L’INVASIONE DEGLI ULTRACORPI

GAIA FORMENTI

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Mi ricordo perfettamente la prima volta che mi sono innamorata. Avevo quattro anni. Il bambino in questione, ricci e aria strafottente, si aggirava inquieto nella penombra del pisolino pomeridiano e molestava chi gli capitava a tiro. Se qualcuno si ribellava lui rideva sardonico e diceva qualcosa tipo cosa dormi a fare? Vuoi perdere altro tempo?

Lì per lì non mi sono interrogata a sufficienza su questa affermazione che era comunque degna di nota. Perdere tempo rispetto a cosa? Cosa aveva di così interessante da fare? Ci stavamo perdendo qualcosa? E poi perché “altro” tempo? Ne avevamo già perso? Ma se era appena iniziato tutto! Insomma, io mi sentivo nuova, una neofita, ma il punto non era questo. Il punto era che aveva delle fossette bellissime. E i capelli lunghi, che a quattro anni in un maschio fa davvero figo. Fatto sta che come molte femmine, con discreto anticipo, mi interrogavo sul suo desiderio e per farmi notare ho iniziato a saltare il pisolino. Stavo seduta davanti alle vetrate in una posa che secondo la mia approssimata propriocezione doveva risultare misteriosa, sguardo perso nel paesaggio, mano appoggiata sotto il mento, gambe pseudo accavallate, insomma mi davo da fare. Ovviamente non mi notò mai perché era impegnato a molestare quelli che dormivano. Il mio scopo, nel magma spazio-temporale dei giorni, diventò sapere come si chiamava. Ho aspettato un tempo indefinito finché una maestra non lo ha gridato a squarciagola un pomeriggio che stava soffocando un altro bambino con la sua maglietta. Ruggero.

Sono seguiti giorni in cui quel nome da suono è diventato entità, una presenza, qualcosa di consistente quanto un oggetto, un nome che al solo pensarlo ci ricamavo su scenari infiniti che si concludevano con lui che mi regalava delle rose strappate dall’aiuola recintata o che mi scriveva lettere in versi stile A Silvia che avrei saputo leggere perché stavo imparando a leggere. Da qui la fantasia letteraria.

Ovviamente non accadde niente di tutto questo. Un giorno, stremata dall’attesa di qualcosa che nella mia mente avida di ginnastica sentimentale doveva assolutamente accadere,  l’ho chiamato per nome. Eravamo in mensa. Ruggero. Lui non si è girato. Allora gli ho messo una mano sulla spalla. Lui si è voltato verso di me e ha detto non sono Ruggero. Ruggero è mio fratello. Io mi chiamo Vittore. A parte il fatto che nessuno mi potrà mai spiegare che razza di nome è Vittore (non ho mai più incontrato un Vittore nella mia vita, voi si?) in quel momento la mia mente era impegnata in equazioni irrisolvibili. Feci conoscenza dell’inquietante fenomeno dei gemelli omozigoti. Vittore, nonostante l’imbarazzante scambio di persona, a cui forse era abituato, fu molto gentile quel giorno. Mi regalò persino alcuni pezzi della sua collezione di dinosauri di plastica. Incluso il T-rex, che non aveva neanche doppio. La sua mansuetudine mi commuoveva e mi deprimeva allo stesso tempo. Lui e Ruggero erano due gocce d’acqua. Ma mi mancava sempre qualcosa. Ogni tanto il loro papà, un tizio perennemente abbronzato che li portava a scuola in moto (in moto in tre? Boh, la memoria fa brutti scherzi) con i capelli lunghi e il simbolo dello yin e yang tatuato sulla spalla (che anni dopo mi chiesi se avesse qualcosa a che fare con i gemelli) si divertiva a consegnarli a scuola vestiti uguali. Quando vedevo in cortile Ruggero-Vittore, potevo aspettarmi un pugno in faccia oppure una carezza a seconda che Vittore-Ruggero si fosse rivelato essere Ruggero o Vittore. Poi c’era il problema dell’amore. Ovvero, se fossi innamorata dell’uno o dell’altro. Senz’altro Ruggero mi solleticava di più con quell’aria da gangster impunito ma tutto sommato certi giorni preferivo farmi fare le trecce da Ruggero, così, giusto per fare una pausa tra una sessione di lotta greco-romana e l’altra. E, ancora di più, mi chiedevo, cosa facesse davvero di Ruggero Ruggero e di Vittore Vittore. Di fatto mi addentrai troppo in questa questione ontologica e ne uscii con un occhio nero. Mentre andavamo al pronto soccorso sentii mia madre bestemmiare per la prima volta. Era una faccenda, questa dell’amore, su cui non si poteva scherzare.

