I FEEL LOVE

MARY BARBARA TOLUSSO

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Io non ho mai capito perché alcuni non capiscono che per capire se piacete a un’altra persona c’è un metodo molto semplice: vi cercano. ti cerca: piaci. non ti cerca: non piaci. esclusi i narcisi che anche se stanno vomitando sul cesso per te, non ti cercheranno mai. be’ comunque, non è difficilissimo eh. fa caldo. buona continuazione.

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Prima o poi vorrei capire che cazzo se ne fa la gente degli amori possibili.

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A me a dir la verità piace più mangiare che fare sesso. Anche prima dei 20.

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L’altra sera ho usato whatzup a lungo, a me non piace tanto usare whatzup ma mi ha scritto un mio amico e insomma era stato appena piantato dalla sua ragazza, i sospiri gli uscivano dalle tempie e allora mi sono messa lì e ho scritto pure io: te lo aspettavi, lo sapevi, era nell’aria, lo temevi e lui ha detto: “No”, e a ogni cosa che gli chiedevo diceva “No”.

“Hai mangiato?”
“No”
“vuoi che usciamo?”
“No”
“Lo sai che ci vuole del tempo…”
“No” ha scritto lui “mi ha detto che non ce la faceva”. Voce del verbo fare. L’amore è così, ho pensato, o ce la fai o non ce la fai, ma se ce la fai l’amore è una di quelle cose che si fa sentire.
“Tu cosa faresti al mio posto?” Mi ha chiesto.
“Non lo so”, ho scritto “però una volta ho fatto distruggere un’intera biblioteca a un mio personaggio, sì insomma questa tizia spaccava, lanciava, strappava tutti i libri della biblioteca che aveva costruito insieme al suo uomo”.
“E poi si è sentita meglio?”.
“No. È che anche il dolore è una di quelle cose che deve farsi sentire”, ho scritto. E poi ho aggiunto “Se vieni a casa mia c’è giusto uno scaffale-discarica che non aspetta altro che un tritarabbia. Guarda c’è pure il Piccolo principe, lo riduciamo a pezzi, ci attacchiamo il chewing-gum sulle pagine, ci saltiamo sopra e poi passiamo al Vecchio e il mare”.
“Ma allora è questo l’amore?” mi ha chiesto “è distruggere? Perché lei mi aveva fatto una promessa e la promessa diceva che mi avrebbe amato per sempre”.
Ora io scrivo contro i “per sempre” proprio perché non c’è niente di più pericoloso dei “per sempre” che ci tengono per le palle come ci tiene per le palle la primavera, ma cristo santo uno mica crede alle cose che scrive, ho smesso di whatzuppare, ho cliccato il suo numero e ho detto: “Per me i per sempre esistono. E sempre. E sempre. Ma si usano sempre a sproposito, però è come dici tu, l’amore è una promessa”.
“So che non ci credi e lo dici perché vuoi tagliare corto”.
“Non è vero. Mica lo affitti l’amore, un mese, un anno e così sia, quella è roba per gente che non sballa, a noi ci piace sballare no? O tutto o niente, ci piace sballare e sfruttare i per sempre, l’ho scritto pure in fb, l’amore non è mica gratuito, bisogna avere le palle. È così che continuiamo a pensarlo, tutto il resto sono stronzate per fare i cagacazzo”.
“Ci credi davvero?”
“Non lo so. Ma è qualcosa di non tanto diverso”.
“Allora non mi amava?”
“Non ti amava”
“Neanche un po’?”.
“Per me neanche un po”.
“E faceva finta?”
“No che non faceva finta”
“E allora cosa? Cazzo mi metti confusione”
“Non sballava, non era tipo da sballo dai, ti prego è una che mette il celophanne sul telecomando”.
“Ma a me piace il suo cellophane sul telecomando”
“Se non sai cosa vuoi perché mi rompi il cazzo?”.
“Non sono confuso. La amo e amo il suo celephon sul telecomando”
“E certo, le eroine passionarie mettono sempre il cellophane sul telecomando,”.
“Sei troppo assolutista. E conservatrice”
“Tu dici?”
“Vaffanculo”
“Dai non arrabbiarti, se cambi idea ti concedo di saltare anche su Holderlin. Le liriche, volume II”.
clic.
Va bene. Col cuore in mano spero inizi a bere.

