IL NARCISISMO COME DRAMMA DELL’AUTOREFERENZIALITÀ

FABIO CIARAMELLI

escherSecondo il mito classico, Narciso neanche sospetta d’esser proprio lui il bellissimo giovane della cui immagine riflessa nell’acqua sorgiva egli stesso all’improvviso perdutamente s’innamora, tanto da gettarglisi addosso per abbracciarlo e così morire annegato. Secondo un’acuta osservazione di Maurice Blanchot , “Narciso, chinato sulla fonte, non si riconosce nell’immagine fluida che l’acqua gli restituisce. Non è dunque sé stesso, il suo ‘io’ forse inesistente che egli ama o desidera, sia pure nel suo disconoscimento” (La scrittura del disastro, 1980).

Per quanto radicale, dunque, l’isolamento di Narciso non esclude affatto che, come tutti gli esseri umani, anche lui ami, desideri, sia attratto dall’alterità dell’altro: sennonché, non avendone mai fatta l’esperienza, non sa percepire come altro che il riflesso di sé stesso. È talmente isolato, che l’unica voce che lo raggiunge e riesce ad ascoltare –  almeno nella versione del mito proposta da Ovidio, alla quale  si riferisce Blanchot –  corrisponde alla “voce senza corpo” della ninfa Eco che “lo ama senza farsi vedere”, “condannata a ripetere per sempre l’ultima parola e null’altro”.

Secondo l’implicita ma eloquente indicazione del mito, l’esito tragico in cui culmina la vicenda di Narciso deriva da questa sua autoreferenzialità (da intendersi come radicale assenza di relazioni con l’altro da sé). In conseguenza di ciò, quel che il narcisismo sembra comportare prima facie – e cioè la riduzione d’ogni alterità a riflesso di sé – dev’essere riformulato e corretto. Proprio perché senza rapporto all’alterità dell’altro, Narciso risulta anzitutto incapace di riconoscer sé stesso. Quando s’imbatte nella propria immagine riflessa nell’acqua corrente, vede in essa la prima affascinante figura dell’alterità umana, verso cui strutturalmente s’orienta il suo desiderio, e per riuscire ad appagarlo – cioè per uscire dalla prigione della solitudine – finisce annegato.  Il mito c’insegna che la perfetta chiusura in sé stesso – l’autoreferenzialità di Narciso – è la premessa obbligata d’una conclusione mortifera. Solo “un rapporto vivente con l’altra vita”, per citare di nuovo Blanchot, può alimentare il desiderio, che invece, se ripiegato su sé stesso, cioè rinchiuso nel suo isolamento,  muore come desiderio e finisce con l’uccidere lo stesso desiderante.

Bisogna qui prestare attenzione al fatto che alla struttura stessa del desiderio – in quanto distinto dal bisogno che si rapporta a oggetti da possedere o consumare in vista del proprio soddisfacimento – è sempre connessa una relazione all’alterità umana, verso cui il desiderio intrinsecamente s’orienta. Ma nella chiusura in sé del narcisismo, ciò che viene del tutto a mancare è esattamente questo tipo di relazione e di esperienza dell’altro, tanto che Narciso, proprio per questa carenza, orienta la sua libido, cioè la sua capacità d’amare, esclusivamente verso la propria immagine, che diventa per lui l’unica figura dell’alterità umana capace di suscitare il suo desiderio, finendo però con ciò stesso per annientarlo.

L’autoreferenzialità che in tal modo il mito classico attribuisce a Narciso, e che alcune correnti della psicoanalisi considerano caratteristica centrale della fase originaria della vita psichica, è stata vista dallo storico e sociologo nordamericano Christopher Lasch, in un libro ormai classico intitolato La cultura del narcisismo (1979), come la struttura portante  dei modelli comportamentali dominanti nella società del benessere e del consumo. In altri termini, la “cultura del narcisismo” patisce su scala collettiva la medesima abolizione della relazione all’alterità che impediva a Narciso di riconoscer sé stesso nella propria immagine, tanto da orientarvi in maniera autodistruttiva il proprio stesso desiderio.

