L’INCLUSIONE DIFFICILE

Maratona

LUCA GRION

Il linguaggio quotidiano tende a legare strettamente giustizia, diritti e inclusione. Li considera, per così dire, come tre aspetti caratteristici di un unico territorio e ritiene che dove ve ne sia uno debbano ricorrere anche gli altri due. Credo che sia utile riflettere su questa persuasione, chiedendoci se le cose stiano davvero così o se, al contrario, possano esserci casi in cui questi tre elementi entrano in tensione.

  1. Uguaglianza o merito?

Partiamo dal rapporto tra giustizia e diritti. Siamo soliti connettere l’uguaglianza alla giustizia e l’ineguaglianza all’ingiustizia; riteniamo, in altre parole, che non sia giusto fare differenze né, tanto meno, discriminare. I diritti sono quindi invocati per far sì che nessuno possa essere emarginato e proprio per questo, come scritto sui muri di tribunali, la legge è uguale per tutti. I diritti sono tali proprio nella misura in cui esprimono questo tratto di universalità, capace di trascendere gli interessi particolari o le preferenze soggettive. Anche storicamente – penso alla Magna Carta del 1215, alla Dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776, alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 – la cultura dei diritti si è strutturata attorno alla difesa di ciò che deve essere riconosciuto a tutti contro le pretese di una parte (in primis diritti individuali come limite al potere dello Stato).

Questo legame tra giustizia e diritti sembra coinvolgere direttamente la nozione di inclusione: ciò che è di tutti risulta inclusivo quasi per definizione. Da questo punto di vista, potremmo dire, il movimento dell’inclusione appare non solo giusto, ma doveroso: esso indica, infatti, quel “chiamar dentro” chi, per diverse ragioni, è stato lasciato fuori dalla porta. Il diritto alla libertà personale, ad esempio, non può convivere con la segregazione di minoranze ridotte in stato di schiavitù o, comunque, limitate nell’espressione delle libertà fondamentali. Giusto è quindi quel processo di emancipazione attraverso il quale i diritti affermano, nella concretezza della dinamica storica, la loro vocazione universale e inclusiva.

Se, quanto ai diritti propri di tutti e di ciascuno, siamo giustamente sensibili al tema dell’uguaglianza e della non discriminazione, è altrettanto vero che, da un diverso punto di vista, siamo molto attenti anche al tema del merito e consideriamo giusto discriminare ­– nel senso di riconoscere ciò che distingue, valorizzando le differenze – in base alle peculiarità di ciascuno. In molti casi, trattare tutti allo stesso modo, anche a fronte di capacità, titoli, meriti, qualità diverse, ci sembra scorretto. Promuovere tutti ad un esame, indipendentemente dalla qualità della prova svolta dai singoli candidati, ad esempio, offende quanti si sono impegnati e hanno saputo superare brillantemente la prova, poiché li equipara a coloro che, per minor studio o minori doti personali, non erano stati capaci di analoghe prestazioni e, ciò non di meno, si vedono trattati allo stesso modo. Ancora: quando, sul lavoro, chi si impegna con entusiasmo, facendo anche più dello stretto necessario, viene trattato alla stregua di chi viaggia sempre al minimo, scansando impegni e responsabilità, proviamo un senso di frustrazione e denunciamo l’ingiustizia di una situazione nella quale chi fa e chi non fa vengono equiparati.

Cosa significa, allora, essere giusti? Evidentemente, risponde il buon senso, la giustizia si predica diversamente a seconda dei casi: laddove è in gioco qualcosa di comune ad ogni uomo, essa afferma il diritto di ciascuno a non essere discriminato e difende il valore dell’uguaglianza; laddove, invece, si mettono alla prova le differenze di cui ciascuno è portatore, la giustizia prende le difese del merito personale e si incarica di premiarne il valore. Possiamo dire, allora, che nel primo caso la giustizia è inclusiva e nel secondo no? Messa in questi termini la questione appare assai problematica, ma credo sia interessante provare a proseguire oltre il nostro ragionamento.

La riflessione filosofica si è interrogata a lungo sul significato della parola “giustizia”. Già Aristotele, molti secoli fa, aveva dedicato pagine importanti a questo tema, analizzando i molti volti della giustizia. Nel quinto libro della sua Etica Nicomachea, ad esempio, dopo aver trattato della giustizia in generale, lo Stagirita distingue tra giustizia commutativa/correttiva e giustizia distributiva.