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Non so voi, io sono cresciuta in un clima rigido. Non solo per il collegio, mia madre imponeva delle regole precise. Be’ comunque in tutto questo c’era una salvezza: MIA NONNA, personaggio stronzo ma mitico, mia nonna era terrorizzata non mi sposassi, soprattutto non avrebbe digerito mi sposassi con un individuo brutto, eh sì, era fascista, era una da selezione genetica, vestiva da dio e ha fatto i soldi da sola sparandosi di notte con la sua lambretta nei cimiteri carnici – durante la guerra – per vedere come erano fatte le corone per i morti perché, nonostante i suoi 17 anni, aveva capito che con la morte si facevano affari. Comunque sia, mia nonna mi forniva l’alibi perfetto. Una giorno mi ha convocato e detto: «Senti Mary, tu sei chiusa a scuola e il week end tua mamma non ti lascia uscire, allora facciamo così, tu il sabato dici a mamma che vieni a dormire da me, e poi te ne vai in discoteca ma mi raccomando, a casa entro le 2», entro le 2 perché fino a quell’ora organizzava delle bische in casa, giocava a carte con gli amici. Così ho iniziato pure io a mettere piede nei locali, ci portava la sorella più grande di una mia amica, avevo 16 anni, un vero e proprio trauma, anche perché non ero abituata agli ambienti misti, insomma una rincoglionita, che si traduceva nel fatto che mentre le amiche rimorchiavano a nastro, io al massimo scroccavo da bere a quello che offriva da bere all’amica, secondo me ero pure un mezzo cesso, non avevo tette e non esistevano i pushup, un disastro, finché la mia amica mi diede il consiglio più fruttuoso della mia vita: “Non pensare se hanno letto Shakespeare o no”, disse, “tu sorridi. Sorridi e basta”. Oh, funzionava alla grande. Per cui se qualcuno che mi piaceva mi guardava, il primo pensiero era: ”Figo, chissà se conosce Foscolo… NO, no, NO SORRIDI E BASTA” e sorridevo. Il tipo si avvicinava e iniziava a parlare, in genere discorsi di una noia esaltante, roba che Pascoli sarebbe stato il Justin Timberlake della serata. Ma sorridevo, ogni roba che questo sillabava io sorridevo, finché mi giravo verso la mia amica e dicevo: “Quando ce ne andiamo? “Sorridi cretina”, rispondeva. Dio che palle, e così, con le ovaie smunte e il cuore a pezzi scivolavo inevitabilmente su domande inopportune tipo: “Ma l’avete già fatto Foscolo? Hai letto Alla Musa? No? Ma neanche a Zacinto? No? Ma insomma non hai letto un cazzo….” e lì mi agitavo, lui diceva che ero strana e se ne andava. Bei momenti. Di alto profilo romantico. Consolatorio. No davvero, una donna fatale, già si capiva. Però in collegio raccontavo grandi cose, imprese epiche, stati di tensione sentimentale che neanche le Bronte. Una volta ho pure inventato che mi ero fatta un dj. Poi dicono che leggere rende più sexy. Ma andate a cagare va.