Quando fondarono SETI, Search for Extra-Terrestrial Intelligence,  il presupposto romantico con cui gli scienziati e gli astronomi, compreso il suo fondatore, si sedettero davanti ai radiotelescopi ad aspettare che qualche specie aliena ci inviasse un segnale radio per contattarci, era grosso modo questo: l’universo osservabile è uno spazio enorme pieno di galassie, quello ancora non osservato è molto probabilmente infinito, le galassie a loro volta contengono milioni di sistemi solari ecc ecc e considerate le condizioni favorevoli allo sviluppo della vita, ossia un pianeta distante dalla sua stella tot, con delle temperature che permettano all’acqua di non evaporare e neppure di rapprendersi in ghiacciai perenni (la cosiddetta linea della neve) si considerava altamente probabile, se non statisticamente certo, che la vita si fosse sviluppata in un altro sistema solare, di qualche galassia lontana o anche, perché no, vicina. Il secondo presupposto era che la vita formatasi, se nata in una finestra longeva del proprio sistema solare, avrebbe avuto il tempo di svilupparsi come vita intelligente. Esseri biologicamente complessi, dotati di autocoscienza, che di conseguenza avrebbero naturalmente sviluppato una propria tecnologia. Guarda caso, perché no, avrebbero potuto costruire dei grandi radiotelescopi e inviare segnali radio. Ma, soprattutto, si presupponeva che questi esseri alieni desiderassero ardentemente cercare i propri parenti interstellari. Che fossero preda, come noi, di un senso di solitudine cosmica, una nostalgia dell’altro che li avrebbe spinti a investire tutte le proprie energie per trovarci, per trovare proprio noi, i cugini terrestri lontani. Con il passare degli anni però i radiotelescopi, tranne qualche grottesco falso allarme, sono rimasti muti. Con l’evoluzione del pensiero scientifico, la comunità del SETI ha cambiato direttivo e posizione a riguardo. Potrebbe non essere così semplice che la vita si sviluppi in un altro pianeta, potrebbe anche essere che la vita intelligente non sia una conseguenza naturale del formarsi di agglomerati di molecole biologiche.

Alcuni scienziati ipotizzano, con un colpo di scena degno di Philip Dick, che gli alieni non siano da cercare lontano. Potrebbero essere già sulla terra, nascosti tra i milioni di batteri ancora non classificati, o tra gli animali marini degli abissi, che potrebbero contenere un DNA con una struttura completamente diversa dalla nostra. (Recentemente si sono scoperte speci marine che possiedono DNA strutturalmente incompatibili con tutte le altre forme di vita terrestri, come quella aliena sembra la struttura di alcuni batteri senza contare che, in ultima istanza, il nostro stesso DNA sarebbe di natura extraterrestre)

Sta di fatto che la vita potrebbe essere un incidente altamente improbabile, talmente improbabile, che buona parte della comunità scientifica, a oggi, stima la possibilità che forme di vita aliene si siano sviluppate su altri pianeti vicinissima allo zero.

Questo senso di solitudine insopportabile che fa sentire gli scienziati del SETI e molti di noi confinati in una periferia dimenticata dell’universo, resta una curiosa piega del nostro mancato amore cosmico.

Nel 1956 esce “The body snatchers” (L’invasione degli ultracorpi) di Don Siegel. Il film, tratto dal romanzo di fantascienza di Jack Finney, diventa in breve tempo un cult.

