LA VISIBILITÀ DELLA VERITÀ: ROUSSEAU PROFETA DELL’EPOCA DELLA TRASPARENZA

FABIO CORIGLIANO

 

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Viviamo in un’epoca storica in cui uno tra i valori (non solamente) politici più importanti è quello della trasparenza.

In una traiettoria intellettuale immaginaria, che va da La società trasparente di Gianni Vattimo a La società della trasparenza di Byung-Chul Han, a più riprese, nel corso degli ultimi vent’anni, è stato in effetti evidenziato, da varie prospettive, come uno dei caratteri costitutivi della attuale categoria del Politico sia proprio la necessaria visibilità dei meccanismi del potere. La visibilità è requisito indispensabile della politica, del diritto, e in generale di tutto ciò che ha a che fare con la vita della società.

Uno dei luoghi di nascita di questo valore politico è molto probabilmente il movimento filosofico-architettonico che ha preso le mosse da un piccolo libro scritto da Paul Scheerbart nel 1910, Glasarchitektur. Scheerbart prefigurava una civiltà la cui architettura sarebbe stata interamente costruita in vetro, perché il vetro sarebbe stato l’unico materiale in grado di imprimere una svolta etica allo sviluppo dell’umanità. Walter Benjamin, da appassionato cultore dell’opera scheerbartiana, ha contribuito ad avallare tale impostazione sostenendo che gli edifici in vetro, proprio perché consentono la trasparenza, cioè la visibilità di ciò che avviene al loro interno, avrebbero potuto inaugurare una rivoluzione permanente dell’ebbrezza (in quanto sovversione), grazie alla quale tutti i valori negativi della società borghese sarebbero stati spazzati via.

Si potrebbe affermare che il tema della visibilità costituisce una costante culturale di tutto il Novecento. Infatti da una parte la riflessione sulla trasparenza degli edifici in vetro ha percorso tutta la storia dell’architettura europea ed americana del Ventesimo secolo, intessuta di fortissime sfumature etiche e di pesanti proiezioni politiche; dall’altra parte la riflessione filosofica del Ventesimo secolo è stata tutta improntata ai temi della visibilità e dello sguardo: dalle analisi più squisitamente teoretiche di Merleau-Ponty e Sartre, estetiche di Bonnefoy e Nancy, a quelle (bio-)politiche di Foucault, sino ad arrivare alle ricerche del diritto pubblico e amministrativo italiano degli anni Ottanta e oltre, in cui la trasparenza la pubblicità e l’accesso agli atti dell’amministrazione paiono essere l’unico limite opponibile al dispiegamento altrimenti illimitato del potere dello Stato.

Il vetro è diventato quindi un dispositivo esso stesso, e ha fornito uno strumento concettuale potentissimo e inattaccabile (chi può essere contro la trasparenza?) a quella che è ora un’ideologia: l’ideologia della purovisibilità, per la quale tutto deve essere visibile da tutti, a pena di risultare ingiusto, corrotto. L’equazione dominante è quindi proprio questa: visibilità: giustizia; invisibilità: corruzione. Ciò che si può vedere è giusto; ciò che non si può vedere è corrotto.

Ma non è tutto: quella delle trasparenza è un’ideologia che comporta anche una precisa metafisica della storia, quella dell’unica storia possibile, dell’unico progresso (spirituale) possibile. In una parola, la superciviltà di Jan Patočka: solo la civiltà della trasparenza è ammissibile, in quanto civiltà che esprime un’istanza etica giusta; l’unica istanza etica storicamente possibile.

Ora, quella che potremmo definire la superciviltà del vetro deve sicuramente i suoi natali, per quanto riguarda la concettualizzazione del tema della visibilità della verità, tra gli altri, a Jean-Jacques Rousseau.

Rousseau era convinto della necessità di abbattere le “menzogne” della società del suo tempo, quelle menzogne che dal suo punto di vista la avrebbero erosa dall’interno, e che consistevano principalmente nella separazione tra essere e apparire.

