KANT, BORGES, DERRIDA: IMMORTALITÀ E CARNALITÀ

PIER MARRONE

jorge-luis-borges-5L’immortalità, ancora prima di essere un problema relativamente alla sua esistenza, a me sembra soprattutto una serie di domande. Ad esempio e alla rinfusa: immortalità di chi?, immortalità di che cosa? immortalità in virtù di che cosa?, immortalità per che cosa?, immortalità da quando? Tutte queste domande, e altre ancora, sopportano una molteplicità di risposte. E poi occorre aggiungere anche la domanda sul valore dell’immortalità: l’immortalità è un bene? è un bene eterno? ci si annoia ad essere immortali?

Ci sono forse cose che sono eterne. Molti hanno pensato che l’universo lo sia, non in quanto totalità delle cose che ci sono e degli eventi che accadono, ma almeno come movimento dei pianeti. È una credenza che religioni e filosofie hanno avuto in comune, almeno prima che una parte della filosofia venisse influenzata dall’egemonia culturale della religione cristiana. Non è un caso che, tramontata quella egemonia e secolarizzata la filosofia, il problema della creazione dell’universo e della sua temporalità sia svanito.

Che l’universo fosse immortale non significava poi che necessariamente lo fossero anche gli individui che lo abitano. Magari ad essere immortali sono le specie e non gli individui che vi appartengono. Era questa, è noto, la posizione di Aristotele: ciò che dura sono le specie e le generazioni che si susseguono, con un movimento che nel tempo mima il movimento eterno nello spazio dei corpi celesti.

È una immortalità che è difficile sia eccitante dal punto di vista personale di ciascuno di noi. A noi, immagino, interesserebbe sapere se siamo immortali noi, mica la specie umana, perché è difficile immaginare che possiamo avere un interesse per la specie umana in generale. Sarebbe come dire che abbiamo un interesse identico per la prossima generazione (che potrebbe comprendere i nostri figli, se abbiamo avuto l’incoscienza volontaria o involontaria di riprodurci) oppure per quella ancora successiva (se nostri nipoti pascolano sul pianeta) a quello che potremmo mai avere per l’n-esima generazione: qualcosa che è irrealistico pretendere. Come è possibile che il mio interesse per la prossima generazione si approssimi anche soltanto a un interesse, che non riesco nemmeno a concepire, per la millesima generazione che succederà a quella dei miei nipoti?

Essere poi immortali perché eternamente si gira attorno a un sasso o a un globo infuocato a miliardi di gradi non sembra essere una grandissima figata. E poi cosa faresti tutto il tempo? Non è che ci sia molto da pensare in quella situazione che è necessitante e senza variazioni (anche se questo, lo ammetto, per qualcuno potrebbe ben essere un conforto). Aristotele immaginava che il suo motore immobile (che muove tutto come oggetto di amore) fosse pensiero di pensiero. Cosa sia mai questo pensiero di pensiero non è facile da immaginare. Qualcuno ha pensato che il motore immobile semplicemente pensi i principi logici fondamentali (l’identità, il terzo escluso, la non-contraddizione), ma senza contenuto, altrimenti sarebbe implicato in una qualche forma di attività e quindi di movimento. C’è da morire di noia, anche se sei immortale: questo genere di permanenza nell’eternità è, di nuovo, difficilmente attraente per noi.

Ma cosa vorremmo che di noi fosse immortale? Prendiamo le cosiddette cellule HeLa, la sigla attribuita alle prima linea di cellule umane immortali, la cui proprietaria (Henrietta Lacks, o Helen Lane, o Helen Larson) è riprodotta in innumerevoli foto in manuali universitari e testi scientifici. Se noi nutriamo con le opportune sostanze nutrienti delle cellule cancerose in un’apposita coltura queste continueranno a dividersi all’infinito. E la linea cellulare originata da un prelievo dalla cervice uterina di Henrietta Lacks nel 1951 (la linea HeLa, appunto) è tuttora attiva ed è stata studiata ed utilizzata in innumerevoli esperimenti in tutto il mondo.

