VISIBILE @ INVISIBILE NELLO STUDIO NOTARILE

ANGELO DI SAPIO

BENEDETTO ANTONIO ELIA

 

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Primo piano. Stanza 440.

Mani che s’intrecciano; piedi fluttuanti che volano. Cinque corpi che danzano.

A fianco, a sinistra, fanno pendant i musici.

L’invisibile si fa visibile; il visibile si fa invisibile.

Un ovale, in blu, verde e arancio.

Eccole, come trementina col colore a olio, le nostre parole. Eccoli, i nostri silenzi. Il nero e il bianco di queste pagine.

È la coppia “visibile” @ “invisibile” in ballo.

L’ingenuità della dicotomia è nuda. Facciamo una prova? Copiamo questo testo su un documento a parte. Selezioniamo tutto. Barra degli strumenti; colore testo; giù la tendina; scegliamo il bianco. Tutto diventa “invisibile”. Eppure…

“Visibile” @ “invisibile” da chi? Già, che privilegio!

Diego “privo di vista dalla nascita” dà procura a sua sorella: una procura per certi affari, che ne attesta l’autonomia per tutto quanto non ha delegato. Il notaio è alle strette, legge il testo al buio: la sua arte sta nel rendere visibile la dimensione relazionale, tra quel fratello e sua sorella e tra quella sorella e suo fratello.

Gli studi notarili sono teatro quotidiano di queste relazioni. In essi, “visibile” @ “invisibile” godono di vitto e alloggio. Eppure molti pensano che si tratti solo di luoghi in cui si stampano e si firmano pezzi di carta. Non che i notai abbiano fatto molto per smentirlo, con i fatti prima che con le parole. C’è però altro, ed è di questo che desideriamo parlare.

Qui interessa la meccanica del motore, non la tornitura del pistone. Qui importa la fecondità dei crittotipi in azione, non l’alessitimia delle formule a inchiostro.

Sono di scena persone di carne, sangue e ossa. Non individui abs-tracti, tratti fuori dal loro contesto storico-culturale e che non esistono in alcun luogo. Le favolose vicende di Tizio, Caio e Sempronio sono narrate nei libri per l’accesso alla professione: nessuno ha tempo per un loro resoconto.

Dunque, vita che si tocca con i polpastrelli delle nostre mani.

Il cartellone delle relazioni è variegato.

A campione: i testamenti e i contratti di convivenza.

Testamenti.

Suona il tintinnio dei denari e parte il ritornello delle scelte biologiche. Le formule sono accomodanti. Il patchwork è semplice. Un esempio: due eredi, cinque legati di cui uno con onere; esclusa ogni “donazione” di organi; un funerale laico, eventualmente accompagnato dalla sonata n. 2 op. 35 in si bemolle minore di Chopin. Ma la coperta è corta. Asettica, come molti vorrebbero che fosse il diritto. Manca l’apparato relazionale che ha fatto sgorgare queste scelte testamentarie. Il loro rizoma è “invisibile”.

Il diritto, però, ben si presta a essere coniugato con la carnalità dell’esperienza umana. In ambito successorio suonano le corde dell’esperienza di ciascuno di noi. Le disposizioni testamentarie ne propongono un estratto.

Certo. L’asciuttezza delle trascrizioni giuridiche rende sempre ottimi servigi. Lascia liberi i successibili per legge di almanaccare la qualunque. Che è una scelta pienamente legittima: per il testatore, e per i successibili per legge.

C’è però anche chi non ama il riso all’inglese. Chi non cede al cantico dei concetti giuridici depurato da ogni scoria empatica.

In effetti, il codice civile e la legge notarile forniscono dei punti di mappa, non una guida. Emettono delle note, non suonano una musica, non danno un ritmo.

C’è dunque chi preferisce il condimento della dialettica. Chi rompe la metafora giuridica per cui il testamento e l’accettazione dell’eredità sono due atti unilaterali, distinti e separati. Chi, pur essendo giurista, nutre le proprie idee con il balsamo del rapporto e delle corrispondenze biunivoche.

In effetti, con un testamento si può rendere “visibile” ciò che, in alcune cerimonie di culto, è “invisibile”. Con un testamento si possono lasciare tracce di un dialogo, che è, anzitutto, dialogo tra identità e ipseità del testatore. Una mano esperta limita le sovra-interpretazioni dei successibili delusi e riduce, in tal modo, lo spazio di un eventuale contenzioso giudiziario.