Ogni uomo nascerebbe puro, giusto, autentico e perderebbe la sua autenticità, la sua verità solamente per effetto del suo ingresso in società. L’essere dell’uomo verrebbe corrotto dall’apparenza della regola sociale, dalla sua falsità, ipocrisia, dalle doppiezze con le quali gli uomini, in società, nascondono il loro vero e puro essere.

Il problema non sta tanto e non sta solo nell’istituzione “giuridica” del contratto sociale, come avviene ad esempio nella politica di Hobbes o di altri contrattualisti moderni, quanto piuttosto nell’istituzione “morale” e pre-giuridica della società. Quella società che ha diviso l’uomo puro e autentico dalla sua stessa verità. Per questo motivo il contratto sociale di Rousseau deve ristabilire una verità politica universale, cioè che deriva dalla politica, che è costitutiva della politica e che supplisce la perduta verità di ogni singolo uomo. È questo il motivo per il quale nell’Emilio Rousseau prova a far riguadagnare all’uomo la sua verità perduta attraverso una pedagogia autentica e nel Contratto Sociale attraverso l’obbligatorietà della libertà di non dissentire.

In questo senso si può dire che grazie a Rousseau è stato stabilito, pro futuro, il principio del sospetto nei confronti delle istituzioni, in quanto traditrici del senso (e del ruolo) dell’uomo, nel mondo e nella storia; questo tradimento fa parte della loro corruzione, e allora l’unica soluzione, l’unico ideale veramente in grado di rovesciare, sovvertire il degrado morale è quello della trasparenza, della visibilità. Tutto deve essere visibile, nulla deve rimanere nell’oscurità del segreto. Il segreto è male, è corruzione, falsità. La verità delle istituzioni e dei singoli sarà riconquistata solamente nel momento in cui sarà resa visibile, perché la trasparenza è l’unica verità. Verità dei singoli e delle istituzioni: una coincidenza non casuale ma dotata di un senso politico forte.

Ciò che ne deriva è una politicizzazione della verità che non è più una prospettiva “metafisica” cui ogni uomo tende per effetto della sua struttura spirituale, ma viene costituita dall’alto, dal legislatore umano, che in quanto portatore di verità in primo luogo non può fallire e in secondo luogo non accetta tradimenti, dissensi, opposizioni. La verità è visibile perché è statuita dal legislatore. Ciò che è invece invisibile, e che non viene stabilito dal legislatore umano, non corrisponde alla verità dell’uomo.

Ogni uomo, ogni cittadino, in quanto partecipe della “verità sociale” deve essere libero di accogliere ogni regola che viene dalla società, rappresentata al massimo della sua espressione dal Parlamento, bocca della verità.

La trasparenza è così un progetto politico democratico in partenza, dal momento che ogni uomo, ogni cittadino può e deve richiedere di sapere, ed è allo stesso tempo totalitario nei suoi esiti, in quanto alla fine è visibile solamente ciò che il legislatore vuol sottoporre a trasparenza. L’uomo singolo, isolato, che in partenza avrebbe desiderato esercitare liberamente il potere del suo sguardo “democratico” si ritrova a poter vedere solamente ciò che gli viene mostrato e che corrisponde, suo malgrado, a ciò che il legislatore ha deciso di esporre a visibilità.

L’epoca della trasparenza in cui viviamo, quella della superciviltà del vetro, incarna proprio ideologicamente questo regime di doppia verità inaugurato e tematizzato così precisamente da Jean-Jacques Rousseau, e sviluppato fino alle sue estreme conseguenze da tutti quei movimenti culturali e politici che hanno utilizzato la trasparenza come parola-chiave – trasparenza come purovisibilità, come emblema dalla casa-di-vetro a venire, che non farà altro che spostare su un altro piano il problema della disparità tra gli uomini. La quale disparità non sarà più solamente tra chi sa e chi non sa, tra chi vede e chi non può vedere, ma anche tra chi sa e può leggere quello che vede e chi non ne ha gli strumenti concettuali, tra chi detiene le informazioni da divulgare e chi invece non può far altro che richiedere di potervi accedere.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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