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Io non sono contraria alla raccolta differenziata. Pur tuttavia coltivo un sogno. Giorni fa sono stata a cena da un amico, che di fianco alla cucina ha quei 37 bidoni per la carta, la plastica, il vetro, l’umido, il pongo, la cacca degli acari e qualsiasi cosa vi venga in mente. È un caro amico, ma veste di merda. Ora, durante la cena, mi parlava di cose legate alla politica e alla giustizia. E indossava le Birkenstock. Che belle le Birkenstock, adesso che è estate è così bello aggirarsi per la città e poter ammirare tutte queste Birkenstock, così comode, così sane. Bisognerebbe introdurre nella differenziata anche il cesto per le Birkenstock, si sa mai che non vadano riciclate. E comunque tra discorsi sulla giustizia e le Birkenstock ho rischiato un tracollo di entusiasmo, a un certo punto sarei stata disposta a lavare i piatti purché togliesse i calzari di Gesù, voglio dire, se tu fossi un uomo giusto, butteresti i tuoi piedi nel cassonetto dell’umido e alle Birkenstock non daresti manco la dignità del bidone: le bruciamo direttamente. Vuoi? Poi bruciamo il tuo borsello di canapa e il cassettino delle medicine olistiche Insomma, vuoi ripulire il mondo e vai in giro con le Birkenstock? Proprio tu, voglio dire, credi forse che se i tedeschi avessero avuto la sensibilità di fare belle calzature avrebbero mai attaccato la Polonia? E così sono stata rapita da questo sogno: sfasciargli con un martello tutti i bidoncini allineati di fianco la cucina: «Pronto? Mi ascolti? Pronto? Ci sei?» ripeteva, perché a un certo punto i miei occhi erano fissi al muro totalmente immersi nel sogno che stavo sognando, MASSACRARGLI tutti i bidoni della differenziata, così, uno dietro l’altro, tanto per fare un po’ di giustizia a partire da casa sua. Se muoio d’estate e qualcuno si presenta al mio funerale con le Birkenstock: cacciatelo. Anzi, bruciatelo. O per lo meno bruciategli le scarpe.

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Ieri sera parlavo con un’amica la quale amica mi diceva, oltre al fatto che ho uno smalto di merda e che devo tagliarmi i capelli perché sono troppo vecchia per averli così lunghi, la mia amica diceva appunto che il disvalore più pompato in questo momento è la diffidenza. Be’, diciamo che intanto diffido lei. Comunque oggi mi taglio i capelli. Siccome la mia amica ha un occhio altamente estetico mi fido, ma la diffido comunque per darle ragione, oltre al fatto che non fidarsi di chi si ama mi pare basico e io amo la mia amica. Non si capisce perché dovremmo fidarci proprio di chi amiamo, cioè di quelli che se ti fregano ti spaccano in due. E invece no: tutti a parlare di fiducia, roba che va bene per la politica o per un mediocre romanzo letterario. Bisogna avere fiducia, senti dire alla brava gente. Io sinceramente ad avere sfiducia mi son sempre trovata molto bene e se è vero che il disvalore più pompato è la diffidenza, era ora. Voglio dire, sarebbe anche ora di sfiduciare l’uomo. O no? L’amore invece no, non va sfiduciato, ma non è certo quella stronzata della fiducia. Va bene. Finisco una roba che devo finire e mi taglio i capelli, se fossi un’anti eroina young adult dovrei tagliarmi le vene, ma SICCOME SONO TROPPO VECCHIA PER AVERE I CAPELLI COSI’ LUNGHI, va da sé che sono troppo vecchia anche per suicidarmi, mi taglierò solo un po’ di cheratina. Dio che palle, c’è da non crederci, mah, non si sa come sfangare la noia, be’, intanto mettiamo la mia amica in quarantena che destabilizza me e i miei capelli. Poi vedremo.

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Dunque Eugenides dice questa frase a un festival che vedo molto cliccata e retweetata: “quando vai a casa di qualcuno guardi la sua libreria e capisci se puoi innamorarti”, ma in che senso? cioè se sono uguali alle nostre o diverse? una persona a me molto cara ha una libreria di 3000 volumi, molti autori tedeschi, di cui non ci capisco una mazza. altre persone che detesto hanno librerie identiche alle mie. Io non c’ero al festival, Eugenides mi piace, e niente, morirò trascinandomi questo mistero.

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No scusate, spiegatemi perché se prendo un uomo, cerco di essere una tenera amante ma fuori dal letto nessuna pietà, altro che sta sicura che t’amerà, mi sfancula invece spedito? Se invece lo faccio sentire sempre importante, dò il meglio del meglio che ho, mi ama alla follia? No dai, spiegatemi, non ho capito perché ‘sta canzone di merda funziona solo al contrario, dai, vediamo, ditemelo, vediamo. Che cazzo!