Agli inizi degli anni Settanta, uno dei figli di Henrietta Lacks telefonò al John Hopkins Hospital, dove inizialmente erano state prelevate le sue cellule e la conversazione che ebbe con il centralino dovrebbe essere considerata un surreale cabaret: «Chiamo per sapere di mia madre, Henrietta Lacks, mi hanno detto che avete una parte di lei viva, lì da voi». Seguì una serie di altre telefonate interne all’ospedale e agli archivi dal centralino, alla fine delle quali gli venne detto che non esisteva nessuna paziente di quel nome ricoverata in quel momento.

Ad un certo punto, quella linea cellulare cominciò a presentare dei problemi, perché contaminata. La risorsa HeLa è molto preziosa, come si capisce, e lo era soprattutto per quanto riguarda il progetto, allora nelle sua fasi iniziali, di mappare il genoma umano (che sarà alla fine completato nel 2003). Gruppi di ricerca si ritrovarono per capire come risolvere il problema. Alcuni ricercatori suggerirono di isolare dei marcatori nella linea HeLa per distinguere le cellule di Henrietta dalle altre. È possibile farlo perché i figli sono rintracciabili. Anche su questa base, anni dopo l’inizio della linea cellulare HeLa, alcuni dei suoi parenti più stretti recrimineranno, perché è stato tenuto loro nascosto che una parte della loro congiunta era ancora viva e loro non ne sapevano niente.

Questa recriminazione è da una parte corretta. Effettivamente qualcosa di Henrietta sopravvive e forse sarà immortale in circostanze adeguatamente immortali. Da un altro lato, la recriminazione appare, francamente, un po’ feticistica. Anche gli atomi e i quark che mi compongono e che componevano Henrietta Lacks in un qualche senso sopravvivranno e sopravvivono, così come stanno sopravvivendo gli atomi e i quark che non fanno più parte del mio corpo, ad esempio quelli dei capelli che mi sono stati tagliati dal barbiere quando avevo cinque anni. Non è che per questo mi reco dall’associazione degli artigiani per rimproverarli che una parte di me esiste ancora e forse è ancora viva in un qualche senso (ad esempio, perché è stata incorporata da una simpatica famigliola di acari). Insomma: est modus in rebus, come forse direbbero alla Settimana enigmistica.

Ad ogni modo, è anche chiaro, come dicevo, che i parenti di Henrietta non sono completamente nel torto. Ma la cosa rilevante non è certamente questa, quanto il fatto che ciò che è sopravvissuto di Henrietta per essere candidato all’immortalità, non è quanto lei avrebbe ritenuto rilevante per considerarsi immortale lei, proprio lei con la sua esperienza, i suoi ricordi, i suoi affetti, le sue magagne, il suo cancro alla cervice, che l’ha resa immortale, forse.

Casomai, noi vorremmo essere immortali conservando la nostra personalità e avendo una qualche attività gratificante nell’eternità. E qui i problemi si complicano immediatamente. Possiamo pensare che la nostra personalità sia forgiata dall’esperienza. Anzi: questo è un assunto relativamente non problematico. Questa personalità è naturalmente anche una struttura vincolata. Ad esempio, posso pur fare l’esperienza di allenarmi nell’atletica leggera correndo i 100 metri, ma non sarò mai Usain Bolt. Quello che mi vincola è la mia struttura genetica, vero? È anche questa struttura che mi immerge nella temporalità finita che ognuno di noi, per il momento (è proprio il caso di dirlo) vive.

