I BAFFI DI NARCISO

PEE GEE DANIEL

peegeedanielNarciso, ovvero: il più bel figo del bigoncio.

Era Narciso il più vezzeggiato fustacchione di tutta la sua remota, misconosciuta epoca.

Dotato di un tale sex appeal da tramutare all’istante in caloroso spasimante chiunque incontrasse sul proprio cammino.

Attirava spontaneamente a sé gli occhi della gente come la calamita fa con la limatura di ferro. Non vi era chi gli resistesse, tra mire etero e omoerotiche, tra battone da strada, etère, matrone e i loro legittimi mariti, opliti, grassatori di strada, sapienti, indotti, impuberi, vecchi sdentati, umani, dei, semidei, demoni ed eroi dai modi spicci e brutali. Insomma, non se ne trovava uno capace di non cedere al suo bell’aspetto, finendo tutti, al suo passaggio, smascellanti e con occhi pieni di cupidigia, le gambe rammollite dall’improvvisa mancanza di forze, la zona inguinale subito infiammata da palpitanti, inestinguibili voglie. Li arrazzava tutti quanti lì intorno, mentre lui, com’è noto, non veniva solleticato da alcuno all’infuori della sua stessa immagine, quando andava a specchiarsi nel fontanile, tra le lavanderine ammirate, o sulla superficie stondata e lucida dello scudo di un guerriero sovreccitato, la cui convessità non riusciva neanch’essa a intaccare la beltà con cui si presentava al mondo.

I cultori della cosiddetta “bellezza interiore”, giusto per mettere il nostro in cattiva luce e suggerire come costui fosse provvisto di un fascino che si riduceva poi, stringi stringi, a odiosa appariscenza – stolido e vuoto dentro qual era a guisa di un cratere greco bellamente istoriato all’esterno ma che nessuno si fosse mai peritato di riempire – amano glossare il noto mito con la storiella del mendico non vedente, unico a non poter cadere incantato di fronte a Narciso. Questo manipolo di revisionisti infioretta ulteriormente la storia dell’incontro, spiegando come Narciso, abituato a richiamare i bavosi interessi altrui già solo mostrando la sua amabile complessione sotto il sole battente, mal viveva quello smacco. E per giorni e giorni, punto nell’orgoglio, al contrario di ciò che da sempre gli accadeva a ogni piè sospinto, dicono si fosse abbassato lui a battere i pezzi all’indifferente orbo, per cencioso, fetente e crostoso che fosse. Eppure quello niente, per quanto Narciso si sforzasse: «E su, e dai, e dammi un bacino, uno solo. Che ti costa? Come faccio a non piacerti? Piaccio a tutti io! Ma m’hai visto bene bene? Mi son pure pettinato con lo schiaffo, solo per te. Dai, un bacino e son contento…» Ne ricavava sempre la stessa risposta, mal brontolata: «Evvia, e levati da davanti, brutto rompipalle, ché così mi inciampo…»

Il cieco proprio non ne voleva sapere dell’ambitissimo corteggiatore, non potendo subire il carisma tutto oftalmico del giovane bonazzo, il quale dunque si sarebbe deciso all’estremo gesto proprio per colpa di quel pezzente, unico a ignorarlo, non già per essersi troppo sporto verso la pozza d’acqua sul cui pelo galleggiava il suo vivido riflesso, come da tradizione ufficiale.

Ma la storia è dichiaratamente farlocca, amici miei, nient’altro che un’antica fake news, destinata a sconfessarsi da sé sola, per la semplice ragione che qui di seguito esporremo…

Che cos’era esattamente a rendere Narciso tanto irresistibile? Ovidio su questo punto non ci viene in soccorso. Così pure Michelangelo Merisi da Caravaggio o Poussin, che ebbero modo entrambi di ritrarre il sublime giovanotto. Nulla di determinante è messo in evidenza dal lapis del primo, dai pennelli di scoiattolo dei secondi circa le ragioni di quell’eccellenza estetica. A leggere quel che versifica l’uno, a guardare quel che dipingono gli altri non si coglie.

Tutti si pensa a un’avvenenza fuori dal comune, della quale la natura creatrice, con mano, quel dì, particolarmente felice, lo avesse investito. 

Ma se, a pensarci bene, l’attrazione che Narciso esercitava sui suoi simili non lo avesse accompagnato sin dalla nascita? Se fosse stato lui a procurarsela, grazie a un semplice stratagemma fino ad allora impensato?

Ecco, a tal proposito, che una seconda lettura collaterale, e rispetto alla storia del cieco altrettanto spuria, pretende che in realtà Narciso sia stato il primo a… farsi crescere i baffi!

