E POI C’È GINO

WILLY MONTINI

“Morire è solo non essere visto”. Fernando Pessoa

gino-de-dominicis-1Nella storia che conosciamo molti hanno manifestato il desiderio di vivere per sempre. Se fosse possibile una vita umana senza fine, o indefinitamente lunga, o quale forma essa potesse avere, è stato argomento, per generazioni e generazioni, di una mole mastodontica di ricerche, speculazioni, dibattiti, esperimenti, dichiarazioni e di un numero incommensurabile di opere d’immaginazione.

Pitagora e l’anima immortale, Platone e Aristotele, le profezie nella Kabbalah ebraica, il rito funebre osiriano in Egitto, credenze, leggende e rituali mesopotamici, le tradizioni Induista e Buddista, la trasmigrazione delle anime, il culto degli antenati del Giappone, la filosofia cristiana, Plotino, l’etica di Kant, Schopenhauer, Feuerbach, Severino; religioni, filosofi e scienziati, Laivoisier ed Einstein, e Wittgenstein, la biochimica e la biogerontologia, Aubrey de Grey ed il progetto SENS, Kurzweil e le nanotecnologie. E, ovviamente, artisti d’ogni epoca e statura, sognanti, creativi, talenti a volte immensi, smisurati quanto i loro ego. Immortali.

E poi c’è Gino.