Cambia il fondale. Il testamento non è più dispositivo, ma, al contempo, narrativo e dispositivo; il testamento non è più biologico, ma, al contempo, biografico e relazionale. I fili di trama s’intrecciano con quelli dell’ordito e viceversa.

Cambiano le figure sul palco. Il testatore mette in avanscena la sua persona, non solo i suoi averi. Il notaio, per aver posto sulla scena, deve saper ascoltare, deve farsi geologo e scavare a fondo nelle volontà, dismettendo i panni del topografo e mero traduttore delle dichiarazioni del testatore.

I contratti di convivenza.

“Amore” e “affetto” fanno bella figura di sé tra le parole all’indice del codice civile italiano. Si tratta di una lunga tradizione cui fa l’inchino pure la legge n. 76/2016 sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso e le convivenze.

È un’altra tessera del mosaico dell’ “invisibile” giuridico. Un “invisibile” che ha reso ben “visibile” qual era il modulo di “famiglia” radicato nei cunicoli parlamentari: la famiglia nucleare, fondata sul matrimonio, eterosessuale e finalizzata alla procreazione.

La disciplina legale dei contratti di convivenza specchia l’ “invisibile” che circonda il matrimonio e, per trapianto, le unioni civili. Manca ogni rappresentazione del retroscena che porta le persone a stare insieme. Sembrerebbe di essere al cospetto di una incoerente coerenza: un conto è infatti dar credito alla contrattualizzazione del rapporto, altro è la mistica dello status giuridico delle persone. Ma il meccanismo assimilazionista e il modulo “inclusione” vs “esclusione” non funzionano per le convivenze, che valorizzano la differenza tipologica e non di genere.

La legge n. 76/2016 lascia spazio a un intrigo più coinvolgente. Chi va un pochino indietro non è detto che retroceda: può essere solo che stia prendendo la rincorsa.

La campitura normativa rende “visibile” la possibilità dei conviventi di regolamentare gli aspetti patrimoniali contributvi e distributivi della loro vita in comune.

Un caso di vita professionale. Due conviventi espongono al notaio le proprie esigenze, la volontà di avere dei figli, il bisogno di risolvere il problema dell’abitazione di proprietà di uno solo di essi. Snocciolano, con abbondanza di particolari, le reciproche aspettative in termini economici e successori. Recitano, a menadito, l’intero rosario dei loro reciproci diritti e aspettative. Tutto declinato in prima persona: prima persona singolare, non plurale. Eppure sono in due. Eppure stanno parlando del loro rapporto.

Ecco come i riflettori del “visibile” normativo possono accecare la coppia rendendola “invisibile” a sé e agli altri, quasi che questa relazione, puntellata su diritti individuali, dipenda dall’accettazione sociale, piuttosto che dal legame affettivo e dal prendersi reciproca cura.

Abbassiamo la luce di questi riflettori che la legge n. 76/2016 punta sul patrimonio. Viene a fuoco la facoltà dei nostri due conviventi di rendere “visibile” quel che, nei rapporti fondati sul matrimonio (e oggi su un’unione civile), sta generalmente in una zona d’ombra del set di regole giuridiche di indirizzo statuale: la facoltà di rendere “visibile” una programmazione esistenziale fondata su valori condivisi in cui s’innesta il modo di rapportarsi reciprocamente.

Certo, nelle convivenze mancano i benefici economici, fiscali e assistenziali riconosciuti per il solo fatto di essere coniugati, estesi, seppur in parte, alle unioni civili. Ma la standardizzazione dei rapporti fa gioco alla loro omologazione, su cui si poggia, lungo le pieghe del codice civile e della legge n. 76/2016, l’assenza di ogni previsione programmatica. Prima o poi finiranno certe prerogative di welfare. Prima o poi scricchioleranno certe prerogative successorie, che non guardano in faccia a nessuno e che, sotto il vessillo coniugale, rendono il coniuge superstite ponte di collegamento tra il patrimonio del coniuge defunto e il patrimonio del nuovo coniuge. Scartate queste funzionalizzazioni, comincerà la conta dei “matrimoni senza famiglia”. In Canada, la Law Commission, con una raccomandazione del 21 dicembre 2001, ha chiesto l’abolizione della rilevanza giuridica del matrimonio, dando supporto all’intera gamma delle strette relazioni personali e, nel 2006, è stata ripagata dal partito conservatore con il taglio dei fondi: ma questo è il futuro remoto, non il futuro prossimo.

