ELOISA E ABELARDO. LE PAROLE DELLA PASSIONE

PAOLO CASCAVILLA

AabelardoEloisa

Abelardo è il “maestro”, entusiasma e seduce, suscita intorno a sé ammirazione, invidie, gelosie. Schiere di giovani si spostano da un paese all’altro per seguire colui, che affronta le questioni della conoscenza con un metodo nuovo e uno stile che appassiona e coinvolge. Nasce il dibattito pubblico, la nuova cultura si muove, circola, si abbattono pregiudizi e barriere. Le accese discussioni tra i sostenitori di differenti indirizzi richiamano l’attenzione di uomini e donne, della Chiesa e del mondo. Siamo dopo il Mille, tra XI e XII secolo. E tutto sembra in movimento. Abelardo incontra Eloisa nel 1116. Ha 37 anni.

Lei, Eloisa, ha 17 anni, curiosa, interessata, intelligente. L’unica donna del tempo che conosce (lo dice Abelardo) le tre lingue: latino, greco, ebraico. Era bella? Per Abelardo non era ultima come bellezza, e la letteratura romantica ne esaltò la persona snella, l’armonia del volto e delle forme. Nel ricordo di Abelardo l’attenzione è rivolta alla dottrina, all’intelligenza, al fascino del suo spirito. Abelardo è sulla cattedra di Parigi, il centro culturale dell’Europa. Tutta l’Europa corre a Parigi per ascoltarlo. Il canonico Fulberto è lo zio-tutore di Eloisa. Prende a pensione Abelardo, e gli chiede di curare la formazione della giovanissima nipote. Fu amore per entrambi.

Abelardo non pensa ad altro che a lei. Si distrae, non si prepara bene come prima, non studia più, Se compone o scrive non è di logica o di teologia, ma versi e canzoni d’amore. Tutti ne sono a conoscenza. Tutti, tranne Fulberto. Quando lo scoprirà, i due amanti saranno divisi. Ma la separazione alimenta la passione. E quando Eloisa dice che è incinta, egli la rapisce e la conduce in Bretagna, dai suoi parenti.

Abelardo torna a Parigi, parla con Fulberto, si accusa, supplica, offre un matrimonio riparatore, che, potendolo danneggiare nell’insegnamento, doveva rimanere segreto.

Ai primi del 1118 Abelardo si reca in Bretagna e, affidato il figlio (Astrolabio) alla sorella, torna a Parigi con Eloisa, che è contraria al matrimonio; vuole per l’uomo che ama uno stato di vita degno della grandezza del filosofo. Giudica il matrimonio una umiliazione per Abelardo, una servitù, con “le quotidiane preoccupazioni che danno una moglie e dei figli”. Capisce che può essere un ostacolo per gli studi, per la sua carriera già intralciata da conflitti e gelosie degli ambienti ecclesiasticili e culturali del tempo. Preferisce essere amante che moglie. Solo in questo modo possono essere felici. Solo in questo modo saprà che Abelardo sta con lei per amore e non per tener fede a un vincolo.

Cede, comunque, alla volontà di Abelardo. I due amanti si sposano di nascosto. Ma Fulberto tradisce i patti e divulga la notizia, per rendere a tutti nota la riparazione dell’offesa subita. In un clima di sospetti e di timori, Abelardo trova un rifugio per Eloisa nel convento di Argenteuil e le fa indossare l’abito monacale, tranne il velo, che è il segno della definitiva consacrazione. Fulberto teme che Abelardo voglia sbarazzarsi di Eloisa e lo fa evirare.

La disperazione, la vergogna, la paura della derisione, la solitudine, il timore che tutto fosse finito. Cerca rifugio in un convento, “non prima però che, per mio comando, Eloisa spontaneamente avesse preso il velo e fosse entrata in un monastero”.

Abelardo a Saint Denis ed Eloisa ad Argenteuil. Qualche anno dopo nella campagna di Troyes costruisce con le proprie mani un piccolo oratorio, riprende l’insegnamento, i suoi studenti accorrono numerosi e quell’eremo viene ampliato e intitolato al Paracleto, lo Spirito Santo consolatore.

Una decina di anni dopo, nel 1129, Abelardo viene a sapere che Eloisa con le sue consorelle deve lasciare Argenteuil ed allora offre loro, vedendo in tutto questo un segno di Dio, il Paracleto. Eloisa è la prima Badessa, e si distingue per preparazione, mitezza, prudenza, carità. Una bolla papale sancisce ogni cosa.