«La vita dice alla morte: “Per esistere lei deve eliminarmi ed è per questo che è stata sempre odiata; a me, invece, per esistere basta che lei rimanga alla debita distanza, questa è la differenza”. La morte colta di sorpresa, risponde qualcosa e in quel momento si accorge di poter esistere anche lei autonomamente. La vita allora…». Questo è il titolo (sì, il titolo) di un dipinto a tempera su tavola eseguito da Gino De Dominicis nel 1983, durante la lunga fase del proprio operare in cui egli si occupa soprattutto e quasi esclusivamente di disegno e pittura. “Un pittore è come un prestigiatore che con i suoi giochi deve riuscire a sorprendere se stesso. In questo sta la complessità”. Qualche anno prima che la morte lo cogliesse il 29 novembre 1998, Gino De Dominicis diceva così spiegando di sé e del suo fare arte. Lui, giovane ventenne marchigiano da poco trasferitosi a Roma, sorprende tutti in occasione della prima mostra personale, alla Galleria L’Attico di Fabio Sargentini nel 1969, esponendo un manifesto mortuario con su stampato il proprio nome. A partire da allora, fra 1969 e 1970 le sue opere sono sì sorprendenti, quanto impegnate: “Il tempo, lo sbaglio, lo spazio”, uno scheletro umano con i pattini a rotelle disteso a terra mentre tiene uno scheletro di cane al guinzaglio, i due filmati “Quadrati Cerchi (Tentativo di far formare dei quadrati invece che dei cerchi attorno ad un sasso che cade nell’acqua)” e “Tentativo di volo” in cui Gino si fa riprendere mentre, saltando nel vuoto, mulina vorticosamente le braccia in aria. Sempre in quel periodo De Dominicis espone alcuni oggetti come “Il Cubo, il Cilindro, la Piramide”, invisibili agli osservatori, mostrati solo dai loro perimetri tracciati sul pavimento. E, ancora, la “Palla di gomma (caduta da due metri) nell’attimo immediatamente precedente il rimbalzo”, una semplice palla posata a terra, e la pietra di “Attesa di un casuale movimento molecolare generale in una sola direzione, tale da generare un movimento spontaneo della pietra”. Tutti lavori, oggi si direbbe installazioni o performances, che intendevano sfidare le leggi naturali, e le possibilità di comprensione delle stesse, e dell’arte. Rendere visibile l’invisibile e pure, addirittura, cercare di rendere invisibile il reale visibile. Negli anni in cui l’arte concettuale si diffonde ed afferma a livello mondiale e molti artisti intendono produrre opere il cui significato risiede non più nell’oggetto, ma nell’idea dello stesso, Gino De Dominicis dichiara, con la consueta graffiante ironia: “Il termine ‘arte concettuale’, di origine americana, in Italia è molto piaciuto forse perché ricorda nomi di persona molto diffusi come Concetta, Concezione, Concettina ed altri…; e viene di continuo usato stupidamente per etichettare tutto ciò che in arte non è immediatamente riconoscibile.” Con i propri lavori, anche quelli che sembrerebbero dire il contrario, De Dominicis rifiuta la smaterializzazione dell’oggetto d’arte e, invece di ridurre il tutto alla semplice e sola idea, dà forma a questa attraverso la sua visualizzazione concreta. Famosa è la “Mozzarella in carrozza” del 1970, in cui una vera mozzarella è posata sul sedile posteriore di un’autentica, grande carrozza: il nome di un celebre e tipico piatto della cucina italiana assume la vera, reale forma delle parole che lo compongono. Con lo stesso meccanismo, espone, ancora alla Galleria L’Attico e sempre nel 1970, “Lo Zodiaco” in cui i dodici segni zodiacali si materializzano: un toro vivo, un vero leone in gabbia, una ragazza vergine, e così via sino ai pesci, due pesci morti poggiati sul pavimento. Nell’aprile di quello stesso anno pubblica la “Lettera sull’immortalità”, suo testo teorico principale, in cui asserisce che tutto ciò che esiste, in quanto mortale, non esiste davvero, ma è soltanto una verifica, e, appunto, scrive di sé: “Gino De Dominicis è nato nel 1947 ma non esiste veramente essendo soltanto uno strumento della natura che verifica attraverso di lui alcune possibilità”. La morte, l’immortalità, lo scorrere del tempo, la verifica dell’esistenza umana sono i temi fondamentali dell’arte e della vita di Gino De Dominicis. Nel 1972, invitato alla Biennale di Venezia, presenta “Seconda soluzione d’Immortalità, (L’Universo è Immobile)” opera nella quale il signor Paolo Rosa, un giovanotto affetto dalla sindrome di Down, siede in un angolo della stanza, di fronte al cubo invisibile, alla palla di gomma ed alla pietra in attesa di movimento, tutte opere già esposte da De Dominicis in occasioni precedenti. L’opera suscita enorme scandalo, la stanza viene chiusa e l’artista subisce un processo per sottrazione di persona incapace. Il processo si concluderà con l’assoluzione dell’artista ma, da quel momento, De Dominicis sarà per molti “l’artista che ha esposto il mongoloide”. Eugenio Montale, in occasione del discorso di ringraziamento per l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura del 1975, sarà fra i pochi, forse l’unico, a difenderlo pubblicamente. Uno sguardo senza pregiudizi, interno all’opera stessa, opposto a quello degli spettatori; con l’opera di Venezia, De Dominicis si svela e rivela il proprio credo. Egli è l’artista isolato, la cui riservatezza sfocia nel mistero riguardo il suo privato. E che, strenuamente ed a costo di apparire altero e sprezzante, difende le proprie opere in maniera maniacale: quando non voleva partecipare ad una mostra, ed era il più delle volte, dichiara “Non sono io che non voglio, ma sono le mie opere che si rifiutano di andare in quella città, perché non gli piace”. E rifiuta, sempre e con forza, ogni documentazione e soprattutto riproduzione fotografica di qualsiasi propria opera. Per lui le opere d’arte, le sue creazioni, sono esseri viventi, mentre la fotografia è morta, non crea ma riproduce o, al massimo, interpreta. Gino, fervido ed inarrestabile, nel 1975 alla galleria De Domizio di Pescara, inaugura una mostra il cui ingresso è riservato ai soli animali, mentre nel 1977 alla galleria Pio Monti di Roma è protagonista di una mostra che viene ripetuta identica a distanza di un anno esatto nello stesso spazio, a voler dimostrare la capacità dell’arte di sottrarsi al passaggio del tempo. E poi, per tutti gli anni ‘80 e ‘90, disegna e dipinge usando tecniche tradizionali, come la tempera e la matita su tavola, oppure l’olio e foglia oro, sempre manifestando qualità pittoriche sottili ed impegno costante: da ricordare, in una produzione cospicua, il piccolo dipinto “In principio era l’immagine”, oggi nelle collezioni del MOMA di New York. Dipingendo, De Dominicis non abbandona l’interesse per le speculazioni su tempo, morte ed immortalità, e si ispira spesso agli amati miti di Urvasi, dea della bellezza e Gilgamesh, il signore di Uruk. Una vita intera, e una messe di creazioni artistiche sorprendenti, pitture raffinate dal sapore antico e modernissime, gesti inconsueti e tendenti al presunto impossibile, sculture senza peso e sostanza, invisibili eppur presenti, a dimostrare che l’arte, l’artista, può riuscire dove altri e altro falliscono, cioè nel correggere, o forse sconfiggere, le leggi dell’entropia: se l’energia usata per creare un’opera d’arte è inferiore a quanta energia essa restituisce, allora quell’opera, diventata anti-entropica, sarà, forse, immortale.

Pare che il corpo di Gino De Dominicis abbia cessato di vivere nel novembre1998, ma in realtà nessuno l’ha visto. Si dice che possa essere ancora vivo.

Willy Montini, settembre 2016.

 

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