UN CAPRICCIOSO ARBITRIO

peegee

PEE GEE DANIEL

“La Ciorgna Voltaica… Eh, ma che brutto nome!… Non se lo meritava proprio, poverina… Buona com’era…” Queste parole al principio Doriano credette di essersele immaginate. Le aveva pronunciate una vocina sottile sottile e bassa bassa. Doriano si voltò con scarso entusiasmo verso la fonte di quel mezzo lamento, dopo aver fatto emergere il viso dalle mani messe a conca tra cui l’aveva poc’anzi affondato.

Scoprì che in un angolo in ombra, poco distante da un vecchio mobile riempito a protesi e materiale da ambulatorio, stava seduta, presumibilmente da ancora prima che lui arrivasse sul posto,  una consunta suorina, che doveva risultare uno degli ultimi reperti della precedente amministrazione, quando ancora l’istituto veniva gestito dalle religiose.

L’originale bruttezza le era stata vieppiù aggravata dal corso del tempo di una barbetta caprina che le si arricciava sulla punta del mento, gli occhi non erano che due bottoncini rintracciabili in fondo in fondo alle spesse lenti degli occhiali dalla pesante montatura in tartaruga, mentre il tono della sua pelle era ormai identico a quello del velo strausato e sbiadito che alcune forcine mantenevano agganciato a quei quattro capelli che le rimanevano sulla testa.

“La conosceva?” Le chiese Doriano a bruciapelo.

“Ero qui quando lei arrivò. Ero qui quando portarono via quel che di lei era rimasto.”

“Me ne può parlare?” Le si rivolse di nuovo Doriano, assistito dalla crescente speranza di cavar fuori qualcosa almeno dalla monaca.

D’accordo, d’accordo: per il genere di personaggio a cui si andava interessando, e soprattutto stando alle abitudini di desso, una suora non sembrava esattamente il tipo di teste più utile; ma comunque dimostrava di essere a conoscenza dell’oggetto della sua inchiesta. E per ora tanto bastava.

“La signora era buona”, prese a snocciolare la sposa di Cristo (o almeno una delle tante che gli vengono attribuite). “Era generosa. Era aperta agli altri…” Per ora, questa sequenza di aggettivazioni, nella loro facile equivocabilità, ancora non spiacevano a Doriano. Ma poi ne arrivò una che gli diede subito ai nervi: “La sua vita fu totalmente priva della luce della speranza.”

“E che cosa vorrebbe dire con questo?” Le chiese Doriano infastidito, presentendo un forte puzzo di moralismo.

“Vede, per quelle come me questa è una scelta personale. Per lei invece fu una costrizione. Fu la natura a sceglierle quella gabbia, come sempre condotta a ciò dalla imperscrutabile mano dell’Altissimo.”

Doriano già stava ricredendosi quanto alla bontà della testimonianza: quel discorso sibillino lo aveva messo da subito in guardia sul ritrovarsi a star dietro a un secondo caso di demenza senile in un pomeriggio solo.

Ma poi l’ex-assistente anziani, e ora assistita, spiegò ancora: “Fin dalla più tenera età, quando era ancora poco più di una bambina, i dottori le annunciarono quella maledizione. Fu in seguito a una brutta malattia che fece verso i dieci anni di vita che, curandola, i medici se ne accorsero. La ragazzina era congenitamente destinata a non avere figli. Era meno fertile lei di un gerbido pieno di bauxite. Questo la segnò profondamente, sin dall’epoca in cui ci si incomincia a sentire in procinto di farsi donne, e poi per tutto il resto dei giorni che ebbe a campare. Qualunque cosa avesse raggiunto in vita sua, qualunque conquista, tutte le avventure che affrontò per dirsi un po’ meno sola, non la aiutarono comunque a colmare quella voragine che le aveva lasciato dentro, da così presto, quella condanna a non potere accondiscendere, venendone a un tempo ripagata, alle naturali leggi del mondo che ci vogliono anelli di una inesauribile catena che, com’è arrivata sino a noi, così da noi dovrebbe ripartire per continuare all’infinito…”

Quel clamoroso ragguaglio ebbe il potere di idrogenare Doriano. Per qualche minuto egli rimase assolutamente immobile a bocca semiaperta, a sguardo fisso.

