S’INCONTRANO FEMMINE. ED È SUBITO PENA

MONICA VISINTIN

judging-rhyn.d.A.: questo racconto è il mio ennesimo passaggio per la porta di un giubileo inaugurato dai primi passi dell’umanità in questa valle di lacrime, e con essa soltanto destinato a finire.

Ovvio che questo giubileo è dedicato alla misericordia, quant’è vero che è eterna la ricorrenza del dovere alla pietà (cor) per un genere eternamente infelice (miser), quello delle donne. Levate in alto i cuori e abbiate pietà di loro, perché loro non avranno mai pietà per se stesse. Com’è vero che non hanno mai pietà per la loro immagine riflessa nell’altra: ne avrete un modesto saggio nelle righe che seguono.

Un lungo tavolo. Carta, penna, tanti biglietti da scrivere e barrare su simboli semiesoterici, e sotto una bella tovaglia a coprire le gambe probabilmente un po’ gonfie di dieci signore vestite di blu. Una di queste sono io. Che sia fuori posto è un fatto documentabile. Sono l’unica proffe di lettere e cartoline in un tiaso di signore della danza.

Dietro a quel tavolo me ne sto seduta da sette ore a giudicare una gara di ginnastica ritmica. La ritmica è uno sport per sole femmine, uscito da una lunga oscurità con la medaglia d’argento vinta alle olimpiadi di Atene 2004 da sei splendide ragazze, passate alla storia e finalmente alla cronaca come le “Farfalle d’argento”.

La gara è in realtà un palinsesto di trentatré competizioni che prendono il nome di campionato interregionale. Arrivarci non è facile, il biglietto d’ingresso si stacca con un podio nel proprio campionato regionale al costo di ventiquattro ore alla settimana nella stagione degli sconti. In omaggio, un pubblico che nei momenti di affollamento non supera le quaranta unità.

So quello che dico perché nelle pause fra una gara e una premiazione gli spettatori il conto sempre tutti. È un’abitudine che mi porto dietro dagli anni in cui una sprovveduta federazione regionale mi diede l’incarico di far resuscitare la ritmica in un angolo del Far East. Allora mi chiedevo in continuazione come far girare più soldi e più anime in palestre come queste. Palestre abbandonate da Dio e soprattutto dagli uomini. Al netto dei papà delle ginnaste, di maschi nelle palestre di ritmica non esiste traccia. Di amici, manco a parlarne. Solo ragazze e ragazzine spesso di una bellezza struggente, tenerissime nella loro indefessa dedizione ad una pratica ascetica e soprattutto monacale, che per tre-quattro-cinque ore al giorno le sequestra da ogni contatto con il consorzio civile. Earum sponte, non va neanche sottolineato.

Ma come succedeva alle bambine che anni fa nel Far East avevo deciso di moltiplicare, poche delle eroine dell’Interregionale di Specialità diventeranno Farfalle, probabilmente nessuna. E se sognano l’argento, sicuramente non lo avranno alle Olimpiadi. Sono solo bravissime ragazze, tutte bellissime dei loro anni dell’adolescenza e della prima giovinezza.

A mezzogiorno e alle sei della sera passano le over 15, abbondano le maturande e tu con le tue gambe gonfie da interminabile seduta arbitrale le guardi con un po’ di nostalgia. Oltre le vetrate del palazzetto, il cielo del primo giorno di primavera, niente è fuori posto. A parte me, mi manca poco per capirlo.

A un certo punto, armata di nastro scende in pedana una ginnasta etrusca. Toscana di stile e di carattere, lo vedi nei gesti sicuri e nella fisicità spavalda unita a una tecnica d’attrezzo impeccabile. Su un tema musicale da film peplum, avanza veloce a balzi lunghi, impetuosa e marziale come se volesse divorare la pedana con i suoi piedi bellissimi. Mi piace molto, ma non posso cavarmela così. Conto le penalità. Tiro le somme, e guardo la giudice che mi sta seduta accanto. Oh, dico, questa è brava, le mostro il mio punteggio. Il suo è più basso di mezzo punto.