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Oggi gira malissimo, probabilmente gira il tempo. e poi non ho dormito. mio nipote ha invaso lo spazio vitale, l’unico individuo per cui posso ridurmi sul ciglio del materasso, maledetta genetica, immagino che se fosse mio figlio mi ridurrei a dormire sul tappeto controllando se respira. cavoli se la natura è la star, e noi a parlare di filosofia, sì, buonanotte. non è che io sia per l’inciviltà, ma certo un po’ di voi li lancerei in savana, parlami un po’ di Hegel adesso, su dai, sviscerami la sua visione storicista con una tigre attaccata al culo, sì d’accordo, esempio estremo ma a bacheche estreme, quelle che non si ricordano di essere in vita, le salme che sanno tutto di fenomeni/noumeni ma non sanno se c’è lo sciopero dei treni. Vabbè comunque non ho chiuso occhio, perché oltre mio nipote, che é pure dolce e mi spiazza, c’è un altro elemento come il miele a casa mia. Mia madre. State certi che se mia madre vi ospita sarete serviti e riveriti che la geisha di Rob Marshall le lustra i vetri. Quando portavo i miei fidanzati a pranzo, dopo 10 minuti di contatto materno questi guardavano me, guardavano mia madre, riguardavano me perché non capivano come cazzo era… Per fortuna arrivava mia sorella a riequilibrare il quadro che essendo sfortunatamente intelligente, non lesinava battute al veleno ai miei ex che, naturalmente, lisciati da mia madre si sentivano dei super maschi alfa, si gasavano proprio, d’altra parte mamma preparava loro vassoi dove potersi servire, divani dove potersi stravaccare, insomma uno schifo. Poi arrivava Katiuscia. Appunto. La più bella battuta al cianuro l’ha fatta a un mio ex che non aveva tantissimi capelli. Immaginatevi la scena: lui ormai in preda al più becero maschilismo fomentato dalla genitrice, per cui quando giunge mia sorella, per procedere alle presentazioni si lancia in un baciamano piegando eccessivamente la testa. E Katiuscia dice: “Sta’ attento”, e lui “Perché? Mi fa piacere conoscerti”, e lei “No …era per il baciamano. Ti potrebbero cadere ulteriori capelli”. Fantastico. Grazie a dio esiste mia sorella. Almeno riacquistavano un aspetto umano limitandosi a sognare di essere il capo Tuareg solo in presenza di nostra madre. E tuttavia, ciò che volevo dirvi, ciò per cui avevo iniziato a parlarvi, è che nonostante mammina sia una specie di stecca alla vaniglia vocata a venerare il maschio, ha l’ossessione per i mobili antichi, andava a rubarli pure nei fienili, fregando pure i contadini che ripagava con una pianta, una maniaca dell’antiquariato, se oscuro e tetro meglio. insomma io non chiudo occhio nelle lande friulane perché casa mia è arredata che lo scenografo di Dario Argento ma levati. Eppure è una donna dolce, per dire, non si capisce mai un cazzo di come è fatto un altro. Esclusi gli stronzi. Ovvio. Comunque se siete in crisi di identità maschia, andate a farvi un giro da mamma, se le svitate il tappo di una bottiglietta d’acqua vi guarderà come dire: “Che forza. Mio eroe”. Eh già, praticamente Hulk.