Abelardo è monaco convinto; scrive “La storia delle mie disgrazie”, invitando Eloisa a prendere le sofferenze come prove di purificazione. Lei scrive lettere d’amore tormentate e immortali. Ad Abelardo, che l’ha condotta da una situazione impossibile (matrimonio segreto) a un’altra situazione impossibile (professione monastica senza vocazione), Eloisa rimprovera di essere stata lasciata sola: dal ritiro di entrambi in convento, mai una visita e una lettera.  Come smentire l’opinione di molti che vedevano il loro legame non basato sull’affetto ma sull’attrazione fisica? E allora la richiesta, la preghiera: “Fammi dono della tua presenza nell’unico modo che ti è possibile, cioè scrivendomi qualche parola di conforto e incitare all’amore di Dio, colei che un giorno spingevi al piacere.”

 

Paracleto 1129

 

Eloisa. Tutte noi siamo a te grate / per questo dono. /Ed io ancor di più, / qui sento le tue mani, e il tuo respiro, / la tua fatica.

Abelardo. Ho trovato riposo in questo luogo e consolazione. / Era solo un rifugio di canne e fango, / ma nella povertà ho trovato pace / e ho pregato anche per la tua pace.

Eloisa. La mia pace non è la tua. / Sono nata in Dio e in lui ho creduto / e so che lui è Amore / e se non mi accoglierà in Paradiso / vagherò tra le stelle, / rinascerò là dove ogni donna ama, / nei canti delle fanciulle al mattino, / quando sbocceranno i fiori ad Aprile, / nei racconti di sera / davanti ai fuochi che proiettano / lunghe ombre e deformi. / L’amore è nella rete che Gesù lancia nel lago, / nella natura e nella vita che nasce.

Abelardo. La mia pace è solo un porto riparato e difeso, /un faro e intorno case basse di pescatori poveri. / Non voglio canti o racconti / di un amore lontano appassionato e tradito / perduto e ritrovato / e desidero riposare nel cuore di Dio.

Eloisa. Non è il nostro amore che canteranno, / ma l’amore che si spande come la luce / nei giorni delle varie stagioni / nell’alba e nei tramonti nelle partenze e negli addii. / Là dove un viso è visto con tremore / e gli occhi sono coperti di lacrime, / un incantesimo che nessuno può fermare. / Non di noi parleranno / ma di sentimenti che resistono /oltre i giudizi e le condanne, / le proibizioni e la morte. / Ti ho portato dentro nelle notte insonni, / e le lacrime non scendevano più, / avevo imparato a farle ritornare / nella testa, nel cuore, nel ventre. / Quanto tempo è passato dall’ultima volta? / Ti dissi: “siediti vicino a me”. / Ma tu rimanesti in piedi.

Abelardo. Ti dissi: “Perché sei così pallida?” / Avevi sulle labbra un sorriso. / Ti dissi: “Scostati dalla finestra, / c’è un vento freddo e forse nevicherà”. / Rimanesti seduta immobile e il vento / agitò i capelli fuori dal velo. / Sento il freddo e vivo nell’ombra, / ho bisogno del calore del fuoco. / La risata allegra e fresca è lontana. / I sapori della terra e del cuore sono passati. / I canti risuonano di parole indistinte e disordinate. / Forse una fresca pioggia potrebbe riempire / il vuoto della terra, ricongiungerla al cielo. / Il passato si allontana e tutto sarà perdonato. / Prega per me.

Eloisa.  Prega per me, per aiutarmi ad allentare / la stretta dei ricordi. / Chissà se potrò narrarti i giorni e le notti / la gratitudine di quel che ho vissuto! / E’ breve la vita. / Ma quanto dolore può esserci / tra la sera e il mattino. / Nel nostro tempo e nelle nostre ore / c’è il fremito dell’eternità. / Siamo trascinati verso l’alto / dove ci attraggono il sole e le stelle. / E là il soffio dello Spirito / allontana dal cuore / gelo e croste di ghiaccio.

Abelardo. Quante fanciulle amate e desiderate / sono sfiorite, e la vita e la morte / ha spento il sorriso, ha svuotato il viso / ch’era circondato da riccioli mossi dal vento! / Nei nostri incontri ci pensavamo immortali, / ma la carne e i sentimenti non durano / e i fiori oggi colti, presto appassiscono / e dei frutti con avidità gustati / già si è perso il sapore.

Eloisa. Il tempo corre, eternamente si spande. / Siamo foglie scivolate sui viottoli / e nei campi / portate dal vento e marcite nella terra. / Tutto va via, la gioia e il dolore. / Ma tutto resta. Le parole e i sospiri / volano e non svaniscono. / La vita di ognuno non si perde / e si racconta in qualche punto dell’universo. / E’ nutrimento di altre vite. / Ogni vita ha fine ma non ogni destino.

