APOLOGIA DELL’AMORE EGOISTA. L’AMORE SESSUALE TRA DELEUZE E LEIBNIZ

RICCARDO DAL FERRO

 

DELEUZE

Esiste un atto più egoista del sesso?

Provate a pensare di fare del sesso per pietà o bisogno altrui. Provate a immaginare un atto sessuale perpetrato per il bene dell’altro e non per il proprio. Riuscite a immaginarlo? Se ci riuscite, e io personalmente non ci riesco, vi sembrerà svuotato del suo carattere più proprio: il desiderio. L’amore sessuale è infatti spinto sempre e comunque dalla volontà di provare piacere, di stare bene, di esplodere di libertà e godimento. Non esiste comportamento sessuale retto che sia retto non dall’egoismo, ma guidato dall’esclusiva e primaria volontà di far stare bene l’altro, poiché sarebbe come voler far procedere una carrozza mettendo i cavalli al posto dei passeggeri.

La parola “egoista” è probabilmente una delle più esorcizzate del nostro tempo: l’egoista è colui che automaticamente desidera il male degli altri, colui che vuole arraffare per sé (la scelta del verbo non è casuale, non si direbbe mai “guadagnare”), l’individuo che vorrebbe veder bruciare il mondo.

Ma la sessualità ci mostra il carattere incontrovertibilmente positivo dell’egoismo e lo fa perché essa è il comportamento umano che riesce ad arrivare meglio all’altro passando proprio per l’egoismo più profondo che la natura ci abbia fornito, ovvero la volontà di provare piacere. La sessualità ci dimostra insomma che l’egoismo è l’atto più altruista, paradossalmente, che possiamo perpetrare: non c’è un modo più completo e totale per avvicinarsi al partner, sia corporalmente che intellettualmente. Giungo a te perché il mio corpo gode dell’atto e la mia mente gode della conquista dell’atto.

In questo, possiamo ricordare quanto Gilles Deleuze diceva del concetto di desiderio: esso non è ciò di cui ci ha convinti la psicanalisi freudiana, ovvero il risultato di una castrazione. Insomma, non si desidera “per mancanza”, si desidera per intensità. Il desiderio, per Deleuze, è l’intensificazione di tutto ciò che io sono in un dato momento, esso non è il bisogno di colmare una mancanza. Non è la pancia o lo stomaco, non è l’organo sessuale che desidera. Non è la mente, né l’intelletto a desiderare. È tutto ciò che sono in un dato istante che diventa desiderio. Si desidera quando ogni parte che mi compone si rivolge verso il medesimo obiettivo. E l’obiettivo non è l’altro da sé, ma il sé inteso come movimento. Non sono io a desiderare, è il desiderio che mi produce in quanto “io”.

L’amore, insomma, è il sé che diventa-desiderio.

Ecco perché l’amore è l’atto più egoista che esiste: è l’intensificazione del sé, il momento in cui ogni convinzione e pulsione, ogni comportamento e idea, ogni prospettiva e paura, ogni passione e talento prende forma in un’ecceità: si diventa desiderio così come il giglio nel campo e l’uccello nel cielo sono intensificazioni di un paesaggio, in altre parole il giglio e l’uccello “divengono” paesaggio. Si diventa desiderio poiché si intensificano i luoghi dove mi costituisco in quanto “io”. Ciò significa che non si desidera mai nient’altro che diventare se stessi.

Ma allora, come posso arrivare all’altro?

È di nuovo Deleuze, nella sua geniale interpretazione della monadologia leibniziana, a darci il sentiero corretto per comprendere questa idea. Il concetto di “monade” di Leibniz è il tentativo da parte del filosofo di formalizzare un’idea ben precisa: se voglio incontrare l’altro, non lo posso cercare fuori da me. Quando lo cerco fuori da me, troverò soltanto sentieri interrotti e paradossi, troverò i vicoli ciechi del rapporto tra soggetto e oggetto, tra io e non-io. Quando cerco l’altro fuori da me, cadrò sempre nell’impossibilità di definirmi autenticamente oppure in quella di considerare l’altro come una proiezione. La soluzione che ci viene mostrata da Leibniz è invece più raffinata: l’incontro con l’altro avviene dentro di me, ma non perché l’altro sia un’invenzione della mia mente, quanto piuttosto perché tutte le strutture che compongono la sua esperienza, tutte le intensità mentali e corporee, tutte le prospettive, paure, idee e aspirazioni, tutto ciò che compone l’altro come soggetto è già incastonato dentro di me. Ed è dentro di me, giocando con le mie intensità, le mie strutture, le mie prospettive, che potrò davvero instaurare un rapporto autentico con l’altro, senza cadere nel solipsismo o nel nichilismo.

L’amore è il comportamento che più di tutti ci permette di arrivare a questo straordinario obiettivo: incontrare l’altro senza rischiare di andare in pezzi. L’amore non è sacrificio, mancanza, mortificazione, l’amore e il desiderio mi producono in quanto “io”, rappresentano l’intensificarsi di ciò che mi compone in quanto individuo corporeo e mentale. Nel sesso è attraverso l’egoismo di cui Leibniz parla nella monadologia che posso godere di me stesso, e così riesco a incontrare l’altro, il partner. Ed è per questo motivo che Ayn Rand, nel capolavoro della Rivolta di Atlante, mette in bocca queste parole a Francisco d’Anconia: “L’amore è cieco, dicono. Il sesso è contrario a ogni forma di ragione e si beffa di tutti i filosofi. Ma, in verità, la vita sessuale di un uomo è il risultato della somma delle sue convinzioni.”

L’amore sessuale è quindi l’atto più egoista e altruista che esiste nel nostro comportamento: è solo attraverso un’intensificazione di ciò che io sono, attraverso un’affermazione e approfondimento del mio piacere e del modo in cui io provo piacere (egoismo) che posso arrivare autenticamente all’altro, comprendendo le profonde strutture del suo piacere e della sua identità (altruismo).

Da questo sorvolo filosofico possiamo trarre principalmente due conclusioni: la prima è che probabilmente, se ogni rapporto umano prendesse a modello la sessualità, riusciremmo a comprendere noi stessi e l’altro molto più a fondo di quanto riusciamo a farlo con altri mezzi; in secondo luogo, che l’egoismo è una forza produttiva, non da condannare, e la ricerca del proprio piacere, la comprensione profonda di sé, è l’unica strada per riuscire a instaurare un rapporto sano e autentico con chi ci sta accanto.

La prima conclusione potrebbe sembrare più indecente della seconda, ma non sarei così ottimista: la vulgata moralista che impera intorno al concetto di amore vuol difendere a tutti costi l’immagine del desiderio come castrazione e del sesso come avvilimento e sacrificio. E questo avviene perché è più facile dominare la mente e il corpo di un uomo affetto da castrazione e pronto al sacrificio.

La libertà, invece, sta nel desiderio di diventare noi stessi.

E non c’è strada migliore dell’amore.

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