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Ieri sera sono andata a vedere un film, come si dice, di nicchia. Un film sociale. Molto sociale. La fotografia era bellissima, non ho capito però perché c’era il resto, la trama intendo. Davvero non era bella come le immagini, cioè sì d’accordo il film si chiamava Babilonia mon amour e il concetto, ipotizzo, fosse di come siamo tutti sconnessi dal mondo, tra noi e con noi, ma davvero, la storia era inferiore alle immagini. Almeno secondo me, tanto che a un certo punto ho pensato perché il regista non si desse solo a quelle, o comunque si sparasse su qualcosa di esistenziale, che ne so, tipo Gruppo di famiglia in un interno di Visconti. Lì lo vedrei proprio perfetto. Le immagini erano talmente belle che per buona parte del tempo mi veniva in mente quando l’altra settimana ho subito uno shock estetico, capita raramente, molto raramente, quasi mai. Ci sono creature in grado di essere meravigliose nelle minime movenze del corpo. Praticamente dei miracoli che si portano in giro così, come nulla fosse. La disinvoltura, questo per me è il bello. Be’ io uno di questi miracoli l’ho visto l’altra settimana, in Rinascente. Dopo essermi prostrata davanti a Chloè e Sergio Rossi – ho infilato subito la scala mobile prima di una vera e propria depressione emotiva, sì sì lo so che voi vi deprimete per cose alte, a me basta vedere un sandalo di Sergio Rossi e non poterlo comprare, che volete, sono sensibile. Be’ comunque infilo ‘sta cazzo di scala e a metà circa nella panoramica vedo un giapponese, età circa 45, ad occhio alto 1.83, tipo quello della foto ma con i capelli brizzolati, però non è questo. Si stava provando una giacca davanti a un specchio e non cagava niente e nessuno, era solo un uomo disinvolto che si provava una giacca con la stessa disinvoltura di una femmina, se ne sbatteva di chi avrebbe potuto pensare “che vanesio”. se avessi 30 anni mi sarei gettata ai suoi piedi chiedendogli di diventare la sua eterna schiava o roba del genere. Tanto che manco mi ero accorta che le scale erano finite, sono inciampata sul pavimento con la faccia rapita e l’avambraccio pestato, ma molto, molto felice, per 7 secondi, giuro, ero l’emblema della felicità, passati i quali sono ritornata a pensare a Sergio Rossi, di cui ho solo un paio di stivali. Perfetti. Come il giapponese. Come le immagini di ieri sera. Non sarà granché, ma se penso ai vostri shock estetici sto serena, tanto per dire, ieri ho visto un amico mettere like su un tale bidone che per giustificarlo ho pensato che povero, da poco ha avuto la mononucleosi. Magari è ancora debole.

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Non mi piace granché la gente normale, se non devo sposarla. Soprattutto mi hanno rotto le balle quelli che in continuazione, con molta precisione e attenzione: “Ma insomma che significa normale?”, a cui mi verrebbe sempre da rispondere: “Quelli come te, questo significa normale”.

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Talvolta, capiterà continuamente anche a voi, in una conversazione tra amici sulla felicità, i soldi o l’amore, si sentono spesso ripetere frasi come: perché proprio a me? Perché a lui? Perché a lei? E ogni volta a me viene in mente come, e per quanto ci impegniamo a tenere tutto sotto controllo, ci sia sempre un buco sulla rete, nella maglia, sul cuore o nel cervello. Immagino si chiami imprevedibilità o anche “ascolta come mi batte forte il tuo cuore” che non è un’immagine sentimentale, a mio avviso, ma solo l’idea di entrare imprevedibilmente in qualcosa, anche se non ne avevamo voglia, anche se ne avevamo voglia. Insomma mi viene in mente Szymborska.

Doveva accadere.

È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
È accaduto non a te.
Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.
Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.
In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.
Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

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Siccome ieri m sono infilata la mia cavigliera, in una caviglia, di solito la destra, una appunto, è il solito rito che faccio da mille anni, la metto in giugno e la sfilo a ottobre, be’ comunque, dicevo, siccome ieri mi sono messa la cavigliera, poi succede che al mare incontro una mia amica che mi fa: “Ancora con la cavigliera? Ma è roba anni’80 e poi è volgare”. “Davvero?”, le ho detto io. “Sì dai e poi dà l’idea di donna schiava”. “Ma davvero?”, ho ripetuto io sgranando gli occhi. “Ma sì Mary dai, evoca proprio sottomissione”. Così poi sono andata in oreficeria e ne ho messe due.