Abelardo. Mi nutro della parola di Dio. /E lo farò fino al termine delle mie ore. /Gli occhi mi mancano e desidero vedere / la luce del mattino e te. / Siamo noi che moriamo e i nostri giorni; / si perdono le gioie e i dolori, / gli odi e le vendette. / E io desidero nascondermi / nel grande mantello di Dio.

Eloisa. Ho amato la vita e sono stata portata /dalle stagioni a soddisfare la sete e la fame. / Ho visto i prati fiorire, volare gli uccelli nel cielo / e non sapevo perché. / Ho visto la violenza e bambini morire / e ho abbracciato sentimenti d’amore / travolti da venti furiosi. / Ho gridato. Nessuno ha ascoltato la mia voce? / Si è perduta per sempre?

Abelardo. Il gabbiano quando muore chiude le ali / e dove si trova, nel mare e nella sabbia / o su una punta di roccia / si ferma e lentamente dissecca. / Il cielo, il mare, il vento continuano / a scuotere gli esseri che vivono. / Dio accoglie le donne e gli uomini / dimentichi della vita, / e hanno il coraggio di lasciare le esperienze passate.

Eloisa. Sono esperienze d’amore, / nel cuore di Dio si deposita la sofferenza e il male / e anche l’amore di una donna e un uomo / di corpi intrecciati e uniti / accarezzati e baciati / di ferite fasciate e curate. / La nostra anima leggera, / avvolta in un tessuto di velluto, / a Dio porta profumi e canzoni d’amore.

Abelardo. Con pudore dobbiamo dissolverci in Dio, / con il cuore nudo e svuotato di desideri, / leggeri e staccati dalla terra. /Quanto tempo è passato / dopo l’ultimo bacio! / Il calore sottile sparso per il corpo… /Tutto è lontano. Sono solo. / Nessuno sente. E vorrei anche per te / il silenzio, senza canti e suoni.

Eloisa. E’ dei cuori coraggiosi ricordare / e non provare vergogna / conservare il pudore di dire / e di percorrere i momenti felici. / Non ho paura delle stagioni passate. / Tace il desiderio, le luci si spengono / ma non il ricordo di una fiamma / che risplende nella penombra, / di una parola che mi fa sentire a casa. / A tratti sento la tua voce…

Abelardo. La malinconia è un tarlo sottile. / All’improvviso sei apparsa / come polla di acqua sorgiva / silenziosa e discreta.

Eloisa. Un sentimento fragile, timore e ritrosia, / le mani si sfiorano tremanti e vibranti, / l’abbandono e l’accoglienza / il respiro intenso e gli occhi chiusi / la tensione di un arco e poi lo sfinimento. / Sul far del giorno la voce tremante / il sangue inquieto segna di striature / le mani e il volto.

Abelardo. Come un cavaliere volevo portarti via. / I tuoi occhi lucenti e malinconici / guardavano lontano. / Le mie parole mi sembrano suoni confusi. / Ora incerto percorro tratti brevi, / le notti sono lunghe.

Eloisa. Ho attraversato la brughiera, nei viottoli / le acque depositate di lunghe piogge invernali. / Fiori già sorgono con le brezze / e il colore della primavera. / E’ bello amare Dio, mentre / un rintocco lento e profondo /annuncia la fine del giorno. / Verso te felice correvo. / E tu mi dicevi: Vorrei morire / prima di vedere la tua grazia e bellezza svanire.

Abelardo. Ti penso ora mentre guardi fuori / ti muovi lenta… senza meta. / Un sogno ricorrente: lontani, isolati e divisi, / siepi, rovi, rumori ci separano / e sguardi indiscreti e risa stridule. / Mi sforzo di pensarti: un profumo, uno sguardo / ma presto scompari… / Pensavamo di cantare un continuo Alleluja…

Eloisa. Mi rammento, accanto a te, / per le vie usciamo e cantiamo, / senza paura tu pronunciavi il mio nome. / Interamente. E narravi la mia fronte, e i pensieri, / che liberi come raggi di luce / si rincorrevano nel cielo…

Abelardo. … e la bocca con le parole e i sorrisi / e la luce del volto.

Eloisa. Tra tutte le donne nobili e fortunate / nessuna può dire / aver superato o uguagliato / la mia felicità. Sedici anni avevo / quando sentii parlare di te / e poi ti udii e le tue parole / mi penetravano l’anima.

Abelardo. Molti mi parlarono della tua dottrina. / Ti vidi la prima volta tra altre nel coro.