La storia racconta di una specie aliena che invade il pianeta colonizzando i corpi degli esseri umani quando dormono e rendendoli insensibili a qualsiasi sentimento. Una specie di Alien ante-litteram ma senza parti splatter, i “posseduti” dagli alieni infatti rimangono fisicamente uguali agli originali umani ma la loro interiorità è persa per sempre. Ovviamente i protagonisti sono una coppia di innamorati, il Dottor Bennel e la sua fidanzata Becky. I due riescono a scappare seminando i propri concittadini già diventati alieni e, confidando nella forza del loro amore, cercano di tenersi svegli l’un l’altro per resistere all’invasione. Nella scena finale del film, allo stremo delle forze, Bennel e Becky si baciano appassionatamente ma durante questo bacio Becky si addormenta per qualche secondo. Quando riapre gli occhi, non è più lei. Un attimo prima era la donna di cui era innamorato, l’attimo dopo è diventata un alieno. Bennel scappa sconvolto in preda all’orrore. Quando vidi il film per la prima volta pensai a quanto in fin dei conti quel film non fosse per niente un film di fantascienza. Basta una parola fuori posto, un gesto, un’espressione del viso, una confessione. Lei non è più lei. Lui non è più lui. Improvvisamente alieni.

Immagino che tutti abbiano una personale versione di cosa significhi la locuzione “a immagine e somiglianza”. Mia nonna pensa a Dio che crea l’uomo quando varca la soglia della Chiesa di Montesanto. Io ci penso spesso quando mi diverto a scovare le somiglianze dei figli con i loro genitori. Non è raro che un genitore provi un orgoglio dissimulato o palese, un amore al cubo, quando un figlio gli somiglia molto. È la tua fotocopia, si dice. Quando non si può agire sul genoma, lo si fa sul carattere. Si amano i figli che ereditano le nostre passioni, che amano le cose che amiamo noi. Quando ci separiamo in malo modo, siamo infastiditi dai tratti del figlio che più somigliano al nostro ex partner. Vorremmo epurarlo da quei fastidiosi lasciti, liberarlo da quell’eredità che ci sembra oggettivamente nefasta.

Quando ci innamoriamo diciamo “mi sembra di conoscerlo da anni” oppure “mi ha riconosciuta” come se la familiarità, presunta o immaginaria, fosse un tratto distintivo del vero amore. Eppure è vero anche il contrario, oscilliamo tra l’attrazione per qualcosa di familiare, conosciuto, heimlish, direbbe Freud, e qualcosa di sconosciuto, alieno, perturbante, unheimlish.

È nota l’ossessione sentimentale di alcune donne e di alcuni uomini per gli stranieri. Ci sono uomini seriali nella loro selezione esotica, che evitano scrupolosamente e per tutta la vita le proprie connazionali, ci sono donne che si innamorano solo di uomini di certe etnie ed esistono coppie che stentano a imparare l’uno la lingua dell’altro, anche dopo anni di relazione, pur di mantenere questa distanza, questa estraneità.

Per non parlare dell’immaginario sessuale, dove abbondano le declinazioni in cui sconosciuti di passaggio incarnano i nostri desideri più reconditi.

Lacan diceva che a farci innamorare è un “tratto” particolare dell’altro. Può essere un dettaglio fisico, la voce, un tratto somatico, un tic, il colore degli occhi.

Questo tratto colloca l’amato in un posto di elezione. Una volta investito l’oggetto del desiderio, la frittata è fatta.

Lacan diceva anche, in una delle sue espressioni più famose rispetto al rapporto uomo/donna (E gli omosessuali? E i bisessuali? E i transgender etero o omo?) che il rapporto sessuale è impossibile. Non è dato a un uomo e una donna di intendersi, la comunicazione, la corrispondenza è segnata da una differenza radicale. Ma la biochimica?

A ventiquattro anni sono andata a vivere in una comune hippie in Francia.

Colline e boschi incontaminati, cascate, case in terrapaglia, agricoltura biologica, pannelli solari e un certo grado di libertà sessuale. Ma fino a un certo punto.

Le coppie che si formavano e scoppiavano spesso nel giro di pochi mesi, più raramente anni, rimescolavano spesso gli stessi attori, dato il numero non esattamente esorbitante degli abitanti del dipartimento. Così capitava che i figli fossero spesso solo di uno dei due, che i bambini avessero più madri o padri adottivi, e che gli ex portassero avanti una politica pacifica del vivi e lascia vivere senza troppi rancori. Go with the flow. Se incontri qualcuno che ti piace, perché resistere? Perché negare questa forza chimica e spirituale che ci spinge uno verso l’altro? Anche a costo di vivere nel caos. Presto avrei imparato che non era esattamente così, che quella che sembrava una fotocopia dell’utopia del sessantotto parigino si era trasformata nei fatti nella copia carbone di un paesino di provincia, con la differenza che al posto di dire “quella è un troia” si diceva “quella ragazza viaggia su vibrazioni molto magmatiche” oppure al posto di dire quel figlio di puttana si diceva “ lui non ha ancora trovato il suo centro” e altri creativi eufemismi. Comunque io vivevo con un ragazzo sopra un cocuzzolo da cui vedevo solo i Pirenei, il ragazzo era italiano, biondo, ricciolo e con occhi azzurri, cosa che creava spesso situazioni imbarazzanti con le coetanee francesi del luogo che, va detto, quando vogliono qualcosa sono di una certa insistenza. Per cui mi interrogavo giorno e notte su questa faccenda della monogamia e della poligamia. In effetti, ero in un’età in cui ancora mi sembrava possibile trovare soluzioni alle cose.