In una nazione di glabri o barbuti, Narciso era stato il pioniere, insomma, di un’inusitata via di mezzo che dovette destare fin da subito l’ammirazione dei più, non appena lo videro mettere il calzare fuori di casa per sfoggiare la nuovissima trovata tricologica.

Un Oooooh! vibrante e insopprimibile immaginiamo aver accolto l’inedito look.

Tra le due opzioni, che si sia fatto cioè crescere i baffi mano a mano, rasando a tondo, giorno per giorno, il resto dei peli che gli bucavano il bell’ovale del volto oppure che, ornato di una florida barba, un bel giorno abbia deciso di eliminarla per lasciarne giusto quelle due dita che si stendono tra naso e labbro superiore, propendiamo per la seconda: ben maggiore sorpresa avrebbe destato, che non preparando un po’ per volta i concittadini con la lenta, circadiana crescita dei peletti peribuccali.

Lo stupore dovette essere eclatante. Una cosa mai vista! Fu forse proprio quell’enclave di barba imprigionata tra la radice del naso e la sommità della bocca e lasciata libera di prosperare fuori dai bulbi piliferi nel bel mezzo di una faccia per il resto tosata come il culetto di un bebè a poter trasformare un qualsiasi bel ragazzotto in un heartbreaker dal successo plebiscitario?

«Ma che cosa riposa di nuovo, là, sopra il volto del buon Narciso?» sembra ancora di sentir riecheggiare le voci frementi dei suoi contemporanei, «Che cos’è quella sottolineatura del volto? Quella spartizione tra sotto e sopra, che ne accentua lo sguardo e al contempo il bel sorriso, restituendo a questo e quello un effetto ancor più malandrini?»

«Sono baffi!» rispondeva egli orgogliosissimo.

Questa ricostruzione tra l’altro sbugiarda la storia del cieco indifferente al fascino di Narciso, atteso che a quest’ultimo sarebbe bastato raccogliere l’altrui indice e farselo passare sotto il naso per sprigionare non di meno nel poverino un’infatuazione istantanea.

Perché i baffi non limitano il loro ascendente al bene della vista: essi coinvolgono tutti i sensi. Il profumo della cera, mista all’essenza di calicanto spruzzatavi a ridosso, mista all’odore di allume di rocca che respira chi li porta o chi li bacia. La sofficità sul tenero polpastrello del bimbetto che passa e ripassa, pelo e contropelo, i baffoni del nonno. Il rumore cricchiante dei barbigi, stropicciati da chi ne detenga un paio per favorire la concentrazione o come semplice ticchio sovrappensiero. Il gusto dei baffi, zuppi di broda ovvero di sugo rosso, ripuliti in punta di lingua, come nel noto proverbio che ne indica la leccata quale paradigma del più alto livello di goduria.

In quest’ultima variazione sul tema anche la fine di Narciso varia: la sua morte qui non viene più imputata a un suicidio (accidentale o volontario), bensì a mano esterna. La mano di quell’impaziente che, osservando la sensazione suscitata dai baffi di Narciso, al posto di attendere che ne spuntasse un paio a lui pure, preferì andare per le spicce e fargli lo scalpo del prolabio a punta di gassa per poi appiccicarseli e gongolarcisi in giro a sua volta, frattanto abbandonando il povero proto-baffuto in un angolo di strada a spirare per dissanguamento (altri ancora affermano si trattasse invece di un collezionista di cimeli erotici. Il risultato finale comunque non cambia…).

Ora, al di là di ogni mitopoiesi, chi fu davvero il primo baffo-munito della preistoria? Fuori il nome!

Chi, antesignano e capocordata di una infinità di emuli coevi e futuri, un bel giorno ebbe il cuore di alzare la testa e far scaldare dai raggi del primo sole gli annessi della pelle che gli sbucavano tra moccio e bava, finalmente isolati da quella barbaccia riccia e cespugliosa che schiumava le mascelle prognate di tutti gli altri ominidi maschi?

Lo stupore destato tra quelle irsute forme di vita deve essere stato tanto squillante che non sapremmo dire per certo se i conspecifici, così vedendolo, lo avessero portato in trionfo come una neonata divinità o, spaventati dalla novità, lo avessero lapidato seduta stante, finendolo a colpi di ciottoli o asce di selce contro il cranio bitorzoluto.

È dura andare a rintracciare nelle prime pitture rupestri, tra scene di caccia, vacche salterine, figure in stazione eretta smarrite tra branchi di bestioni spesso estinti, la testimonianza di un precursore dei mustacchi.

Ma donde e da quando proviene codesta moda?

Possiamo dare per certo che essa non abbia origini autoctone.

