IL SAPERE COME MERCE: INSEGNARE AL TEMPO DELLE IDENTITÀ LIQUIDE

IVAN CORRADO

labirintoSe è vero, come è vero, che il compito del maestro o del professore è da sempre uno dei più complicati da assolvere, ciò è ancor più chiaro nella nostra società contemporanea. Certo, un ruolo negativo in tal senso lo hanno svolto le disastrose politiche scolastiche che si sono succedute negli anni, ma ciò su cui vorrei porre l’accento è un altro fenomeno che ha reso terribilmente ostico il lavoro del pedagogo: il narcisismo.

Per comprendere appieno la situazione, occorre fare un passo indietro. Come ha ben mostrato Mario Perniola ne La società dei simulacri (1980), a partire dall’inizio degli anni Sessanta ha iniziato a diffondersi il cosiddetto design semiotico o informazionale, il quale considera l’oggetto come un segno, un veicolo di messaggi che spesso non hanno alcun rapporto con il suo valore autentico, essendo piuttosto in relazione con l’orizzonte psicologico del consumatore invogliato ad acquistare merci indipendentemente dalla loro utilità. Gli oggetti prodotti da questo tipo di design, nei quali prevale l’aspetto connotativo (per il quale l’oggetto si carica di altri significati e valori che vanno oltre quelli ovvi e primari della pura denotazione), perdono qualsiasi identità fissa e definita e possiedono soltanto un’identificazione provvisoria e sempre fluttuante, essendo importanti solo come segni e immagini di una certa condizione sociale e alla costruzione di tali immagini presiede la pubblicità, la quale mostra non solo l’immagine dell’oggetto consumato ma anche e soprattutto quella del consumatore, del soggetto, la cui immagine è dunque proposta come modello d’identificazione dalla quale dipende la scelta dell’oggetto da acquistare. La merce prodotta dal design semiotico si fonda dunque su un meccanismo psicologico, quello appunto del narcisismo, in quanto la domanda del consumatore e il suo investimento libidico non sono più dirette verso l’immagine di un oggetto ma verso l’immagine di se stesso fornitagli dalla pubblicità, immagine simulacrale talmente labile e provvisoria da produrre una scissione ed una liquidità dell’io per cui da una parte il consumatore nega l’esistenza del valore d’uso degli oggetti, dall’altro è costretto ad attribuirgli un ipotetico valore d’uso per giustificare il prezzo con cui li paga.

Negli ultimi anni, questa tendenza pare abbia investito anche il sapere. Al tempo di quella che Massimo Recalcati ne L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento (2014) definisce la Scuola-Narciso, gli studenti, chiusi in un autocompiacimento narcisistico continuamente stimolato dai loro genitori, i quali non sono più alleati ma nemici degli insegnanti, si approcciano alla cultura non considerandola come un bene in sé, come qualcosa che abbia un valore intrinseco, ma solo come un mezzo per raggiungere lo scopo ultimo e pervasivo dell’affermazione di sé. Si capisce bene, dunque, come in tale prospettiva si producano quelle malsane distinzioni tra sapere utile e inutile, tra cultura che serve ad acquisire status sociale e benessere economico e cultura sterile, trascurabile perché inadeguata a raggiungere certi scopi. Per le stesse ragioni, l’atteggiamento dei discenti accecati dalle ubiquitarie immagini narcisistiche di se stessi, è dominato dall’insofferenza verso qualsiasi ostacolo il docente possa frapporre sulla strada del rapido raggiungimento di certi obiettivi di vita. 

In una tale situazione, come sottolinea Recalcati, non ci può essere spazio per un autentico desiderio rivolto verso qualcosa di esterno a sé, ma solo per una sterile contemplazione amorosa di se stessi, o meglio di ciò che si crede essere se stessi, quando in realtà si tratta solo di un simulacro fantasmatico, frutto di una psiche confusa che proietta nelle cose l’immagine desiderata di sé. Ciò comporta una relazione esclusivamente utilitaristica con la cultura e con il sapere, assimilato e ripetuto in modo meccanico e passivo, senza alcuna rielaborazione personale e originale che solo un autentico desiderio erotico potrebbe innescare.

Cosa fare dunque? Lungi dall’adeguarsi all’esistente, l’insegnante dovrebbe, secondo Recalcati e a parere di chi scrive, smetterla di assecondare questa deriva ed iniziare ad interpretare davvero il suo ruolo, il quale non consiste nel riempire teste, nell’aggiungere tasselli, nel saturare le menti, ma al contrario nel liberare spazi, nel sottrarre, nell’aprire varchi nei quali lo spirito critico dell’allievo possa muoversi con agio, respirare. In tal modo si può far comprendere che la cultura non è una strada in discesa funzionale a raggiungere un solo obiettivo, ma è un pendio scosceso e irregolare che conduce in mondi e possibilità inesplorate. Tracciare il proprio percorso, con l’entusiasmo e la passione di un cartografo che disegna i tragitti della sua viandanza: in questo dovrebbe consistere l’apprendimento per risvegliare desideri autentici, scintille di vita che rischiarino il deserto di idee che altrimenti minaccia di stringerci da ogni parte.

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