  1. Forme della giustizia

La prima riguarda, ad esempio, le transazioni economiche, fondate sulla logica dello scambio di equivalenti; all’interno del mercato il giusto prezzo di un prodotto è quello che corrisponde al valore che gli attori economici concordemente riconoscono al bene scambiato (prezzo al quale il venditore accetta di vendere e l’acquirente di comprare). Sempre relativa alla prima forma di giustizia di cui ci parla Aristotele è anche la logica sottesa all’opera dei tribunali, laddove l’entità delle pene comminate deve essere commisurata all’entità delle colpe riconosciute ai responsabili. In entrambi i casi l’immagine guida che ne rappresenta, in maniera plastica, la logica di fondo è quella della bilancia, chiamata a garantire l’equilibrio – l’uguaglianza – tra le parti. Un altro esempio, utile a comprendere la posizione aristotelica, ci viene offerto dalla pratica sportiva, laddove tutti i concorrenti devono poter partecipare in condizioni di parità, partendo, ad esempio, tutti dalla stessa linea d’avvio o avendo tutti lo stesso numero di prove a disposizione nell’esecuzione della propria prova agonistica.

La seconda forma di giustizia, invece, concerne la logica sottesa alla distribuzione di beni e onori all’interno di una comunità. In questo caso, secondo Aristotele, non è l’uguaglianza il valore guida, ma il merito, poiché consideriamo corretto – giusto – premiare diversamente il talento o l’impegno personale. Beni, onori, cariche pubbliche, secondo lo Stagirita, dovrebbero essere distribuiti in proporzione alle qualità personali. I flauti migliori, questo un celebre esempio che troviamo nell’Etica Nicomachea, devono essere affidati ai suonatori più bravi che ne sapranno trarre i suoni migliori.

Ricapitolando: prestare ascolto alla lezione aristotelica ci aiuta a capire che la giustizia può essere predicata in due modi diversi: per un verso, quando vi è in gioco ciò che è comune a tutti, come il riconoscimento dell’eguale diritto di ciascuno ad essere trattato da pari, evitando ogni forma di esclusione o di indebita penalizzazione. Per altro verso, quando invece siamo chiamati a valutare le differenze, come la capacità di apprezzare il merito dovuto a ciascuno in proporzione alle sue qualità. La cultura giuridica, ben espressa nel motto latino unicuique suum (a ciascuno il suo), sintetizza con efficacia tutto questo. Il problema, però, è capire in cosa consiste il proprio di ciascuno. Dove il riconoscimento dell’uguaglianza deve far spazio alla diversità dei meriti? Quando è giusto fare differenze, escludendo in base al merito?

  1. Giustizia e maratona

L’ambito sportivo ci offre interessanti spunti di riflessione (e, non a caso, lo stesso Aristotele ricorre spesso ad esempi tratti dai giochi olimpici). Consideriamo allora il caso di una competizione agonistica: in quel contesto, escludere dallo scalino più alto tutti i concorrenti tranne i primi arrivati non è un problema, mentre permettere che qualcuno possa partire con un indebito vantaggio risulta inaccettabile.

Sempre lo sport ci aiuta inoltre a capire come sia possibile, in certa misura, graduare ciò che è proprio di tutti e ciò che spetta a ciascuno. Prendiamo una maratona. Poter svolgere un’attività sportiva, oggigiorno, è considerato come un diritto della persona e, nel caso dei ragazzi, tale diritto viene sancito anche da importanti documenti internazionali (basti pensare alla Carta dei diritti dei ragazzi allo sport pubblicato nel 1992 dalla Commissione Tempo Libero dell’O.N.U.). Alla linea di partenza di una maratona, però, non può presentarsi chiunque: sono richieste infatti due condizioni: che i partecipanti abbiano compiuto vent’anni (quanto meno per quanto concerne le competizioni italiane) e che essi siano in possesso di un certificato medico di idoneità agonistica. Una volta che si siano soddisfatti tali requisiti, la partecipazione a questo tipo di gare risulta ampia quanto poche altre: possono partecipare infatti professionisti e amatori, uomini e donne, giovani e …diversamente giovani. Sulla linea di partenza trovano posto anche persone con problemi fisici e financo persone con gravi disabilità accompagnate da atleti che si rendono disponibili a spingerle fino al traguardo. Da questo punto di vista una maratona risulta una pratica estremamente inclusiva. Tuttavia, ciò non significa che tutti quelli che hanno diritto a prendere parte alla gara possano pretendere la medaglia del finisher: tale riconoscimento, infatti, spetta solo a coloro che portano a termine la prova. Per questo non si sente discriminato chi, essendosi ritirato prima dell’arrivo, non se la vede consegnare affatto.