Il mio fidanzato-putto, da buon freakkettone, stava leggendo una serie di libri tra  scienza e spiritualità e tra questi c’era “La scimmia nuda” di Desmond Morris.

Per chi non l’avesse letto, in poche parole Morris negli anni sessanta si era posto questa domanda: se l’uomo è un animale, io, che sono uno zoologo, posso trattarlo come tale? Perché no? Da questo ragionamento nasce lo studio sull’animale uomo, una divertente disamina zoologica –oggi forse un po’ datata- sulla nostra specie. Uno dei capitoli riguardava per l’appunto la necessità biologica della monogamia. Se non ricordo male, vado a memoria, secondo Morris la scimmia nuda avrebbe sviluppato un habitus monogamico durante un lungo processo di adattamento ambientale e, in ultima istanza, per garantire la crescita e l’educazione della prole che tra i mammiferi è la più lenta nell’apprendimento.

A questa istanza biologica però se ne sovrappongono altre che entrano in contraddizione con questa, tra cui una fase di rapimento chimico, che Morris individua nei primi mesi di rapporto, in cui addirittura certi recettori chimici risultano iperattivi ai segnali inviati dal partner andando via via scemando nel primo anno d’amore. Il che porterebbe a pensare che esaurita la carica chimica si possa cadere preda del prossimo “emanatore” di fluidi. A queste, si sono aggiunte nel corso del tempo istanze sociali, culturali, religiose, che a seconda delle epoche hanno visto la predominanza delle une sulle altre, decretando di volta in volta gli stati generali della monogamia. Insomma, la monogamia è iscritta nel nostro genoma, ma solo fino a un certo punto. Nel nostro genoma ci sono un tot di istruzioni poligamiche con cui fare i conti. E sicuramente ci saranno in giro libri di neurobiologia ben più recenti de “La scimmia nuda” che raccontano per filo e per segno la fenomenologia biochimica del sentimento, il suo nascere, crescere e morire molecolare.

Per un po’ questo riduzionismo materialistico mi ha soddisfatta. Ma presto l’edificio ha cominciato a scricchiolare.

C’è un momento, quello in cui siamo innamorati persi, in cui il tempo non esiste. Di fatto, una fase di rincoglionimento beato. Non ci importa di nient’altro che quello che accade a noi e all’altro investito del nostro amore, viviamo in una dimensione fusionale, perdiamo il senso dei nostri confini, non sappiamo dove inizia uno e finisce l’altra, possiamo smettere di mangiare, di lavorare, di vedere altri esseri umani. Non importa. Passiamo le ore a fare l’amore e a raccontarci tutte le cose che facevamo da bambini trovandole interessantissime e stupefacenti, godiamo a scovare notevoli e sconvolgenti somiglianze con la vita passata dell’altro, arrivando a dirci frasi del tipo “ma dove sei stato tutto questo tempo?”, “è una vita che ti aspettavo” e altre amenità del genere. (adoro il fatto che, in amore e nel sesso, le variabili lessicali e le locuzioni siano davvero povere di invenzione. Ci sono quelli che per pudore non dicono niente. Ma una parte del loro cervello le pensa. Mi sembra sintomo di una qualche comunione, almeno del genere umano, non so degli innamorati)

Poi questa fase di rincoglionimento finisce, complice la vita che torna a farsi sentire da angoli dimenticati e la famosa chimica che esaurisce le sue reazioni. Allora ci viene in aiuto la narrazione.