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Per la precisione il Faraon è un night club di Sežana, in Slovenia, a cinque chilometri da Trieste. Appena ci mettevi piede dovevi stare attento a non calpestare qualche lembo di carta moschicida. Per chi viene in città la visita si potrebbe esaurire con una passeggiata sul sentiero Rilke, la libreria di Saba, la casa di Joyce e poco altro. Ma io vi consiglio di saltare in un taxi verso confini più invitanti, più ricchi di emergenze artistiche. Quando io e un amico entravamo al Faraon nessuno diceva buonasera. Comunque anche al Lady Rouge o al Mohito o al Safir, gli ospiti cominciavano a ripetersi una volta di troppo. Quando uscivo da quei posti ero talmente turbata che in macchina accendevo subito una sigaretta, che regolarmente cadeva. Oh be’, rimuginavo, non sarà la prima cosa a cui do fuoco. «Guarda che Carol ti sta spennando» dicevo poi al mio amico «pare tanto la futura moglie di uno che vende pellicce. All’ingrosso naturalmente». Se ci penso ora non mi sembra vero. Altro che gli sterili laboratori anatomici di casa mia, il mio sogno sarebbe festeggiare il compleanno con la casa piena zeppa di puttane, tanto per dimostrare ai miei cari che anch’io so trasgredire. Una lunga fila di tacchi a spillo e calze rotte, un’infinità di occhi col rimmel sbavato e bocche cariche di chewingum. Di una sono diventata amica, la chiamerò Jessica ma il suo vero nome è un altro. Era molto intelligente Jessica, un giorno venne a trovarmi mentre stavo consultando dei testi con un’amica, quindi le presentai: «Marta lei è Jessica. Jessica lei è Marta», diciamo pure che Jessica non era vestita in modo proprio sobrio, da lì a un’ora doveva andare a lavorare. «Oh grazie a dio è amica tua» disse Marta «temevo fosse una di quelle vicine che ti vogliono vendere i cosmetici dell’Avon». Cristo santo Jessica era conciata come la protagonista di un porno slash. E Marta niente, neppure una piega. «È una zoccola» bisbigliai. Presi da parte la mia amica per ripeterle: «Guarda che la signorina è una prostituta». Quello che ottenni fu il libro in mano: «Pensaci tu», disse, mentre lei accoglieva Jessica snocciolando amore e gratitudine, in realtà voleva carpire i segreti dell’arte amatoria. Io però le ho rubato la scena facendo in modo che in bocca mia i postriboli divenissero i templi sacri dell’arte. C’è da dire che di clienti famosi nella storia se n’è parlato parecchio. Simenon, Prévert, Proust, Joyce. Tutte belle persone. Trieste è anche questo, altro che Milano metropoli tentacolare e potete esplorarla rimanendo candidi come la neve perché Trieste è una città fatta di contraddizioni. Era il 2004 e io ero felice, Elfride Jelinek avrebbe vinto il Nobel, Simon e Garfunkel si sarebbero sciolti e Lost in translation avrebbe ottenuto il Golden Globe. E tuttavia, come dico spesso, il solo fascino del passato è il fatto che è passato.

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Io tendo a non frequentare gli uomini che si innamorano facile, non so perché, non mi piacciono. già scrissi quanto gli uomini ormai assomigliano alle donne, ma ultimamente si sta esagerando. cristo santo, esci con uno, poi scopri che è di quelli che vogliono farsi corteggiare, ormai va di moda ‘sta menata che gli uomini vogliono farsi corteggiare, più contro natura di Gesù che cammina sulle acque, va bene, tanto qua non si capisce più un cazzo, mi sono sforzata e ho detto: “Sei molto più bello con i capelli più corti” “Grazie, ma ho l’impressione che tu voglia solo usarmi”.“E sei anche più intelligente”. Meno male che si è messo a ridere. Ma che cazzo vuoi usare? Esci con uno così, tempo un’ora ti si asciuga anche l’ultimo ovulo dell’ultima ansa uterina. C’è da spararsi in realtà.

