbero anche decidere di non assumerle, per tutelare il loro benessere. Inoltre, quando parliamo di sostanze dopanti è sempre sbagliato generalizzare, in quanto ci sono sostanze dopanti che sono sicuramente dannose per l’atleta, ma ci sono anche sostanze e tecnologie (si pensi ad esempio alla camera ipobarica che aumenta l’eritropoietina e quindi il trasporto di ossigeno ai tessuti e ai muscoli) che non hanno effetti collaterali o rischi significativi o che, comunque, producono conseguenze negative soltanto in combinazione con altre sostanze o stili di vita.

Anche se, comunque, molte obiezioni di principio all’uso di sostanze dopanti sembrano dettate solamente da un pregiudizio nei confronti delle tecnologie migliorative, c’è ancora una ragione per vietare agli sportivi l’uso di sostanze e di tecnologie che, pur potenziando le loro prestazioni, sono pericolose per il loro benessere. Permettere l’uso del doping significherebbe costringere molte persone o a rinunciare allo sport – perché non sarebbero competitivi – o accettare i rischi per la loro salute. A pagarne il costo, poi, sarebbero soprattutto i più giovani che, nel momento in cui incominciano a praticare uno sport, potrebbe essere incoraggiati dal loro ambiente e dalle loro famiglie, a migliorare il più possibile il loro rendimento attraverso il doping. L’unica alternativa immaginabile che renderebbe ammissibile l’uso del doping potrebbe essere quella di prevedere competizioni sportive totalmente differenziate per coloro che vogliono usare sostanze dopanti e per coloro che, invece, non desiderano assumerle. È legittimo chiedersi, però, se la nostra società può accettare questa soluzione che, da una parte, esporrebbe la salute dei propri cittadini al rischio di gravi conseguenze e che, dall’altra, comporterebbe un costo significativo per il servizio sanitario nazionale che dovrebbe farsi carico della cura e dell’assistenza degli sportivi dopati.

 

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