Il civis romanus non aveva baffi (tant’è vero che la lingua latina neppure ne conserva il sostantivo, dovendo ricorrere, alla bisogna, a faticose circonlocuzioni come labri superioris pili, segno che, se non si sentiva la necessità di trovare una denominazione, nemmeno doveva esistere la materia da nominare…).

Chi era già quell’imperatore romano ritiratosi nella sua villa caprese per paura di finire vittima, nell’Urbe, di qualche congiura di palazzo?

Ebbene, neppure quell’erede di Cesare, malgrado le paranoie che lo assillavano, da buon quirite rinunciava a radersi, sebbene, temendo che qualche barbiere prezzolato da quegli immaginari congiurati ne approfittasse per sgozzarlo con un rasoio a lama libera, preferiva piuttosto bruciarsi ogni accenno di peluria con gusci di noce arroventati.

Tutt’al più la barba, purché incolta, veniva concessa ai filosofi, che grazie a essa assumevano l’aspetto trasandato dell’intellettuale con poca cura per le fatuità mondana, oppure, per ragioni pratiche, al soldato in guerra che, mancando del tempo e degli strumenti necessari alla quotidiana toeletta, lasciava crescere i peli sul volto liberamente, pur tuttavia scongiurando infezioni e parassiti col ricorso alle forfecchie, che spiaccicava al di sotto della barba affinché il veleno secreto dai loro corpicini ne preservasse l’igiene, sotto quegli arruffati strati di pelo. (Sembra sia stato Adriano ad aver in seguito introdotto forzatamente la moda della barba nella cultura imperiale. C’è chi dice l’abbia fatto così da poter seppellirci sotto il molesto porro che gli deturpava il mento). 

E dire che già al tempo delle guerre sannitiche, ben al di fuori della giurisdizione romana, manoscritti e ritratti caucasici ci attestano l’esistenza di coltivati baffoni sulle spigolose cartole dei cavalieri  Kurgan. Invece, se si vuol rimanere in un’area a noi più prossima, si deve attendere la tarda arte plastica del periodo ellenistico per poter rintracciare il primo ritratto di baffi dell’Occidente, depositato sotto il marmoreo naso a larghe froge del celebre Galata Morente, ossia uno di quei Galli sconfitti da Attalo il Primo, re di Pergamo, effigiato (il Galata, non Attalo) ferito e agonizzante, in posizione accosciata giù per terra, il laccio dello schiavo di guerra lento intorno al collo robusto, i capelli sparati in aria come aculei di istrice, il pene che appare quasi quasi sollecitato dalle conseguenze post-belliche che si profilano per lo sconfitto come una sorta di scenario dai contorni sado/maso, e, per l’appunto, il suo bel paio di mustacchi spioventi (da Hell’s Angel ante litteram, ovvero da rude frequentatore di bar gay chicaghegni).

La moda dei baffi ha dunque origini barbariche (o forse sarebbe meglio dire baffariche?). Viene dai nemici di Roma, non già dai nostri nobili ascendenti togati.

C’è chi sostiene che per la languente società romana dell’epoca le invasioni barbariche abbiano rappresentato una nuova linfa. Sicuramente fu ciò che avvenne perlomeno in questa logica da barberia: ci saranno voluti ulteriori secoli affinché lo sfoggio del solo paio di baffi prendesse piede, eppure alla fine della fiera l’usanza esogena attecchì.

Lotman parla di un’appropriazione culturale del mondo barbaro mediante l’introduzione in esso delle strutture della civiltà: il non-testo trasformato in testo, per usare i suoi stessi termini (Tesi per un’analisi semiotica delle culture, 1973).

Ebbene, il garbuglio intricato lasciato fiorire nella più spartana incuria dai Galati (proprio come il resto delle loro costumanze barbariche, prima di essere ammesse nella cultura capitolina) dovette essere dirozzato e incivilito: se ne fece infine un abbellito fregio da ostentare sotto la canappia, che mantenesse tuttavia, oltre all’aspetto rifinito, la tacita carica guerriera che fin dalle origini gli apparteneva.

Perché i baffi questo sono diventati: simbolo di virilità, con tutte le peculiarità a essa riferibili, tra cui la forza di sopraffare i concorrenti. I Normanni (ex-barbari civilizzati, eredi anch’essi dell’Antica Roma) furono i primi a introdurre l’obbligo dei baffi per chi rientrasse nei ranghi militari. Un’associazione, quella tra baffi e forze armate, così radicata ormai nell’immaginario comune che ai membri maschi delle comunità Amish, per esempio, è concessa la barba ma senza baffi, considerati appunto un emblema militaresco, inconciliabile col loro spirito non violento.