Ci si raccontano le cose fatte assieme, si ripercorrono i momenti condivisi, spesso e preferibilmente con l’aiuto di qualche spettatore cui confidare i nostri aneddoti, a volte in solitudine, qualcuno si diletta persino a scriverne. La narrazione si spinge avanti e indietro nel tempo e ben presto non basta più il presente né il passato, si cerca di rimediare narrazione anche dal futuro. Si progetta, si immagina, si fantastica. Senza progetto, non c’è futuro. Senza futuro sembra difficile continuare a stare insieme.

Mi sono chiesta spesso perché chiamiamo i nostri incontri “storia”?

È affascinante. Come se tessere il racconto del nostro incontro fosse un’operazione necessaria alla tenuta di tutta l’architettura amorosa. Come se ci dovessimo continuamente ricordare dove siamo, con chi siamo. Nei casi più fortunati, il rapporto con l’altro ci mostra le nostre nefandezze e scardina le nostre teorie sul mondo, facendo sorgere uno sguardo dolorosamente nuovo, più prismatico e meno edificante, ma accresciuto di qualcosa.

Ci sono anche quelli che sono usciti dalla storia, che vivono l’uno a fianco dell’altra viaggiando in due universi paralleli che non si toccano (ma non sarà sempre così?)

Ma poi, siamo sicuri di essere dentro la stessa storia? È inquietante e divertente quando capita che una coppia di amici in crisi si confidi separatamente con noi. Spesso le versioni sono a tal punto inconciliabili che sospendere qualsiasi commento è il commento migliore. Quando capita a noi è un po’ meno divertente.

A volte, quando le narrazioni smettono di coincidere, fatalmente, (ossia quando le necessità dell’uno e dell’altro non sono più condivise) la storia finisce.

Il più delle volte, anche se non sempre, per ricominciare a fantasticare sul prossimo innamoramento è necessario rinnegare quello appena finito.

Frasi del tipo “Mi ero dimenticata chi ero, come ho potuto?” oppure “Mi sembra di aver buttato via anni della mia vita” o ancora il più creativo “Era da anni che non mi sentivo così vivo” sono inni alle riconquiste vere o presunte dei single “liberati” da quello che in definitiva, hanno desiderato fino all’ultimo secondo, più o meno oscuramente.

Mi è capitato più volte di sentire, e di pronunciare io stessa, la frase “Era solo una cosa immaginaria” riferendola a una storia che si è rivelata inconsistente, per lo più deludente o semplicemente evaporata in un nulla. Questa inconsistenza, causata dalle nostre proiezioni, dai nostri bisogni o dalla voglia di sentirci innamorati (perché, è forse diverso quando la cosa funziona?) si contrappone a quello che sarebbe un amore “vero” che si potrebbe pacificamente individuare, almeno nella vulgata comune, in una relazione duratura, dove si condivide il più possibile, si convive, ci si sopporta, si fanno dei figli o anche no. Ci si racconta una storia, la famosa narrazione (forse) condivisa. Si condivide del tempo, in parole povere.

Si guarda con una certa diffidenza a quelli che individuano come l’amore più grande della loro vita in un incontro fugace, breve, impossibile, o magari mai avvenuto. Eppure io nutro una grande simpatia per questa versione dell’amore.

Perché un amore non vissuto, impossibile, solo sfiorato o breve dovrebbe essere meno vero di uno che dura cinquant’anni? Il tempo e la sua narrazione sono davvero sinonimi di “qualità” di un amore? Lo rendono più vero, più nobile, più intenso?

Perché quando qualcuno ci dice “non ho mai provato niente del genere” tendiamo a sorridere imbarazzati, come se quel superlativo fosse un’affermazione vittima della smemoratezza, come se l’amore fosse una forza misurabile da confrontare con ponderatezza con tutte le emozioni provate lungo la linea del tempo?

La sorella di mia nonna si è sposata a vent’anni con un uomo che non ha mai amato. A novanta, un giorno afoso d’estate, dopo vent’anni che suo marito era morto, ci aveva confidato di non avere mai provato un orgasmo facendo l’amore con lui. Poi, come se fosse una naturale prosecuzione dell’argomento, ci ha raccontato di un ragazzo di cui si era perdutamente innamorata quando aveva solo quattordici anni. Il ragazzo in questione ne aveva diciassette e non aveva fatto altro che fischiarle dietro mentre andava a prendere l’acqua del pozzo. Questo quadretto pastorale era la cosa più simile all’amore che avesse mai conosciuto. Il ragazzino era partito militare e non l’aveva più visto.