Certo però che, non si sa quanto consapevolmente, il parlamento italiano ha lasciato aperta un’inedita feritoia. Ha offerto ai conviventi un terreno giuridico fertile per l’amore, l’affetto e la programmazione del loro rapporto. In tre parole: per la coppia.

Di più. Accade che, quasi per una sorta di eterogenesi dei fini, gli scherzi giochino talvolta qualche scherzo a chi li ha fatti.

Lo scherzo di negare rilevanza normativa alla fedeltà tradisce, platealmente, la presunzione di paternità del figlio nato durante il matrimonio: il caso del “mulatto pisano”, figlio legittimo di due coniugi bianchi, ha fatto il giro del mondo. Ma cogliamone il pieno. La fiducia, finalmente, può emanciparsi dalla fedeltà sessuale. Scaricata questa zavorra, la fiducia può mostrarsi nella sua essenza di “fiducia data” e di “fiducia attesa”. Insomma, di fiducia reciproca. Che è linfa tramite cui germogliano le unioni affettive. Qui sta il bello del pluralismo dei modelli familiari.

Ecco quante cose può rendere visibili un contratto di convivenza, che è un accordo programmatico di amore e di affetto, e non un contratto infarcito di clausole e di pattuizioni destinate a tagliare, come lame, le vicende della vita di chi lo sottoscrive.

Cambia anche qui il fondale. Domina il rapporto, che non può più prescindere dalla dialettica e dalla ciclica riconfigurazione e rielaborazione condivisa di valori.

Cambiano anche qui le figure sul palco: è in scena una coppia, non due individui che panneggiano ognuno il suo velo come fossero Les Amants di Magritte. Il notaio e l’avvocato chiamati ad autenticare il contratto hanno spazio sulla scena senza (dover né poter) celebrare alcuna messa e senza inscenare alcuna funzione civile: essi scavano nella programmazione per far passare le condutture giuridiche più adeguate alla singola coppia.

Ecco due partiture che riguardano i testamenti e i contratti di convivenza.

La statica cede il passo alla dinamica.

La relazione tra le persone è circolare: è costitutiva di ‒ non derivata da ‒ se stessi.

L’energia del colore contribuisce a formare le figure e non è più ancillare a esse.

E anche il diritto offre la sua cassa di risonanza e i suoi tubetti.

Le composizioni si scompongono. Cambia il linguaggio. Il girotondo di autonomia ed eteronomia, di esposizione e autoriflessione, si riempie di tinte, senza che caschi né il mondo, né la terra. L’espressività trabocca dall’insieme, che così si ricompone.

Non è facile essere contemporanei col proprio tempo, di vita e di morte. C’è però modo di sciogliere il solipsistico in-me-mago-agere: vivere nel rapporto, abdicando alla monarchia dell’io.

A scrutare i volti dei nostri clienti si coglie qualcosa che, a prima vista, non appare visibile e restiamo meravigliati e increduli nel constatare che ognuno è se stesso, con la sua storia invisibile e non sempre intelligibile. Visi che sono canovacci di biografie, racconti scolpiti nelle rughe da smorfie, lacrime e sorrisi.

Risuonano, come un’eco, le strofe di Alano di Lilla:

Omnis mundi creatura,

Quasi liber, et pictura

Nobis est, et speculum.

Nostrae vitæ, nostræ mortis,

Nostri status, nostræ sortis

Fidele signaculum.

I musici suonano la danza. Le danzatrici ritmano i musici.

Le figure zittiscono il rumoroso bagaglio di certezze, giudizi e pregiudizi che s’annida nelle formule giuridiche.

“Visibile” @ “invisibile” si contagiano e si contessono nelle tele della nostra esperienza. L’ “invisibile” ce ne dà “visibile” testimonianza, ma per manifestarsi ci chiede di diventare insetti, folli erasmiani, lanternofori pirandelliani…

Le porte del palazzo sono aperte.

Primo piano. Stanza 440.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE

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