In questo contesto, il narcisismo come fenomeno socio-culturale tardonovecentesco  appare a Lasch contraddittoriamente animato dal  “desiderio di essere liberi dal desiderio”. Formula  brillante ma forse un po’ criptica, che tuttavia può aiutarci a individuare nella posizione narcisista diffusasi anche sul piano sociale una sorta di generalizzata ribellione mentale nei confronti delle esperienze del limite che mettono in discussione la pretesa del desiderio all’autosufficienza. Insomma, il desiderio narcisista vorrebbe essere illimitato e onnipotente, pienamente realizzato/soddisfatto e perciò liberato da quella dolorosa tensione verso l’appagamento, che dall’interno lo pungola e lo rende inquieto, mantenendolo in vita. Quest’ambizione irrealizzabile, perché in fin dei conti autodistruttiva, viene ogni volta smentita e contrastata dall’esperienza concreta, in cui “il desiderio di essere liberi dal desiderio” resta di fatto inappagato e  ne soffre. Da qui il narcisismo come reazione, cioè ribellione impotente al dolore  per la perdita della propria immaginaria onnipotenza.

In queste limitazioni che caratterizzano il desiderio umano concreto è da riconoscere ciò che la psicoanalisi chiamava lutto. Forse non è un caso che Freud l’abbia teorizzato proprio negli anni della guerra (l’unica che lui conobbe, la cosiddetta Grande Guerra, cioè la prima guerra mondiale). Non mi riferirò qui al testo principale in cui ne parla (cioè a Lutto e melanconia), ma ad alcuni riferimenti al tema del lutto contenuti in Caducità , uno scritto breve, apparso anch’esso nel 1915, in cui Freud racconta d’una passeggiata in montagna in compagnia d’un amico taciturno e d’un poeta già famoso nonostante la sua giovane età (in cui forse è da riconoscere Rilke). La passeggiata risale al 1913, cioè, come precisa il testo,  all’ “estate precedente la guerra”, e si svolge nel paesaggio alpino delle Dolomiti, di cui il poeta non riesce a godere. Scrive Freud: “Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva alcuna gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità [Vergänglichkeit] cui era destinato”.

Freud ribatte che l’incontestabile caducità del bello, naturale o artificiale che sia, non ne implica affatto il suo svilimento, ma subito constata che queste considerazioni razionali non hanno alcun effetto sul pessimismo del giovane poeta e dell’amico taciturno. In realtà, il loro  giudizio risultava turbato da “un forte fattore affettivo”, individuato da Freud nella “ribellione psichica contro il lutto”. E qui il testo aggiunge un’osservazione importante: “Il lutto per la perdita di qualcosa che abbiamo amato o ammirato sembra talmente naturale che il profano non esita a dichiararlo ovvio. Per lo psicologo invece il lutto è un grande enigma”. Ciò che non si riesce a spiegare è perché mai il distacco  della libido dai suoi oggetti debba essere un processo tanto doloroso e paralizzante. Altrettanto enigmatico è il carattere temporaneo del lutto: un dolore,  per quanto acuto e devastante, che però col tempo “si estingue spontaneamente”, consentendo alla libido di investire oggetti nuovi al posto di quelli perduti. 

C’è uno stretto rapporto tra l’enigma del lutto e la parabola del narcisismo. Entrambi presuppongono un radicamento preliminare nella pienezza e nella stabilità, in cui ci si sente pienamente a casa.  Freud invita implicitamente  a questo accostamento  nelle sue Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, che risalgono anch’esse al 1915. In questo testo, dapprima viene descritta la delusione del “cittadino del mondo civile”, il quale “si sente smarrito in un mondo che gli è divenuto straniero” a causa della guerra; ma subito dopo si sostiene  che questa stessa delusione, se ben analizzata, “si riduce al crollo di un’illusione”. A ben vedere, in maniera del tutto analoga, anche  la scoperta più o meno repentina della caducità degli oggetti amati, a stretto rigore, costituisce “il crollo di un’illusione”, cioè la presa  di coscienza del carattere incoerente e impossibile della pretesa al dominio totale del mondo esterno.