Eloisa. Parlasti di Eva e della nuova Eva, / la prima volta che ti ascoltai. /Turbavano le tue parole: / desiderio, emozioni, passioni. / E poi Maria, la fecondità e il calore accogliente, / il grembo consolante della madre.

Abelardo. In prima fila sempre a testa china / e sguardi fugaci. / Una volta nell’aula entrò un passero/ e scomparve dietro un grande telo, / lo cercammo insieme e ci avvicinammo.

Eloisa. Le grandi lezioni sugli Universali. / L’ebrezza di partecipare alla creazione. / I generi e le specie sussistono / o sono solo nell’intelletto? / Realtà separate dalle singole cose / o idee calate nel mondo / identificano e fondano le classi, i gruppi? / Per te nessuna realtà: solo nomi, / l’individuo, i singoli sono la realtà. / La tua voce come l’onda del mare /avvolgente come il volo di un falco / si precipitava sulle menti e i cuori / che storditi si lasciavano afferrare.

Abelardo. Le parole definiscono il mondo / e devono avere un ordine/ sottostare a una logica / dentro una visione teologica.

Eloisa. Con ogni libro parlavamo d’amore. / Leggevamo insieme a testa bassa. /Gli occhi si confondevano, le fronti si sfioravano, / le tue mani scivolavano sul mio seno. / Tutto ciò che si può inventare / noi lo inventammo. / Né io giovane, né tu più grande/ avevamo provato di simile. / Il piacere è sempre davanti agli occhi / e non mi lascia né notte né giorno.

Abelardo. La notte piango e sono molti anni. / Ho lavorato, ho pregato / perché il passato fosse distante /divenisse nebbia, e foschia. / Remote le tue carezze, le tue mani. / Studio e nel silenzio mi perdo / e non riesco a ruminare le parole, / entrano nella mente, / non penetrano il cuore, / non diventano sangue, carne, vita, energia.

Eloisa. Ancor oggi sento il respiro / carico d’affanno e il petto trema. / Sempre legata a te e da te lontana. / Come la luna e la terra, il sole e le stelle. / Gesù, dico: aiutami / a ricordare e a vivere, / se non ricordo non amo gli oggetti intorno a me, / non le persone, non te. / Sogno sempre di seguirti e raggiungerti / e la paura di svegliarmi prima. / Sempre qualcuno che mi chiede: “Dove vai?” / E la pioggia e il vento e il buio. / Finito è quel tempo e quella stagione. / Di Dio è la monaca, tua è la donna. / A te io sono legata, unicamente.

Abelardo. Occorre acquietarsi in Dio. / E lui giudicherà sul pentimento e non sul rimpianto. / Aiuta la preghiera a spegnere / anche la calda cenere / e a riconciliarsi in Cristo. / Insieme unire parole di lontananza. / Nell’amore è bene il silenzio, / un confine e niente può varcarlo. / E’ giusto serbare in uno scrigno i ricordi.

Eloisa. Tu insegnasti che la coscienza e le intenzioni/ sono il centro dell’umanità. / E’ solo la carità che distingue / i figli di Dio e quelli del diavolo. / Un amore il mio che non si è curato di sé; / senza colpa e senza paura del giudizio, / nell’interiorità abita la forza / la potenza dei gesti dettati da amore.

Abelardo. Nei tempi felici ci spingeva l’entusiasmo / una luminosa primavera a noi davanti. / Tutto sembrava sostenerci, / poi è scesa la collera del Signore. / Né il matrimonio purificava la colpa / e dava a un amore / una famiglia, un frutto, un nome.

Eloisa. L’amore disinteressato piace al cielo. / Io preferivo quello di amica, amante, sgualdrina. / Nomi più dolci a quello che tu mi davi. / Non provo vergogna di un amore assoluto, / volevo poco e ti davo moltissimo. / Ho ubbidito a te totalmente. / Tutto quello che mi hai chiesto io l’ho fatto. / Puniti per gli inganni e sotterfugi, / travestimenti e fughe. / Non per l’amore.

Abelardo. Mutilato nel corpo e nell’anima. / L’urlo di quella notte/ mi riempie le orecchie e mi spaventa. / Un grido ed era il mio, lungo, / stridente, ininterrotto, inconsapevole prima. / Svegliarsi senza respiro, soffio vitale. / Il lamento di giorni e notti. / Non osavo guardare, né toccare, / scomparsa una parte di me/ che ci congiungeva, ti apparteneva. / Si spegnevano le varie età / una piattezza immobile e inerte, / il peso di una vita coperta di ruggine. / I rumori, i suoni, le voci avevano il sapore / del vino acido e della frutta marcia.