Ma immagina adesso di avere a disposizione la possibilità di un’esperienza infinita. Cosa ti accadrebbe? Ti cambierebbe? L’idea di un’esperienza infinita nel corso dell’eternità ha sedotto addirittura Kant e non soltanto qualche letterato visionario. Qualcuno si ricorderà che la filosofia morale di Kant è centrata su quello che lui chiamava imperativo categorico. Si tratta di una struttura formale che prescrive senza ulteriori contenuti, poiché dice semplicemente che tu devi (agire in vista del bene). Ora, il problema è che per essere buoni non basta secondo lui avere intenzioni buone per compiere azioni buone (sono le intenzioni per Kant ad essere rilevanti dal punto di vista morale e non le conseguenze di ciò che facciamo, che potrebbero anche essere disastrose, senza compromettere la qualità etica delle nostre intenzioni): per essere compiutamente buono devi esserlo sempre e fare sempre il bene, anzi fare tutto il bene.

Qualcuno dirà che Kant era un fanatico ed anche a me sembra in alcune sue opere una sorta di talebano della moralità, che lui voleva sostituire alla metafisica una volta risolto (o piuttosto: dissolto) il problema conoscitivo. Così se alla sua domanda: “che cosa posso sapere?” la risposta sconsolata era “unicamente i fenomeni e le relazioni tra fenomeni” (e mai saprai che oltre a ciò che appare, che è appunto il senso di fenomeno, ci sia qualcosa che fa apparire ciò che appare: un tavolo reale sotto il fenomeno del tavolo, un mango reale sotto le sensazioni che ti procura il suo profumo e il suo sapore, una persona reale dietro il sorriso che ti seduce), alla domanda “che cosa devo fare?” la risposta gli pareva molto più diretta: tutto quello che deve essere fatto per essere buoni. Il problema è che tutto ciò che deve essere fatto per essere buoni non è tanto un contenuto indefinito (a dire il vero, a me questo contenuto sembra di una irrimediabile vaghezza), quanto un compito infinito che ognuno di noi è tenuto a compiere.

Per questo Kant ritiene che l’immortalità personale sia un postulato dell’agire morale. Certamente non una cosa che si dimostra (è infatti un postulato, ossia una proposizione che sta a fondamento di proposizioni logicamente derivate). Così l’immortalità (come la libertà e l’esistenza di Dio) non sono condizioni “della legge morale, ma solo condizioni dell’oggetto necessario di una volontà determinata da questa legge, ossia dell’uso semplicemente pratico della nostra ragion pura. Sicché possiamo affermare che né conosciamo né percepiamo, non solo la realtà, ma neppure la possibilità di queste idee. Tuttavia esse sono le condizioni dell’applicazione della volontà moralmente determinata all’oggetto dato ad essa a priori (il sommo bene). Di conseguenza si può e si deve ammettere la loro possibilità da questo punto di vista pratico, senza però poterla conoscere e percepire teoreticamente.”

Certo che dire che non concepiamo nemmeno la possibilità dell’immortalità (e della libertà e di Dio) e poi pretendere che per essere compiutamente (ossia totalmente) buoni si agisca come se l’immortalità ci fosse, sembra una cosa complicata, come credere di avere una credenza senza avere il contenuto di quella credenza o credere di credere senza che si stia affatto credendo, il che mi sembra impossibile. Ma c’è una cosa altrettanto importante che mi pare da Kant non sia toccata. Chi fa questa esperienza e come ne viene modificato? Secondo il suo fenomenismo, l’io (la persona, la personalità: ciò che noi, insomma, ci sentiamo di essere quando diciamo “sono proprio io”) è un fenomeno anche lui. Questo fenomeno, d’altra parte ha una posizione indubbiamente speciale, dal momento che è il centro focale della nostra esperienza (Kant chiama anche questa funzione “appercezione trascendentale”, giusto per rendere le cose più chiare).

Se non ci fosse questo centro focale, la nostra esperienza non sarebbe unificata e le esperienze non si riferirebbero a nessuno. Ora questo vale per qualsiasi esperienza: tanto per l’esperienza della conoscenza quanto per l’esperienza etica (agire bene è un’esperienza, ossia un insieme di fenomeni, no?). Ma l’esperienza etica ha senso solo se c’è la libertà (se sei determinato a fare quello che fai, non puoi essere responsabile di azioni, che, in definiva, non sarebbero nemmeno tue), la quale non è un fenomeno, con un centro focale (l’io personale) che ci appare solo come fenomeno (almeno qui, dove ora siamo, nella nostra esperienza etica terrena). Un bel guazzabuglio, del quale mi sento almeno di dire che l’idea di Kant di buttare la metafisica fuori dalla porta sostituendola con l’etica, fa solo rientrare la metafisica dalla finestra.