Ora, anche a voler attingere alla matrice seconda e parallela del nostro background culturale, Bibbia e Buona Novella non menzionano un tale modo di acconciarsi la peluria facciale.

I testi sacri rappresentano semmai un tripudio di barbe  – con espresso divieto di spuntarne anche solo i lati (Levitico, 19:27) – anche nella loro resa iconografica: squadrate, a due punte, prolisse come filati di lana grezza, arricciate, boccolute, annodate come corde di canapa, estroflesse, a raggiera.

Baffi mai. 

La barba in effetti è roba da profeti, da messia, da santi o da sapienti stoici. I baffi sono diabolici. I baffi sono mefistofelici (ancor più se sovrastano un pizzo a triangolo rovesciato). Sono la vanità di tutte le vanità. Chi li indossa già denuncia tacitamente uno spirito vanesio. Giacché i baffi sono fatti per essere guardati e per evidenziare tutto ciò che fa loro da contorno (al contrario della barba, che nasconde, camuffa, seppellisce il viso oppure del total shave, che tende all’anonimato e all’uniformità fisiognomica).

Per farsi i baffi ci vuole del tempo (più tempo che per tenersi o rasarsi del tutto la barba). Non li si porta per pigrizia, come la barba di due giorni: è un atto di volizione avere i baffi, è un atto intenzionale, è un’espressione di narcisismo (tanto per tornare al mito con cui abbiamo esordito).

Il baffo aborrisce la trascuratezza.

Il baffo prescrive una dedizione giornaliera.

Una per quanto appena accennata ricrescita di barba non può attentare alla purezza simmetrico-aerodinamica del baffo, che rischierebbe diversamente di venirne fagocitato e con essa confondersi in un unico ispido viluppo, proprio come il giardino più incantevole vive il perenne pericolo di vedersi riconquistato dall’incolta natura circostante, qualora non regolato con sollecitudine da mani esperte nell’arte topiaria.

L’abnegazione che la coltura dei baffi chiede è la cura maschile che più rassomiglia alle infinite blandizie muliebri che il gentil sesso riversa sul proprio corpo.

Portare i baffi è un atto d’amore verso se stessi e, subito a seguire, verso il mondo circostante che li saluterà festoso. Si presenta oltre tutto come una piccola ascesi continua e preordinata, alla stregua della puntuale potatura di un bonsai o della esecuzione di un mandala tibetano, è un atto di autodeterminazione, di allenamento, di autodisciplina (ecco perché è tanto caldeggiato tra gli ordini soldateschi): non puoi sgarrare, o quel tuo invidiabile orpello sotto naso finirà in breve per smarrirsi in una barbaccia senza motivazioni, lasciata lì, così, giusto poiché… trova tu la voglia di piazzarti stamani pure davanti allo specchio a rasoio e pennello da barba in mano, scartare il naso prima a destra, poi a sinistra, pinzandolo per la punta con indice e pollice, stirare la pelle della guancia applicandovi contro la forza di un polpastrello, fare smorfie, gonfiare le guance e poi incavarle, mettersi a favore di luce, cercare l’angolazione giusta per scovarsi anche l’ultima ciocca di pelucchi refrattari alla lama, passare e spassare le dita lungo mascelle, mandibole e zigomi per la controllatina finale. E solo allora, quando si è fatta la più completa tabula rasa dattorno, potersi dedicare all’oggetto primario delle nostre attenzioni: sforbiciarlo, spuntarlo, millimetrarlo, spazzolarlo, pettinarlo, tingerlo, impomatarlo, arricciarlo, lisciarlo o coccolarlo come più ci va.

Un’ultima scuola di pensiero vuole che i baffi siano un retaggio delle vibrisse ferine o, meglio ancora, che traggano origine da un rito mimetico, in cui il cacciatore ancestrale se li lasciava crescere a imitazione di quelli dei grandi predatori che temeva sia come minaccia diretta che come contendenti delle prede più prelibate, affidandosi in tal modo a una sorta di magismo pilifero che sperava gli procurasse da una parte la forza e la riuscita della tigre dai denti a sciabola e, per altro verso, lo salvaguardasse dalle di lei fauci, come in ottemperanza a una repulsione tra simili traslata dall’ambito magnetico a quello baffoso.

La componente selvaggia e belluina dei baffi – poi domata e addomesticata a modino per farli finalmente debuttare, senza impaurire più alcuno, nella più bella società – sarebbe perciò ancora sottintesa e ammiccata dal beneducato paio di barbigi di cui meniamo vanto, in maniera non dissimile da quella belva bionda che ronfa, mai del tutto doma, dentro di noi, per dirla con Nietzsche (che di baffi se ne intendeva…).

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA MITO STORIA DELLE IDEE

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