Eloisa. Mai dimentico la disperazione di quei giorni. / I fantasmi delle gioie svanite / si impadronirono di me. / E non valevano preghiere. / Non pentita / rimpiangevo ciò che avevo perduto. / Davanti agli occhi sempre te, / i luoghi, i momenti insieme. / Perché costringermi in un monastero…

Abelardo. Tu eri giovane e bella, / avevi conosciuto il mondo, / l’amore, la maternità. / Eri stata solo mia. / Non volevo vederti. / Avevo paura di cogliere nel tuo sguardo / pietà e compassione. / Ero diverso e impaurito.

Eloisa. Per la fiducia mancata soffrii. / Non avrei esitato a precederti in un vulcano/ se tu avessi fatto un cenno. / La mia anima non era con me. / Non volevo entrare nel monastero. / Te l’ho chiesto, ti ho implorato. / Avremmo trovato il modo di amarci, / essere congiunti con le labbra, le mani, la pelle.

Abelardo. Solo il deserto, la preghiera, il silenzio / la solitudine attutiva il dolore, / senza la perfidia degli sguardi. / L’eremo per parlare con Dio / provare a sentire la sua voce / e a chiedere perdono e forza / per ricominciare, a cantare le lodi / di una vita donata.

Eloisa. E se tu fossi venuto in Bretagna / quando incinta mi allontanasti? / E se lì avessimo condotto un’altra vita? / Anche in lode a Dio? / Il lavoro, coltivando le arti quotidiane, / e continuare tu gli studi e anch’io… / la fatica del giorno e poi la sera / l’incontro, il racconto, / la cura reciproca e dei figli…

Abelardo. Come vivere lontano da Parigi? / Quale mestiere praticare? / E quale lingua usare? / La cultura, la filosofia, la teologia / tutto nasce dalla scontentezza/ o dalla ricerca della conoscenza.

Eloisa. Mi chiedo se per te più importante / era il possesso del corpo o della mente o del cuore. / Lasciavo la porta semiaperta / la lampada accesa / e tendevo l’orecchio a ogni fruscio. / Perché non sei più tornato? / Avrei baciato il tuo membro ferito. / E aspettavo il mattino / e tremavo di freddo e di paura.

Abelardo. C’è mai il possesso di un corpo? / Ti amavo, ti stringevo / sembrava l’appagamento, / ma solo fugaci momenti, / poi ricominciava il desiderio. / E tu mi avresti amato per tutta la vita? / E io ti avrei amato per tutta la vita?

Eloisa. Ti ho portato e sempre ti porterò con me / condimento dei miei giorni e notti / Sei stato la cosa buona e pura della vita. / Sei stato il vento secco e freddo che sollevava la nebbia / e da lontano vedevo monti e cime mai viste e cattedrali. / Forse se avessi avuto coraggio / avrei potuto vedere Dio. / Tutto era pieno di vita / l’acqua, il cielo, la terra / i tuoi occhi, il tuo volto, / i volti di coloro che incontravo. / La vita era leggera / e il ricordo me la fa amare ancora.

Abelardo. Il mio porto si avvicina e poco è durata / la tua presenza e la tua grazia / e ora verrà la Grazia di Dio / a sollevarmi e a farmi volare. / Ieri ho colto le rose e le ho portate alla Madonna. / Una volta le donavo a te e le infilavo nei tuoi capelli /e quando il Coro cantava le lodi / io baciavo te.

Eloisa. Non so pregare senza il tuo ricordo. / Ero la pianta che tu hai fecondato / un usignolo muto e silenzioso / che tu hai aperto al canto. / Mi trovo nella laguna tra giunchi e macchie verdi / e non viene nessuno a portarmi via.

Abelardo Ti ho accolto fiore fresco, / sorgente viva nel deserto, / una sosta e una palma sola. / E invece eri un’oasi. / Non rimpiango di essere giunto al termine, / né di avere goduto del calore della vita, / né di aver volato così alto. / Rimprovero la ragione sventurata / abbagliata dal sole / e poco propensa ad ascoltare il canto delle stelle.

Eloisa. La mia anima con me non è più / e se non è con te è in nessun luogo. / Perché, a me che tutto ho dato / hai fatto mancare la tua presenza, / anche in quel modo per te possibile / e semplice: scrivendomi? / Devo pensare che solo i sensi / ti avvicinavano a me? / Tu che mi visitavi spesso per amarmi / e facevi risuonare il nome Eloisa / nelle case e nelle piazze, / negli scritti e nella musica, / tu che mi hai aperto le vie del piacere /aiutami ora a ritrovare l’amore di Dio.

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