Ma ammettiamo adesso che l’io personale (io proprio io, che sto scrivendo queste parole) non sia solo un fenomeno, ma sia anche una persona realmente esistente, che sta alla base delle azioni fenomeniche che compio (una sostanza, insomma); be’, è davvero credibile che questa persona rimanga sempre con la medesima personalità nel corso di un tempo infinito?

Esiste una risposta alternativa alla permanenza dell’io, che mi pare anche la filosofia di Kant deve continuare a presupporre. Questa risposta prende sul serio l’idea della totalità dell’esperienza che un essere immortale dovrebbe fare ed è contenuta nel racconto di Jorge Luis Borges L’immortale. Nel racconto si riporta il testo di un misterioso manoscritto, contenuto all’interno dell’Iliade di Pope, che sembra essere stato redatto da un oscuro capo militare dell’epoca di Diocleziano. Refrattario alle arti marziali e incline alla riflessione e all’indagine, questo riluttante guerriero viene mandato alla ricerca della Città degli Immortali, al comando di un manipolo poco incline alle terribili privazioni che l’attraversata di un infuocato deserto promette e mantiene. Alla fine, tradito e abbandonato dai suoi soldati, riesce a giungere realmente alla Città degli Immortali.

Quello che trova è completamente diverso da quanto avrebbe mai immaginato. Non un Eliso dove godere senza fine dei piaceri del corpo e del pensiero, ma un’accozzaglia di individui indistinti (come si capirà subito questa non è un’espressione contradittoria) che sembrano vivere ai margini della vita cosciente. Meglio: sembrano non avere nessun grande interesse per nulla. La spiegazione che Borges attraverso il suo protagonista fornisce a questa condizione è nel medesimo tempo semplice e vertiginosa. Nessuno tra gli Immortali nutre passioni, nemmeno di modesta entità, perché ognuno di loro ha già visto tutto, ha udito tutto, gustato tutto, sperimentato tutto. Ognuno di loro è immerso in una opaca atarassia, leggermente disgustosa. La stessa città dove vivono è ridotta a poco più che a un insieme di nicchie di pietra dove si possono trovare uomini immobili nella stessa posizione da mesi. Del resto, perché dovrebbero muoversi? Per sperimentare qualcosa che hanno già vissuto? Uno cade in una buca e i suoi concittadini lasciano passare mesi prima di gettargli una cima per risalire. Del resto, anche se risalisse prima, che cosa cambierebbe?

Tuttavia, che cosa significa che ognuno ha sperimentato tutto? Per Borges significa che ognuno è anche stato chiunque altro in un qualche punto del tempo. Infatti, l’interlocutore del centurione che redige il misterioso resoconto è stato forse Omero, anche se oramai a malapena si ricorda il greco. Per il fatto di essere stato chiunque e di aver fatto la totalità dell’esperienza, ognuno è poco interessato a ciò che accade attorno a lui, che del resto ha già vissuto.