Due anni fa, camminando per le strade di Bhaktapur, la città dove Bertolucci ha girato l’Ultimo Imperatore, oggi semi distrutta dal terremoto, dopo più di venti ore tra scali e voli vari, ho avuto un malore camminando lungo l’infilata di templi indù e buddhisti della città. Mentre mi riprendevo a suon di secchiate in faccia ho detto al mio compagno “Mi sembra di non essere qui” alludendo allo sfasamento da jet lag e alla fatica fisica unita allo smarrimento del viaggio. Lui mi ha risposto, indicando i nepalesi che camminavano lungo la via, “Nessuno di noi è qui”.

Non so se intendesse solo rassicurarmi o se stesse ripassando l’ultimo libro di fisica quantistica di Rovelli ma quella frase mi colpì a tal punto che per rifletterci sopra mi dovetti riprendere in fretta.

Nel suo libro “Sette brevi lezioni di fisica”, Rovelli ci spiega che il tempo non esiste. O meglio, il tempo, inteso come ordine degli eventi così come lo percepiamo, è solo una particolare sfocatura con cui noi, con i nostri mezzi limitati, possiamo percepire il mondo. Solo grazie a questa sfocatura possiamo collocare gli eventi su un’ipotetica linea del tempo, raccontarci una storia di cause ed effetti, scelte e conseguenze delle nostre scelte. A livello subatomico, il tempo non ha senso, gli scienziati osservano ormai quotidianamente fotoni e altre sub particelle comparire e scomparire da una parte all’altra dello spazio istantaneamente. Si è arrivati persino a togliere il fattore tempo (t) dalle equazioni. Non contento di averci tramortito con queste affermazioni, negli ultimi capitoli si lancia in una disquisizione sul problema dell’autocoscienza e dell’io, spiegando come non sia possibile, a livello scientifico, separare i processi biochimici che avvengono all’interno del nostro corpo (ma che, ricordiamo, a livello sub atomico non si collocano sulla linea del tempo) dal nostro “io” così detto cosciente, arrivando così a mettere in discussione il concetto stesso di libero arbitrio. (tra l’altro, se non c’è una dimensione di causa effetto, va da sé che la sequenza coscienza-decisione-azione non avrebbe nessun valore) Mi sono chiesta, mentre la testa si faceva incandescente procedendo nella lettura, se questo avesse qualcosa a che fare col nostro senso di colpa relativo ai sentimenti. Ci capita di dispiacerci nel sentire ciò che sentiamo, nel non volerlo riconoscere, avvertendo una sorta di “tradimento” interno, una contraddizione insanabile tra quello che sentiamo e quello che vorremmo (Che sarebbe comodo? Semplice? Auspicabile?) sentire. Non possiamo decidere ciò che sentiamo. La coscienza e la materia sono concetti pressoché inspiegabili. Piuttosto seccante.

Un’altra cosa mi ha colpito molto del libro di Rovelli ed è la questione del futuro.

Il futuro, a livello di processi fisici, esiste solo laddove c’è calore. L’unico movimento che dà l’idea di una direzione, di un verso del tempo, è il principio della termodinamica che descrive il passaggio di calore da un corpo caldo a un corpo freddo. Perché questo avvenga, è inspiegabile. Perché non avvenga il contrario, ossia che il freddo passi a un corpo caldo, è altrettanto inspiegabile. Semplicemente, è statisticamente più probabile che avvenga. E questa probabilità spiegherebbe nientemeno che l’origine dell’universo.

Mi vengono in mente due cose. La prima, è che non siamo qui. Né qui nello spazio, né qui nel tempo. Chi stiamo intercettando nel nostro cammino, se possiamo intercettare davvero qualcuno? In quale dimensione spazio-temporale vive, si manifesta, in quale universo è immerso l’essere che ho di fronte a me? Forse io, con il mio sguardo, non faccio altro che farlo collassare, situandolo, riducendolo in questo stato, come una funzione d’onda.

La seconda è una domanda: se questo senso del tempo c’è solo laddove esiste calore, questo eterno passaggio di calore è in qualche modo solidale all’amore?

L’amore, la sua impossibilità, come i più alti traguardi scientifici, mi appare come una frontiera, un moto a luogo infinito che segue senza senso e incausato le leggi dell’entropia.

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