OGNI RIVOLUZIONE È UN COLPO DI DADI

comune

TOMMASO GAZZOLO

Ciò che è un colpo di dadi, è la rivoluzione. Toute révolution est un coup de dés, la citazione è di Michelet, per quanto tutto passerà, nel film di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet (Francia, 1977), attraverso il colpo di dadi di Mallarmé. La camera passa accanto alla lapide per i morti della Comune, e poi, sul vicino prato, cinque donne e quattro uomini “recitano” il testo di Mallarmé. O, meglio: recitano la sua visibilità, la sua figura, la sua parte sensibile, dal momento che esso è distribuito tra loro in base ai suoi differenti caratteri tipografici, che alle voci maschili sono assegnate le lettere maiuscole, le minuscole a quelle femminili.

Occorre chiedersi: cosa afferma il colpo di dadi? La rivoluzione è l’affermazione del caso? Sì, certamente, ma di un caso che non ha nulla a che vedere con la probabilità: non si tratta di lanciare più volte i dadi, di cercare cioè di abolire il caso mediante la ripetizione dei lanci, di fare della rivoluzione qualcosa che abbia “buone probabilità” di accadere.

Il colpo di dadi – Deleuze lo ha detto benissimo – è sempre un solo colpo: è il colpo che afferma il caso, e la sua necessità. Solo allora la rivoluzione è una necessità, ma una necessità affermata dal caso, la necessità del caso e il caso della necessità. La rivoluzione non è mai dell’ordine della probabilità, non ha nulla a che vedere con leggi statistiche (dell’economia, delle scienze sociali, della politica, etc.). Essa può essere soltanto affermata a partire dal caso, dal suo realizzarsi come necessità. Dunque caso, ma mai, ma non azzardo: la rivoluzione non è qualcosa che abbia a che fare con il “rischio”, ma con qualcosa di profondamente diverso – con la necessità del caso, la necessità che si afferma dal caso. Non c’è rivoluzione che non sarà stata necessaria, e mai soltanto “probabile”, una volta accaduta, una volta divenuta cioè il proprio caso, affermatasi come caso. Ma come sapremo, allora, che essa è accaduta come caso, come un evento sottratto ad ogni prevedibilità, probabilità? Se è accaduta, non significa allora che era probabile che accadesse (dopo i massacri del settembre 1792, il Terrore non si presenterà ormai come ciò che era “nell’aria”, come qualcosa di cui tutti i segni erano già lì, tutte le “cause” già presenti, etc.?)? Ma allora il caso è abolito?

Se la rivoluzione è un colpo di dadi, le cose non possono stare così. Se essa ha luogo, se si afferma come caso, non potrà che farlo, che lasciare riconoscere e dire il suo aver-avuto luogo, soltanto restando non inferibile dalla situazione in cui essa stessa ha luogo, dalla situazione dove essa stessa è presentata (Badiou). Dove, e come ha avuto luogo, allora, la Comune?

Non una rivoluzione “fallita” o “mancata”, repressa nel sangue, ma ciò che si presenta, che accade, senza aver propriamente luogo, senza cioè poter essere identificata semplicemente con ciò che della situazione si può dire, ciò che da essa si può inferire. Che i comunardi siano stati sconfitti, che una lapide ne commemori ora il sacrificio, non è questo che fa della Comune qualcosa che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Non c’entrano nulla le analisi sulle sue “probabilità” o meno di riuscita, sulle sue “condizioni” storiche, etc. (Troppo presto? Troppo tardi? Siamo al di là di queste domande).

Non si tratterà, nel film di Straub/Huillet, di ricordare, di raccontare, commemorare la Comune, come se essa fosse stata una “storia”. Al contrario, di lasciare che essa possa sempre venire ancora, avere luogo: ma questo avere luogo non potrà accadere se non laddove vi sia dimenticanza, dove tutto sia ormai assente, dove non vi sia più alcuna condizione, alcuna “probabilità” che essa abbia luogo. Per questo l’ultima immagine sarà quella di una Parigi di oggi, di cui, della Comune, non vi è più alcuna traccia. Qualcuno lancerà i dadi?

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA POLITICA

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