TRA VISIBILE E INVISIBILE: LO SPAZIO DELLA FILOSOFIA

IVAN CORRADO

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“La responsabilità del filosofo consiste nel dover essere un ponte, nel collegare idee, concetti, punti di vista, pratiche e così via, e nel dimostrare come essi siano diversi e in cosa lo siano. Il filosofo come ponte è un passaggio o un collegamento delle differenze. Quando è se stessa, la filosofia pratica differenziando”.

Queste parole del filosofo statunitense Hugh J. Silverman, contenute nel suo Testualità. Tra ermeneutica e decostruzione (1994), sono molto utili per comprendere il ruolo della filosofia come collegamento tra piani diversi della realtà, tra ciò che è chiaro, in piena luce, e ciò che si nasconde alla vista e agli altri sensi. Infatti, rifacendosi all’etimologia greca del termine, la filosofia è ben più che semplice ‘amore per il sapere’: come ha ben fatto notare Emanuele Severino, bisognerebbe considerare che nella parola sophós (cioè sapiente) su cui si costruisce il termine sophìa, come anche nell’aggettivo saphés (cioè chiaro, manifesto, evidente), risuona la parola phàos, cioè luce, mentre il termine phílos, oltre ad amare può essere tradotto anche con avere cura. Filosofia significa dunque più propriamente prendersi cura di ciò che è chiaro, in luce e in quel prendersi cura è compreso anche l’atto di condurre alla luce ciò di cui ci si prende cura, di fare cioè da tramite tra visibile e invisibile.

In quest’ottica la filosofia può dunque essere considerata come il metaxú, il between per usare il termine di Silverman, cioè il framezzo, un pensiero del presente in transito per il quale sembra pertinente proprio la metafora del ponte. Ora, il termine between implica sia l’idea del connettere che quella del separare e porta dunque con sé una dimensione estetica in quanto si fa espressione di una epoché, di una sospensione del giudizio sugli opposti e di una neutralizzazione delle esperienze affine al disinteresse estetico, ma se è presente nell’arte l’esperienza del between, i termini tra cui essa si pone non possono essere l’autore e l’opera, altrimenti si ricadrebbe nella concezione metafisica moderna fondata sull’opposizione tra un soggetto e un oggetto chiaramente definiti. Per risolvere la questione Martin Heidegger introdusse altri due termini, thesis e Ge-stell. La thesis per Heidegger non è da intendere come la posizione immediata dell’oggetto, così come è pensata dalla dialettica di Hegel, ma vuole significare un lasciare che la cosa ci stia innanzi nell’apparire della sua presenza, senza però irrigidirsi nell’immobilità di una sicurezza. D’altra parte, il termine Ge-stell è usato da Heidegger per definire l’essenza della tecnica, la quale consiste in una specie di imposizione o costrizione, più simile ad un ascoltare che ad un obbedire.  Ora, tra thesis e Ge-stell  c’è per Heidegger uno Zwischen, un tra: è in questo Zwischen che l’opera d’arte avviene, non nel senso che entra nella storia (Historie), ma in quanto è storia (Geschichte).  Per questo motivo la visione dell’arte fornita da Heidegger non è affatto statica o contemplativa, ma dinamica, in quanto l’essenza dell’arte è una profonda e radicale enérgheia che si sviluppa nel framezzo, nel passaggio, nel transito.

Silverman con la sua nozione di between intende restare fedele all’interpretazione heideggeriana, ma mentre in Heidegger l’accento è posto sulla storia e sul destino dell’essere, in Silverman il concetto di between assume una dimensione più pratica, poiché le parole focus e frame, utilizzate per tradurre rispettivamente thesis e Ge-stell, presentano una maggiore immanenza (il latino focus nell’uso antico significa il focolare domestico)  e appartengono ad una dimensione semantico-concettuale maggiormente legata ad un presente come quello odierno nel quale per Silverman la filosofia e in particolare l’estetica, deve più che mai porsi nel tra, nel framezzo, nel transito ed immergersi nel flusso della realtà. Per assolvere a questo compito il filosofo deve essere consapevole che “la filosofia interroga. La filosofia pone se stessa nel tra. […] La filosofia come interrogazione rinuncia a ogni diritto di parlare con autorità assoluta, di presentarsi come la condizione per l’intera conoscenza, di guardare dall’alto verso il basso. […] Domandare accade semplicemente nel luogo tra – se deve accadere” (Testualità. Tra ermeneutica e decostruzione, 1994). Per filosofare bisogna quindi mettere all’opera quella mercuriale, polimorfa e ambivalente intelligenza astuta e intuitiva che i Greci chiamavano métis , ovvero la capacità, basata sulla flessibilità, l’equivoco, l’inversione e il capovolgimento, di istituire collegamenti tra gli aspetti celati del mondo ed è per questo che nella nostra contemporaneità, la riflessione filosofica può essere un aiuto prezioso per la scienza: basti pensare, ad esempio, al dibattito sulla natura visibile, empirica, o invisibile, olistica, della coscienza.

Appare dunque chiaro come la filosofia, ad onta delle caricature che se ne fanno, indaghi ciò che ci riguarda più da vicino, ciò che ha a che fare con le vite concrete di tutti noi. Avere cura di ciò che ci sta a cuore comporta infatti responsabilità, fatica, sforzo (inteso come il conatus di Spinoza, ovvero come la volontà di perseverare nella nostra esistenza) ma anche desiderio erotico, voglia di aprirsi alla vita, di farsi sorprendere dal mondo, di unirsi con ciò che ci è prossimo, di capire la realtà in cui siamo immersi, di porre domande. Desiderio, Responsabilità e Sforzo: questo innanzitutto ci richiede la filosofia e nessuno di noi può sottrarsi ad essa. Presentare questa prospettiva in una lezione introduttiva nelle scuole potrebbe servire a far accendere nei ragazzi quel Desiderio, potrebbe spingerli a farsi carico di quella Responsabilità e a compiere quello Sforzo. Perché, in fondo, l’unico prerequisito per fare filosofia è essere umani.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA STORIA DELLE IDEE

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