Era appena venuto a sapere che ancora prima di perdere quel residuo membranoso che risponde al moraleggiante titolo di verginità o illibatezza, l’eroina designata per quella lasciva epopea che Doriano stava portando a termine, perciò già era stata resa conscia che quel corpicino ben sviluppato, che la natura si era benignata di consegnarle, si rivelò poi la più beffarda delle strenne: un meraviglioso pacchetto, però vuoto.

Questo sembrava cambiare tutto.

Questo sembrava darle un’anima.

La dicitura clinica della irresolubile magagna aveva anch’essa qualcosa di canzonatorio: il ginecologo che, con tono grave e impostato, aveva messo al corrente lei e la madre di quella iattura le aveva dato il nome di utero unicorne. Ma dietro a quell’aggettivo fiabesco (che subito subito aveva determinato nella serena mente della piccola un processo di immagini legate a lattescenti cavallini alati che tenessero a dimora certe selve rigogliose e verdeggianti, vivacemente colorate dei frutti più zuccherini, che essi spiccavano dai rami infilzandoli con la punta di quelle protuberanze ossee dall’eburnea brillantezza che, dal centro della fronte, gli si allungavano sul davanti, avvitandosi a cavaturaccioli) si nascondeva in realtà la conformazione deficitaria di una sola tuba e una sola ovaia all’interno di quell’acerbo ventre.

Una volta divenuta adulta, per rispondere a quella carenza, si era verosimilmente votata a una sessuosa gratuità. Non aveva cercato legami seri né una compagnia durevole accanto a sé che, alla luce dei fatti, avrebbe vissuto come una superflua ipocrisia.

Era una urogenitalità improduttiva la sua e, come tale, smaccatamente irriverente. Si risolveva tutta quanta in un incessante kamasutra disinibito e maniacale. Volendone tentare a tutti i costi una ricostruzione psicoattitudinale un po’ a spanne, come quella Potenza Generatrice che tutto muove e principia aveva voluto non farla partecipe della propria primaria facoltà, bandendola latae sententiae fuori da quella norma generale che sovrasta il consorzio dei viventi, così ella, in paga, aveva deciso di scapricciarsi a proprio piacere di contro a ogni regola e consuetudine costituite e adottate dai più.

Ma però quel sentimento troppo a lungo covato dentro di sé la veniva divorando a piccoli morsi – in maniera non dissimile da quanto facesse quel famelico cucciolo di volpe, infagottato nel risvolto interno di un mantello, con il petto del giovane spartano protagonista di quell’antico aneddoto. A lungo andare quella spesseggiata pratica scacciapensieri aveva perso di efficacia. In special modo di pari passo con l’avanzare degli anni che, se non è detto che sappiano comunque arrecare quella saggezza con la quale vetusti stereotipi le attribuiscono un forzato abbinamento, costringono il fisico a tempi più lunghi e più lunghe pause, che consentono alla mente più accurate meditazioni di quanto non faccia quando ancora risucchiata nel rapsodico vortice degli juvenilia.

A ratificare le suddette congetture, suor Adelia aggiungeva che la signora, accompagnata in quei locali che era già ormai verso la scadenza della malattia terminale, e ricondotta dalla doppia batosta del morbo e dell’età a una distinta compassatezza – così la descriveva la suorina che, lei in particolare, le era stata accanto nel languore di quei giorni – da cui Doriano non sembrava riconoscere la paladina dei suoi resoconti, aveva deliberato di lasciare ogni suo avere in opere caritatevoli.

La cospicua eredità senza eredi fu spartita, per volontà olografiche della stessa, tra l’orfanotrofio e l’ospizio di Valdiguggio. Ossia – poteva ancora congetturare Doriano – simbolicamente deputandola a favore dell’età antecedente al menarca e a quella posteriore al climaterio: in altre parole, le età asessuate, o perlomeno, universalmente infeconde.

Le informazioni che aveva infine raccolte nel corso di quella visita alla Nulla Salus sed Spes, tanto discordanti da quel quadro generale che egli s’era messo in testa nei molti mesi spesi ad almanaccare circa le prodezze erotiche della Ciorgna Voltaica, lo avevano violentemente sconvolto.