Una volta Carlo Rubbia, mi pare, disse che non aveva molto senso rimpiangere un amore finito dal momento che sarebbe bastato aspettare qualche miliardo di anni e forse l’universo si sarebbe ritrovato nello stesso stato nel quale noi avevamo iniziato la nostra storia. Ma se anche fosse così, c’è una rassicurazione a ripetere quello che abbiamo già fatto o vissuto? Dipende da che cosa si ripete, secondo me. Se ripeti l’esperienza piacevole che ti ha gratificato, non vedo quale problema ci possa mai essere a reiterarla. Naturalmente, dipende anche dalla frequenza con cui si ripete quell’esperienza, la quale la prima volta che l’hai fatta ti è sembrata indimenticabile. La prima volta che ho mangiato il riso all’ananas in Thailandia, mi sembrava una cosa straordinaria. Ora, non posso più avere il medesimo entusiasmo di quella prima esperienza. Il padre di un mio amico sosteneva che ci si stufa prima o poi anche di Claudia Schiffer. Dal momento che lo disse più di venti anni fa e non ora, quando la Schiffer è prossima alla gloriosa soglia dei cinquant’anni, la sua affermazione è particolarmente credibile. Che cosa voleva dire? Che perfino per vedere Claudia Schiffer ogni giorno non ti può bastare un’unica motivazione, perché prima o poi anche quella ti verrà a noia. Non solo: ti devi augurare che queste motivazioni si alternino nel corso del tempo.

L’osservazione di Borges ha senso solo, in realtà, a due condizioni: 1) che gli immortali siano immortali da sempre, sin dall’eternità, e non lo diventino in virtù di un qualche evento (nel racconto di Borges essersi abbeverati a un particolare corso d’acqua); 2) che ognuno abbia vissuto le vite di ciascun altro. Queste potrebbero essere condizioni non necessarie per essere immortali. Si potrebbe divenire immortali da un certo punto in poi (come in realtà accade nello stesso racconto di Borges). Per quanto riguarda la seconda condizione, la prima cosa da dire è che mi risulta difficile poter credere che Usain Bolt una volta sia stato Mario Adinolfi, ma non tanto perché mi pare impossibile immaginare il fisico scolpito che sorge dalle fonti dell’obesità indistinta, quanto per il fatto che la memoria è depositata nel corpo di ciascuno di noi e avendo infiniti corpi alla fine qualche confusione quasi certamente ci sarebbe.

Più persuasiva mi pare la descrizione che Javier Marías ha dato della vita degli spettri nel suo racconto Quand’ero mortale. Gli spettri vivono in un eterno presente dove tutto è simultaneo e nulla trascorre (il che a pensarci bene potrebbe anche essere un vantaggio per i cosiddetti poliamorosi, che non sarebbero costretti a tenere sempre sott’occhio una complicata agenda per evitare sovrapposizioni imbarazzanti), ma soprattutto hanno sempre presenti i pensieri orribili che hanno avuto in vita (e che ognuno di noi ha avuto e ogni giorno ha), ma che nella vita quotidiana, quando siamo mortali, vengono subito sepolti dai vincoli della socializzazione e della cultura.

Naturalmente, in queste righe non ho fornito alcuna risposta ai dilemmi dell’immortalità. Non posso rispondervi e solo un immortale potrebbe forse farlo, ma ad oggi non mi sono mai reso conto di averne incontrato uno. Scrivo queste righe e mi vengono in mente molte letture che ho fatto in una vita oramai non più breve. Mi accade di pensare all’immortalità, ora che ne scrivo, soprattutto di sera, quando il giorno muore e la magia della luce estiva è svanita. Vorrei che si perpetuasse in eterno e, in effetti, se io volessi immaginarmi l’immortalità per me la vedrei come un’eterna estate nel pieno della mia gioventù. Mi affaccio nella notte sul balcone che si apre su una corte interna con centinaia di finestre. Sorseggio una bibita e mi godo il caldo estivo. Una sola finestra è illuminata e perfettamente visibile la stanza al suo interno. Una giovane donna con addosso solo dei tanga rossi con un seno superbo si sta selfizzando a ripetizione. Si accorge di me, ma non può accorgersi che mi appare come l’antifrasi della mortalità. Non tira le tende e continua la sua sessione esibizionistica. Ripenso a quello che disse Derrida, che per lui l’unico modo possibile di concepire un’immortalità, alla quale gli era invece impossibile credere, era la resurrezione nella carne, come la immagina la dottrina cristiana. Capisco che anche per me questa sarebbe l’unica immortalità che vorrei. Anch’io voglio essere immortale solo in quella che è stata la mia carne quando ero mortale.

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