IN UNO SPECCHIO DI SOLITUDINE. NARCISISMO ED EREMOCENE

ANDREA NATAN FELTRIN

feltrinUn essere ebbro della propria distorta immagine, ossessionato da essa più che dalla sua stessa essenza, compie un folle gesto suicida annegando nel vacuo riflesso di sé. Al di là delle varianti sul tema, la nota di cuore in tutte le narrazioni del mito di Narciso è la raffigurazione di un soggetto incapace di reciprocità, di apertura all’altro da sé, di empatia e completamente dominato dal pericoloso miraggio della propria indiscussa perfezione. Il floreo nome di Νάρκισσος, dalla tradizione ellenica (Conone, Pausania e Partenio di Nicea) a quella latina, incarnata da Ovidio, è stato fatto simbolo dell’individualismo spietato e delirante al punto da divenire nella contemporaneità etichetta di un disturbo patologico. Difatti, con disturbo narcisistico della personalità viene indicata la propensione psichica verso l’egocentrismo, l’idealizzazione del sé, l’incapacità di tollerare critiche, l’irrealistico pretendersi smisuratamente importanti, l’estendere la propria rappresentazione sino ad offuscare le altrui soggettività ed ulteriori atteggiamenti a questi connessi. Stando ai criteri diagnostici del DSM-V i sintomi più evidenti di tale profilo sono:

  1. senso grandioso del sé,
  2. fantasie di successo illimitato,
  3. credenza nella propria speciale unicità e superiorità,
  4. necessità di venerazione,
  5. pretesa che i propri diritti prevarichino le altrui necessità,
  6. percezione dell’altro in quanto mero mezzo per,
  7. incapacità di meta-rappresentazione ed empatia,
  8. senso di invidia,
  9. atteggiamento predatorio.

Presi in seria considerazione questi indizi, portando l’umanità occidentale sul letto di analisi di uno psicanalista, anche il medico più distratto non potrebbe ignorare la palese evidenza dei fatti: l’antropocentrismo tipico della cultura occidentale non è altro che un diffuso disturbo narcisistico della personalità.

In quest’ottica la teorizzazione del concetto di Antropocene, l’Età dell’Uomo, rappresenta il culmine di un delirio di onnipotenza portato al parossismo: l’essere umano si fa forza geologica e mescola la sua storia con il tempo profondo della terra.

Così, anche nel momento in cui un capitalismo sfrenato e l’ignoranza dei limiti ecologici di Gaia stanno portando il pianeta verso terrificanti punti di non ritorno la narrazione umana delle proprie vicende, al di là del bene e del male, non può che essere tracotante. In altre parole, anche di fronte all’evidente responsabilità antropiche dell’imbruttimento estetico e ontologico del mondo naturale la cultura occidentale è riuscita, probabilmente inconsciamente, ad autocelebrarsi. L’anthropos, concetto ambiguo e arbitrario, da carnefice senza scusanti, tramite le pretese geo-ingegneristiche, diviene il dio di un mondo sempre più modellato a sua immagine assecondando l’indole di un “Sé grandioso”. Seguendo questo ragionamento la sintomatologia narcisista si fa chiave ermeneutica per la comprensione del diffuso antropocentrismo contemporaneo. Difatti,  l’essere umano:

  1. tende a considerarsi il più alto frutto dell’evoluzione se non della creazione divina,
  2. crede nell’idea di progresso infinito tramite lo sviluppo tecnologico e l’appropriazione di sempre nuove risorse quali nuovi pianeti sui quali prosperare,
  3. non accetta l’idea che vi siano altri viventi di rilevante intelligenza e valore morale ed è ossessionato dalla propria unicità,
  4. autocelebra la propria presupposta superiorità con l’assurda ricerca negli altri animali del “gradiente di umanità”,
  5. crede nella realtà metafisica dei propri diritti naturali e aborre l’idea di estenderli ad esseri “inferiori”,
  6. non si pone alcun serio problema morale nel reificare il resto dei viventi a scopo di lucro anche per i suoi più insignificanti capricci,
  7. non è in grado di porsi il problema dell’alterità e di uscire dai propri chiusi schemi concettuali,
  8. con ogni artefatto si cimenta nello sfidare i propri limiti di specie volendo fare propria ogni nicchia ecologica dalle profondità oceaniche allo spazio,
  9. declina ogni rapporto con le altre specie sotto la categoria della domesticazione o della eliminazione.

Dunque, l’anthropos artefice della crisi ecologica a cui ha dato il proprio nome “anthropos – kainos” è una manifestazione collettiva di un imperante cultura del Narciso umano.

Come uscire, dunque, da questa trappola mentale?

Il mito greco-latino mostra chiaramente come il delirio autoreferenziale del giovane Narciso non sia altro che una punizione divina per una colpa assai più grave e primordiale, ovvero l’incapacità di aprirsi emotivamente all’altro da sé.

Così, al tempo della Sesta Grande Estinzione di massa, l’umanità sta sacrificando all’altare dell’indifferenza innumerevoli e insostituibili  modi d’essere-nel-mondo rischiando, nell’incombente futuro, di riflettersi in uno specchio di solitudine dopo aver desertificato ogni altra forma dell’ente vivo. Perciò, sarebbe molto più saggio definire l’attuale crisi ecologica Eremocene, Epoca della Solitudine, poiché tale sarà l’umano destino senza una radicale inversione di rotta nelle priorità morali.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA MITO

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