Cosa non funziona, chiedo.

O penalizàto espresività.

Chi parla è una zarina vicina ai quaranta, in ottimo stato di manutenzione, cinquanta chili stimati su uno scheletro maggiore di centosettantacinquecentimetri. Una delle tante che ha scelto di allenare in Italia assai meglio di quanto non sappiamo fare noi italiane.

Perché, chiedo.

Ha gambe corte. Una ginnasta deve essere bella. Beèla.

A parte il fatto che le gambe dell’etrusca non mi sembravano così corte. Ma capisco subito che la zarina non sta elaborando un pensiero originale. Inizio a chiedermi quale peccato commetta una qualunque mia e sua consorella dal momento in cui si presenta alla vista di una sua compagna di gender.

Mi viene in aiuto la presidente di giuria che ci dice di lasciar stare la metratura delle gambe e di andare al sodo. Meno male.

So bene che non è finita, perché una volta finite le danze andrò a mangiare con tutte le giudici. Si parlerà della gara, prego che si parli dell’organizzazione, ma non c’è scampo.

La cena è servita con tagliate di cappotti ad un’umanità incolpevole, duecento ragazze tutte assai più fighe anche della più giovane di noi, che ha ventisette anni ed è una discreta figheira. Forse un angelo, se non fosse che ogni tanto apre bocca anche lei.

Scusate la cattiveria. Ma sto empatizzando. Sto cercando di entrare nella testa delle mie sorelle, grandi inquisitrici di questo mondo bello e imbecille. Le mie sorelle per cui, prima di ogni altro essere vivente, noi femmine dobbiamo emendarci dall’insopportabile difetto di esistere.

Chi rivedo a tavola. Rivedo mia madre che mi dice non puoi girare sempre in pantaloni, la gonna la portano tante che hanno gambe peggio delle tue. Rivedo una zia che mette la mano sulla mia testa dodicenne, dicendomi che sto diventando castana, come se rimanere coi capelli della Barbie a vita fosse un merito. Rivedo una mia compagna di scuola che non si dimentica mai di ricordarmi che tutti i ragazzi che piacciono a me corrono dietro a gente più sveglia, ad iniziare da lei. Rivedo la mia allenatrice che se l’è legata al dito la volta che io ho detto che ai raduni con la nazionale ho imparato tante cose e che mi sfibra con la storia che non posso passare la mia vita a studiare e ad allenarmi, perché sennò divento una sfigata. Proprio quella sfigata per cui persino una sfigata come lei finisce sul giornale, visto che si dice sia la mia allenatrice. Come sono diventata buona crescendo fra donne.

Rivedo una tipa che mi invitava spesso a prendere l’aperitivo per parlare di uomini. Io poco e desolatamente del mio, che vedevo poco pur vivendoci insieme. Lei molto del suo, moltissimo di quelli che avrebbe voluto frequentare. Quando ci si rivedeva, la formula di saluto era una sola.

Ti vedo stanca.

Sottotitolato: cara, non pensare che te la passi meglio perché hai dieci anni meno di me.

Non c’è stata una volta che non abbia creduto a lei, e ad altre suore di carità. Almeno fino che l’alterazione del mio pannello ormonale non mi ha benedetto con un salvifico disinteresse per la competizione intraspecifica. Fossi figa adesso, la mia attività predatoria assomiglierebbe a una sessione dello Zen e il tiro dell’arco. Infallibile sarei, peccato che di dar noia ad altre femmine non me ne freghi più niente.

Care fanciulle che vi bruciate il week end in una palestra di provincia al campionato interregionale. Quanto vi auguro di invecchiare serenamente e soprattutto presto. Vi augurerei volentieri di essere amate, oggi che siete un raggio di sole che squarcia persino le tenebre dell’invidia, se solo sapessi che poi questo diventa vero.

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