LA PAURA DELLA NORMALITÀ

GIANCARLO STAUBMANN

diane arbus 2La produzione fotografica di Diane Arbus si concentra tra il 1960 ed il 1971 ed è interamente segnata dalla volontà dell’artista di indagare tutto ciò che è diverso, aberrante, tutto ciò che suscita paura nel cuore dall’America farisea e conformista che, proprio in quegli anni, sta celebrando se stessa e la proprio “normalità” attraverso immagini patinate e rassicuranti.

La fotografa decide di dare corpo al brutto, alla follia, ai mostruosi scherzi della natura e di schiaffare tutto ciò in faccia al perbenismo borghese che, invece, lo rifiuta nel tentativo di autentificare ed esaltare se stesso.  Le immagini dei freaks, dei pazzi, degli ermafroditi, delle gemelline (non a caso riprese da Kubrick in Shining ) sono terribili e perturbanti, ma non tanto per l’alterità del soggetto in sé, quanto per ciò che quell’alterità significa se confrontata con la cosiddetta normalità.

L’arte di Diane Arbus si configura dunque come un’esperienza ereticale e sovversiva, volta a mettere in discussione e frantumare le tradizionali categorie di bello e brutto, alto e basso, normale e anormale; il deforme da lei fotografato non si esaurisce nel suo significato più voyeuristico e superficiale, non è solo il deforme dei fenomeni da baraccone e degli ultimi; è il deforme che sta al fondo di ognuno di noi, in quanto individui unici e peculiarmente diversi gli uni dagli altri, al di là di ogni sovrastruttura precostruita ed imposta.  Ogni singola fotografia di Diane Arbus è un pugno nello stomaco di chi crede ciecamente nell’immagine bella e composta a regola d’arte; è una crepa che si apre nel muro del conformismo estetico e morale; è una paurosa minaccia per chi si barrica dietro quest’ultimo e teme il de-forme (nella sua etimologia più autentica), poiché teme e non vuole riconoscere l’intima essenza di se stesso. L’inquietudine o la paura che le sue immagini suscitano non sono dunque innescate dal soggetto fotografato, ma dallo sbriciolamento delle certezze estetiche, morali, esistenziali del soggetto che le osserva.

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