UNO SGUARDO SUL NULLA

TONY KARED

karedEra una donna dall’aspetto ancora giovanile, nonostante l’espressione tesa, dolorosa, del volto, i solchi nasolabiali scavati. Indossava sempre tailleur di colore scuro a cui abbinava profumi floreali molto delicati, creando uno strano contrasto tra l’austerità del portamento e la delicatezza che si percepiva standole vicino. Nella conversazione inseriva spesso citazioni in francese, parole veloci e biascicate che non riuscivo ad afferrare; e questa mia incapacità linguistica sembrava darle una piccola soddisfazione, una sorta di moto d’orgoglio, di vendetta contro il tempo e il solco generazionale che ci caratterizzava. Mi portava a braccetto con la stessa naturalezza di una donna che porta una borsa firmata. Mi presentava alle amiche come si presenta un capo di abbigliamento appena acquistato. «Ma in fondo cosa siamo, se non il riflesso pallido dei nostri desideri», era una frase che amava ripetere ogni volta che si concedeva qualcosa, fosse un lusso o un cioccolatino, coerente al suo modo di sfoggiare cultura, intelligenza e leggerezza nello stesso tempo. Mi aveva regalato tre completi e tre paia di scarpe, perché mi voleva uomo, diceva, mi voleva classico quando la accompagnavo nei salotti e salottini delle sue conoscenze perbene – noiosissimi teatrini dove l’attività principale consisteva nell’apparire il migliore. «Vedi quella? Da ragazza le ho rubato il fidanzato; e subito dopo l’ho lasciato». «Quell’altra, quella che indossa quei terrificanti orecchini etnici, è Rosa Roussillion, la proprietaria della boutique più lussuosa della città. Il marito lo chiamano The Regular, nelle case chiuse». Di ritorno da queste celebrazioni della complessità sociale della razza umana, il mio compito era ascoltare le sue impressioni, i dettagli delle prove che muovevano i suoi giudizi, gli ingranaggi che spostavano a suo favore la competizione. Allora mi sembrava incredibile che una donna così raffinata, piacevolmente pragmatica, potesse mostrare quel malcelato desiderio di primato; era quasi infantile nella sua corsa al riscatto, nell’abbinare con soddisfazione un vuoto, un mancato merito al successo altrui: «È proprietario di tre alberghi, molti appartamenti in centro e di diverse centinaia di ettari di terra sul litorale più bello dell’isola. Ma dicono sia impotente». Non faceva differenza tra fallimento e malattia: perdere in borsa e avere il cancro è la stessa cosa. Se nasci brutto, la povertà è un’aggravante. E su questa enorme montagna di macerie aveva issato la sua bandiera in segno di conquista: era ricca, sana, intelligente; era la migliore. No, non so come era a letto: la mia parcella di accompagnatore non comprendeva prestazioni sessuali. Mi aveva affittato sedici volte nell’arco di due mesi; mi prenotava almeno ventiquattro ore prima e mi rendevo disponibile compatibilmente con i miei impegni – che non erano, in realtà, così pressanti. L’ho rivista diverse volte, incontrata nei locali di questa piccola città. Mi salutava come si saluta un micio randagio per la strada. Credo mi considerasse, ingenuamente, una sua creazione. Mi hanno detto che ha acquistato un posto sulla parte alta del cimitero, su una specie di belvedere, e sulla tomba ha fatto erigere il suo busto scolpito da un artista molto quotato. Non credo che andrò a portarle dei fiori. Del resto sono bravo ad ascoltare, ma i giudizi, da lassù, sul panorama, sarebbero una sua prerogativa.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA NARRATIVA Senza categoria

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