Doriano si era infilato là dentro con l’unica intenzione di ricevere le ultime pennellate naïf alla sua tela, ed era invece andata che gli elementi cromatici dell’olio animato di figure grottesche che s’era portato sottobraccio, per un inatteso incantesimo, si erano liquefatti, lasciando apparire sotto di sé una delicata Melancholia a tempera.

I giorni seguenti li passò chiuso in casa senza rispondere al citofono, o perdendosi per lunghe camminate in mezzo alle colline soprastanti la città. La quantità di telefonate di cui amici, co-redattori, tipografo, rivenditori lo tempestavano, a maggior ragione con l’approssimarsi della data fissata per l’uscita del famoso special, sbattevano contro un cellulare tenuto continuativamente spento.

Doriano, oltre a non sapere che farsene di quella nuova luce di umanizzanti ambasce in cui la suorina aveva tenuto a mettere la Ciorgna Voltaica, se ne diceva terribilmente disturbato. Ma più propriamente – diciamo noi – era turbato.

Innanzitutto l’iniziale creatura cartacea con cui Doriano aveva per così tanto tempo convissuto, si era tutto d’un tratto trasvalutata, quel giorno, in un individuo fatto e finito. E poi, per la prima volta, era stato costretto a guardarla occhi negli occhi: e anziché specchiarsi nell’impressionante sguardo ferino della campionessa dei facili istinti che si aspettava, si trovò a fissare, corrisposto, un’espressione carica di coraggio e di sofferenza assieme.

Come i due bracci di una medesima basculla, o come due attori che, convocati davanti al tribunale della coscienza, pretendessero, ognuno per la sua parte, e ricorrendo pursì ai più alti strepiti, che il giudice gli riservasse il premio della ragione, dentro Doriano si combattevano senza sosta, in quei giorni, la scelta di non sprecare un così buono e potenzialmente lucrativo materiale avverso l’appello a rispettare la travagliata vita di una defunta e lasciar dunque perdere la pubblicazione.

Pur tenendosi al riparo da incontri fortuiti e appuntamenti rubricati, Di Marzio era comunque in compagnia. Quei due mastodonti che ovunque lo scortavano, rintuzzandosi fra loro a ogni passo, non gli davano un attimo di tregua nella solitudine del suo appartamento, ma tanto meno di tra le radure e le boscaglie disabitate in cui si immergeva per provare a raggiungere infine una qualche soluzione definitiva.

Pur muovendosi per quella pace irreale, che in maniera così stridente si contrapponeva al suo pandemonio interiore, non trovava modo di stabilire quale dei due corni del dilemma dovesse prevalere, e averla vinta, sul concorrente. La tauromachia, in cui si era rapidamente mutata la sua riflessione, lo vedeva afferrare il dilemma appunto per i corni e strapazzarlo a più non posso, non venendo tuttavia a capo della bestiaccia.

D’altra parte, quello che lo contornava, in quelle lunghe sgambate, non gli dava il benché minimo ausilio sul partito da promuovere.

Intorno a lui infatti non comparivano in quei momenti che macchie di piante e cespugli, rovi, fili d’erba, vipere e bisce, fischiettanti fanelli e qualche roditore che faceva di tanto in tanto capolino, incuriosito dallo scalpiccio del passante.

Beato lo zoologo! Beato il vivaista! Li invidiava sinceramente Doriano in cuor suo. Loro almeno stavano sicuri che gli oggetti dei loro studi si attengono senza meno a pochi, piccoli accorgimenti: si formano, si alimentano, badano – per quel che gli è possibile – al mantenimento di sé e, di conseguenza, della specie cui appartengono, se gli riesce si moltiplicano e poi, come sono venuti, spariscono; a ciclo continuo.

Ma è per l’umanista che, dove si gira si gira, nascono guai sempre nuovi. Le esigenze della materia che egli ha scelto di investigare sono identiche e indistinguibili da quelle che cadono sotto le disamine dei suoi due precedenti colleghi, e però un’indagine davvero conclusiva e circostanziata, che parta da un cavione e a rettifilo corra all’opposto, gli viene ogni volta compromessa dalla mefitica presenza delle emozioni (che negli altri esseri, se mai ci sono, restano relegate a fattore periferico e, a conti fatti, irrilevante): cioè quello che definiremmo l’aspetto sentimentale.