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Ieri in treno speravo che a Milano ci fossero quei 75 gradi, tanto per scongelarmi dal clima siberiano delle Frecce. Infatti sono scesa dal treno e c’era pure Caronte ad aspettarmi. Che viaggio meraviglioso. Prima mi si era piazzato davanti un nerd così carino, ma così carino che, ti pareva, uno gli ha chiesto quasi subito se poteva fare scambio di posto perché sai, la mia ragazza… se si siede lì e tu vai là…così facciamo il viaggio insieme. quando si dice la fortuna, mi sta sul cazzo perché il nerd stimolava le mie visioni, per associazione mi ero già fatta un film tipo: se avessi un figlio sarebbe così, come il nerd, maglietta pop, computer Asus e neuroni alla velocità della luce. E poi andremmo al Plastic insieme. Figo. Lui lì troverebbe la ragazza, una sbullonata con la fissa dei dadaisti e dei cappelli da collezione e io avrei approvato, e sarei pure diventata l’amante del suo miglior amico, quelle robe alla Ken Park… e invece niente. Arriva ‘sto qua e gne gne gne gne per favore puoi spostarti di là che devo appiccicarmi alla mia morosa? Dio che palle, e addio nerd. Poi sono andata al bar a fare colazione e mi si è bloccata la digestione per il gelo. Vabbè. Per fortuna ero a Mestre che almeno sono scesa a fumare, ammirando il paesaggio, beninteso, fa sempre tanta compagnia Mestre, meglio di una depressione, se vuoi suicidarti senza motivo vai alla stazione di Mestre, lei saprà cosa fare. Naturalmente risalgo sul treno col fazzoletto in mano, perché la stazione di Mestre mi aveva subito accolto a braccia aperte per dirmi: solo la tua vita di merda è più deprimente di me. Non è vero, ma Mestre è subdola, una vera stronza. Comunque, risalgo e ullallà, nel frattempo era salito un altro nerd, meglio del primo. Benissimo – ho pensato – posso continuare a sbobinare il secondo tempo della pellicola che ho in testa, “Il figlio che non ho avuto”, di cui non me ne frega niente, ma eravamo a Mestre e lo stile esigeva un titolo avvilente. Faccio per sedermi e arriva una sorta di Moby Dick a chiedermi se potevo spostarmi al suo posto che così, gne gne gne, faceva il viaggio con il suo ragazzo. Ancora? Ma che cazzo di disturbo ha ‘sta gente da girare sempre con l’adesivo? Comunque, io guardo lui: figo, ma veramente figo. Guardo lei: 130 chili. Poi ho guardato il giapponese che mi sedeva accanto e siccome aveva un’aria da cagacazzo giap ho pensato: Uh uuuuh, voglio vedere caro il mio giap con ‘sta qua che come ti si siede affianco lancerà il tuo culetto giap fuori dal sedile, e quindi dico: “Ma certo che mi sposto, ma subito, ma volentieri”. E infatti l’orientale come intuisce i movimenti cambia colore, di colpo diventa marrone, giallo, beige . Ma poi fanno spostare anche lui e ripiglia linfa. E niente, alla fine vicino a me avevo tre femmine. Una caucasica, una tipa che sembrava vietnamita e un’indiana. sì so che molti di voi avrebbero pensato: ah che bello il crogiuolo di razze e di culture, non solo a Trieste ma pure sulla Freccia, ma a me no, a me il crogiolo di culture non fa venire in mente un cazzo. Il mio nerd mi dava la schiena, faceva freddo, erano tutti accoppiati e per favore: riportatemi a Mestre.