E che cos’altro è in gioco nell’autoreferenzialità del narcisismo? In fin dei conti, il contenuto di quest’ultimo – ciò ch’esso vagheggia come sua condizione primigenia – è esattamente ciò che viene meno nel lutto in quanto dolore della perdita: d’una perdita che non può più essere disconosciuta e negata in nome dell’onnipotenza del desiderio, attraverso l’abolizione della relazione, mediante  la realizzazione solo immaginaria della pienezza. Ne consegue che “il desiderio d’essere liberi dal desiderio”, d’essere liberi cioè dai suoi limiti, dalla sua natura relazionale, dalla tensione verso l’appagamento non ancora raggiunto, può essere solo vagheggiato o sognato, ma non può esser mai realmente vissuto.

In realtà, l’unico modo per soddisfare il desiderio  narcisista “di essere liberi dal desiderio” sarebbe l’abolizione della relazione, attraverso l’illusione di poter realizzare una condizione di assoluta pienezza, analoga allo stadio immaginario di pieno soddisfacimento che si suppone caratterizzante la fase originaria della vita psichica, precedente l’avvertimento della mancanza e quindi l’insorgenza dello stesso desiderio. Le caratteristiche ancora narcisiste della nostra “società del disagio” (secondo la formula che dà il titolo a un saggio di Alain Ehrenberg uscito nel 2010) si evincono esattamente dal fatto che la  figura prevalente del desiderio contemporaneo appare caratterizzata dalla tendenziale abolizione della relazione all’alterità. Sedotto dalla prospettiva della sua illimitatezza e della sua (presunta) onnipotenza, il desiderio contemporaneo soggiace dunque alle tentazioni mortifere del narcisismo che gli fanno perdere radicalità perché ne minacciano esattamente la natura relazionale. Al contrario di ciò che pretende il discorso socio-culturale dominante, il desiderio è radicale proprio in quanto non è naturalmente illimitato. Se cede alla tentazione narcisista di liberarsi del desiderio, si confonde con il bisogno che mira a  consumare e possedere i suoi oggetti. Rapportandosi esclusivamente ad un mondo di cose, il desiderio narcisista esclude dalla sua portata l’alterità umana e in tal modo resta imprigionato nella propria illusoria autoreferenzialità, col rischio di autodistruggersi come desiderio.

Il lutto, come dolore della perdita degli oggetti amati, secondo l’osservazione di Freud, s’estingue spontaneamente col tempo. Infatti quest’ultimo, secondo l’illuminante definizione di Emmanuel Levinas, “non è il fatto di un soggetto isolato e solo, ma è la relazione del soggetto con altri” (Il tempo e l’altro, 1948). Ed è quindi l’apertura relazionale del soggetto agli altri l’unica via che gli consente di uscire dal rimpianto paralizzante per la presunta e illusoria onnipotenza dell’autoreferenzialità. Come ha scritto in un suo recentissimo e vitalissimo libro un filosofo quasi novantacinquenne, “l’energia immanente che irresistibilmente spinge l’uomo a trascendersi è il desiderio”, un desiderio distinto dal bisogno (o come lui preferisce dire, dalla “brama”), che perciò “non contende prede a rivali, ma condivide con altri aperture d’inauditi orizzonti” (Aldo Masullo, L’Arcisenso. Dialettica della soluti dine, 2018). Qui il lavoro del lutto consiste esattamente nella transizione dall’autoreferenzialità mortifera del narcisismo alla vitalità della relazione intersoggettiva e sociale.

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