Addirittura l’arbusto sente, insegnava già Aristotele: tant’è vero che se gli viene a mancare il bacio fragrante della luce solare esso saprà spostarsi dalla sua sede sino a rintracciare nuovamente quell’elemento corroborante. Ma questa è, per l’appunto, una sensazione: si attiene alle funzioni organiche e, come tale, risponde a precise leggi logiche. È, in ultima analisi, largamente prevedibile (a scanso d’un risibile margine d’errore): il cane battuto da un bastone difficilmente tornerà a quel legno, la piantina troppo a lungo trascurata o presa a calcioni dal discolo preferirà ammalarsi e farsi vizza piuttosto che continuare a patire.

Queste carte, di per sé piane e a faccia ben scoperta, vengono invece stupidamente ingarbugliate quando si passa a parlare delle emozioni umane. Esse, pur cominciando da semplici percezioni, su base prima meccanica eppoi chimica, in maniera del tutto simile a quelle consorelle che dirigono i comportamenti e le vite di fauna e flora, sin dagli albori della corticalizzazione sono montate presto in boria, disponendosi a reagire a uno stesso impulso nelle maniere più impensate.

Un medesimo spettacolo, per esempio, potrà instaurare da una parte uno stato di prostrazione spirituale e dall’altro uno scompiscio senza freni, non dico solamente in due diverse persone, ma anche in un unico spettatore, preso magari in due momenti differenti. Tutto ciò sbaraglia ogni possibilità scientifica di risalire dagli effetti alle cause, come pure di preconizzare, perlomeno a un dipresso, che cosa a seguito di un preciso accadimento si metterà in moto nell’animo di un dato soggetto. Tutto è caotico e aleatorio. Un capriccioso arbitrio – dettato ogni volta da un lancio di dadi – è l’indetronizzabile sovrano.

Una stessa condotta di vita può essere motivata da un certo principio, come dal suo esatto contrario. Questa è la babele che si trova a osservare chi, per una malaugurata disposizione naturale, voglia rimestare nel torbido della psiche dell’homo sapiens sapiens. Questa è la risultanza di quel progetto scappato di mano alla Natura, che questa scimmia spelata e fisicamente inadatta voleva equipaggiare per l’autodifesa con le armi di una mente ipertrofica; ma, da ultimo, s’accorse che quelle doti si erano un po’ tutte ricombinate per fatti loro, deviando dalle funzioni strettamente tecniche per le quali erano state concepite. Ecco quindi insorgere quella che, non senza indulgere a un certo patetismo, chiamiamo anima: un confuso marasma di tesi contraddittorie e passioni ambivalenti, mettendosi a esaminare la quale ci vuole niente a andar di matto.

Ma il Dio dei filosofi e dei matematici è il Dio della semplicità: la sublime bellezza di una regola che ripete invariata se stessa; il principio economico del minor numero possibile di leggi che garantiscano l’indefettibile processo del maggior numero delle componenti sono i meravigliosi statuti di cui Egli si ammanta. Se mai dunque esistesse poi sul serio quel Dio di cui le genti cianciano, l’uomo, con tutte le sue snervanti complicazioni, verrebbe a essere la più reietta delle creature che razzolano per l’universo mondo…

Questa e molte altre maledizioni lanciava Doriano, girovagando per i boschi. Ma dello strale più appuntito di tutti dardeggiava mentalmente, a ogni circolare ritorno dei suoi pensieri a quello stesso punto, proprio suor Adelia, che ci aveva tanto tenuto a guastargli il suo portfolio di disegni e calcoli, messi per bene in ordine, grazie a quella scriteriata rivelazione del mondo interiore della Ciorgna Voltaica. “Preferivo non sapere” doveva confessare a se stesso, a dispetto di tutte le proprie annose impostazioni scettico-illuministiche…

Quella suoraccia non solo aveva trasformato, alla stregua della Fatina dai Capelli Turchini, il giocattolino preferito da Di Marzio in una persona vera, di carne e ossa e spirito, ma aveva voluto completare quella sua malefatta dotandola per di più di un afflato ultraterreno: “Qualunque cosa abbia fatto nella sua vita…”, aveva infatti argomentato la religiosa, un attimo prima che la pallida testolina le ricadesse sul petto già in pieno russamento, “…con quel suo enorme atto di generosità…” – e qui si riferiva al lascito testamentario della signora, a decoro di matusa e trovatelli – “…si è prenotata il più bel posto nel Paradiso del Signore!”