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Oggi ho riletto un vecchio libro, al mare non ho voglia di andare, per cui rimangono le storie. Me l’aveva fatto venire in mente un’amica tempo fa, poi cercando altro mi è uscito il nome dell’autore in un sito e lì per me non c’è più niente da fare, diventa un segno, un monito, qualcosa per cui mi sono quasi sfracellata a terra per recuperarlo in libreria e sparirci dentro. “Sparire” è il termine esatto, capiterà anche a voi, tutto sparisce se sei dentro una storia, o per lo meno dentro le parole. E ogni volta ti chiedi come hanno fatto ’sti tizi, altro che la moltiplicazione dei pani e dei pesci, questi sono miracoli, per esempio un personaggio che in nove righe ti dice che una cosa è una cosa, ma anche un’altra, con estremo cinismo, con estremo lirismo come Cyrill Conolly, uno a cui piacciono le faccende nude, quelle faccende in cui ci vedi il mondo. La promiscuità non è mica la robetta che pensate voi – facili oscenità, maestosi imbarazzi – la promiscuità è perdere di vista i confini, dove il male trionfa in bene e viceversa, la promiscuità ti “costringe a soffrire”, non è vero che il sesso è sesso e il cuore è il cuore. Anche il sesso fa male, anche il sesso ha un cuore, ci passa un sacco di roba attraverso il sesso, anche quando credi non te ne freghi niente. Ecco perché ho sempre trovato odiosi quei libri in cui, accipicchia, pare che il sesso sia sempre cosa buona e giusta, tipo devi aderire ai tuoi desideri perché in fondo ogni atto sessuale è un atto quasi mistico, spirituale, stronzate di questo genere insomma, tipo Isabel Allende+Hesse= 2 mattoni sulle palle e giù seghe su seghe a dirci l’estremo fascino dei sensi, condite con menate new age che assomigliano all’aria fritta, quando la realtà è che tu me lo puoi anche dire che il sesso è un sentimento. Ma me lo devi dire come me lo dice Osborne.

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Quelle che ti dicono “ah la complicità intellettuale è tutto” oppure “con uno sguardo già so cosa pensa”. wow. figata. infatti è risaputo che la prevedibilità ha un alto tasso di attrazione. io la gente l’ho sempre vista perdere la testa per persone di cui non capivano un cazzo, altro che complicità. per me ‘sta faccenda che la complicità mentale è più forte del resto è una leggenda che si sono inventate le donne, più noiosa di quando dio ha deciso di mettere i semini nell’anguria.

§§

Ero qui, eclissata in un piccolo angolo della mia piccola casa, seduta a terra con carta e penna, come gli antichi, e una parafrasi da medioevalista in mano, giuro che stavo per piangere, giuro, e sollevando gli occhi al cielo (cioè alla caldaia) ho sussurrato: ti prego, resisti almeno tu. Non una telefonata, non un sms per appurare il mio stato di salute, avendo perso connessione e computer in 24 ore, a parte un whatzup di un amico ma essendo gay non fa testo, si sa che sono più sensibili. Poi 10 minuti fa lo squillo di un cellulare, ero talmente regressa all’età del bronzo che mi ha sorpreso: “Ah, un cellulare…”, mi sono detta “ah, è il mio”, che gioia, meglio di un autografo di Ungaretti. Ed era l’Apple. Cioè Dio. Ora io non so come selezionino i cherubini dell’Apple, tanto che al mio crollo emotivo l’operatore Apple mi ha talmente rassicurata e talmente coccolata che gli ho chiesto: domenica posso venire a messa da voi? Lui non ha esitato un secondo a rispondere: “siamo chiusi, ma lunedì riapriamo alle 10″. E poi ha continuato a dirmi, con quella meravigliosa eleganza Apple, che sì, io sono un’idiota ad avere scaricato dei programmi del cazzo, ma che capita, che diamine, sono così bravi che ti danno dell’imbecille, ma imbecille per caso. Dei geni. Va detto che io ho epicizzato il mio stato d’animo, forse mi sono inventata che ho perso da poco un fidanzato, anzi gli ho detto che me lo aveva regalato lui il Mac, prima di tradirmi con una latino americana che vende dentiere a Torino. E lui con quella sensibile freddezza che c’è solo all’Apple ha risposto:”Ho la sensazione che si riprenderà, anche perché risolveremo il più grave problema del suo Mac per domani alle 17”. No, voglio dire, voi confronto all’Apple fate veramente, ma veramente schifo.

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Immagino alcuni pensino che certi post in diverse bacheche siano impudichi, inadeguati, ipotizzo sia una questione di punti di vista perché gli stessi hanno il coraggio di esibire delle poesie talmente brutte, ma così brutte che “amore significa non dire mai mi dispiace” pare un capolavoro. non c’è cosa peggiore che leggere poesie di dilettanti. senza pudore.

§§

Stanotte ho sognato che facevo quelle cose con uno di voi. Siete peggio di un virus.

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