Quell’inveterato riduzionista del Di Marzio veniva infastidito da qualunque insinuazione si facesse a proposito dell’Oltretomba. Non gli riusciva di concepire anche solo la fantasiosa ipotesi di una esistenza supplementare a questa. Giudicava questa trovata ridicola e superflua e priva di quale che sia necessità logica, oltreché oltraggiosa per il buon senso e il lume della ragione appaiati: una trappola per gonzi, amava anzi definirla. E andare in cerca di essa, pensava ancora, non è meno stolido che viaggiare per mari e terreferme nella speranza di approdare un giorno a quella Shangri-La, o l’incantata Xanadu, oppure l’isola di Gaunilone, rintracciate allo stesso modo sopra le pagine ingiallite di qualche antiquato tomo.

“Tutto è già qui!” Capitava talora che si accalorasse con chi si mostrava di diverso parere, “Perché mai, dunque, ci dovrebbe aspettare qualcos’altro oltre a ciò? Il paradiso? È averla spuntata al tempo del nostro concepimento sui milioni di quegli altri cigliati homunculi che ci contendevano ad armi pari una scorciatoia per l’ovocellula, e aver vinto, grazie a quello sprint finale, il biglietto per questo splendido spettacolo che è la vita. L’inferno? Beh, sono le sofferenze e le disgrazie, la scomparsa dei nostri cari, i pensieri più oscuri, i soprusi altrui, i nostri personali autolesionismi, quando ci si smorza quella luce negli occhi che ci permetteva di godere a tutto tondo della superba forza degli esistenti. Tutto, dunque vedete, è già qua, ora, in questa tangibile immanenza. A che ci dovrà mai servire perciò quel quid su cui a voialtri tanto va di fantasticare per il dopo?”

Quando però lo si pescava in vena di filosoficherie, succedeva che si spendesse a postillare quanto sopra con un integrativo corollario…

“Ci sono concesse ben due vie per perseguire l’immortalità, ma nessuna di esse trascende questo mondo” Di Marzio andava ribadendo il corrente discorso da così tanto tempo, nell’arco di quella quarantina d’anni dacché fu annoverato nel computo dei viventi, che ormai lo recitava a memoria: “Ci si rende imperituri nel dare prosecuzione alla stirpe e nella perpetuità delle tracce che lasciamo di noi su questo pianeta, nel più o meno fugace passaggio che sulla faccia di esso ci è consentito di fare. Nel primo caso si tratterà di una immortalità tutta affidata alla bruta inconsapevolezza delle carni: figliando c’è qualcosa di nostra appartenenza che lasciamo scivolare nel nascituro, e da lui ai suoi eventuali epigoni e così via, e così via, fino a quando il ceppo persisterà. E questa nostra particella che, reduplicandosi, si stacca da noi per avanzare lungo i secoli a cavallo di questa inarrestabile trasmissione, sarà sempiterna testimone di noi, redivivi in quel pacchetto di corpuscoli, ben oltre i tracciati che delimiteranno le nostre sepolture. Quel che abbiamo operato nella vita, invece, ci restituirà un’immortalità sempre precaria e ballerina, che potrà sussistere solo sino al giorno in cui qualcheduno ancora rammenterà azioni da noi eseguite o pensieri che avemmo a nostro tempo espresso, e quel tale deciderà di comunicarli a un terzo, che sarà da allora coinvolto anch’egli nella procrastinazione della nostra effettiva scomparsa finale da questa valle di lacrime e risa.”

Questo capitolo è tratto dal romanzo di Pee Gee Daniel EGO E LIBIDO,  Leucotea, pubblicato il 17 gennaio 2019.

Autore del disegno, usato per la copertina del romanzo, è Venanzio Straulino.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA NARRATIVA

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