Consideriamo poi un altro aspetto: quando affrontiamo una maratona, la prova che dobbiamo superare è la stessa per ciascuno dei concorrenti: che si sia maschi o femmine, giovani o meno, atleti evoluti o principianti senza alcuna pretesa cronometrica, ciascuno è chiamato ad affrontare la stessa distanza lungo lo stesso percorso, senza agevolazioni di sorta. Per questo la medaglia messa al collo di chi supera il traguardo è uguale per tutti, perché tutti si vedono riconosciuto il merito di aver saputo concludere positivamente la medesima prova. Di conseguenza, non si ritiene vittima di ingiustizia neppure chi, pur essendo giunto al traguardo in tre ore, si vede consegnare lo stesso premio consegnato ad atleti che hanno concluso la gara in quattro ore. La medaglia è la stessa, è vero, ma tra i runner oltre ad arrivare al termine della gara, conta molto anche il tempo che uno ci ha impiegato. È un po’ come nel caso di un titolo di laurea: al di là del suo conseguimento il voto finale fa la differenza tra laureato e laureato.

Al termine di una maratona, infine, vi è anche chi riceve una medaglia del tutto diversa, ovvero il vincitore; tutti gli altri, invece, sono esclusi da questo onore. Anche in questo caso nessuno si sente discriminato ed anzi si ritiene giusto premiare il merito di chi ha saputo fare meglio di ogni altro. Nonostante siano in tanti – la quasi totalità dei concorrenti – ad essere esclusi dal podio, nessuno grida allo scandalo. Sembra quindi che nello sport uguaglianza e diversità, diritti di tutti e meriti personali, inclusione ed esclusione convivano senza particolari tensioni. Ma è sempre così? Forse no.

  1. Dal calcio all’università

Prendiamo un altro caso: chi è giusto che scenda in campo per giocare una partita di calcio? Se in ballo c’è una finale di Champions immagino ci sia un consenso pressoché unanime nel ritenere che debbano giocare i più forti, i più in forma, in generale quelli che offrono maggiori garanzie in termini di performance. Se pensiamo invece ad una partita di pulcini il giudizio sarà radicalmente diverso. In quel caso, infatti, è giusto che giochino tutti, e non solo i più bravi, perché a quell’età tutti meritano di potersi mettere alla prova. Ma cosa dire di tutto ciò che separa questi due estremi? Quando è giusto che “gli scarsi” inizino a rimanere in panchina? Quando è ragionevole dare priorità all’eccellenza prestativa?

Prima, parlando di maratona, abbiamo accennato al conseguimento di una laurea e al fatto che a fronte del medesimo titolo è possibile riconoscere a ciascun laureato un “peso” diverso in proporzione al punteggio ricevuto. Proviamo ad approfondire questo esempio e concentriamoci sulle strategie che mirano a sostenere il diritto allo studio e le politiche inclusive messo in atto dai nostri atenei per garantire a tutti la possibilità di accedere alla formazione superiore. Solitamente guardiamo con simpatia a tutto ciò che consente a fasce sempre più ampie della popolazione di accedere ai diversi percorsi universitari, rimuovendo ogni ostacolo all’ingresso. Questo contribuisce ad una crescita culturale del Paese indubbiamente preziosa; potremmo chiederci, però, se tutto ciò che tradizionalmente escludeva un giovane dalla possibilità di conseguire un titolo di laurea debba venire considerato allo stesso modo. Se, ad esempio, impedimenti di natura economica debbano essere considerati alla stessa stregua di difficoltà di ordine cognitivo.

Di fatto i nostri atenei si sono mossi su entrambi i fronti secondo una medesima linea inclusiva: cercando di attivare strategie capaci di ovviare alle disparità economiche e mettendo gli studenti meno dotati in condizione di poter avere un accesso agevolato alla conoscenza. Consideriamo il caso di ragazzi affetti da disturbi specifici dell’apprendimento: pur consapevole che sia scorretto equiparare acriticamente DSA e minor dotazione cognitiva, risulta evidente che, in alcuni casi, il riconoscimento del diritto a usufruire di una didattica differenziata può presentare profili di problematicità. Un ragazzo con discalculia, ad esempio, ha diritto ad utilizzare la calcolatrice per ovviare alle sue difficoltà di calcolo, così come un disgrafico ha diritto a vedersi valutato il proprio elaborato in base ai contenuti espressi, senza tener conto degli errori ortografi. Ma, potremmo chiederci, è giusto laureare infermieri incapaci di fare quei calcoli a mente che sono quotidianamente richiesti in corsia? O un maestro che non riesca a scrivere senza incorrere in errori ortografici? In generale – e al di là delle certificazioni formali – è giusto mettere ciascuno nelle condizioni di conseguire un titolo di laurea, anche se questo comporta una revisione al ribasso degli standard richiesti? Oppure l’accademia dovrebbe rimanere un luogo esclusivo, dove si premia la sola eccellenza cognitiva?

Per toccare con mano la difficoltà di rispondere a simili questioni proviamo a pensare ad alcune belle storie di riscatto sociale veicolate dal coronamento di un percorso universitario. Non mi riferisco a studenti con disabilità di tipo fisico ­– per i quali le agevolazioni accordate riguardano l’utilizzo di strumenti tecnici che consentono loro quell’accesso alla conoscenza che altrimenti gli sarebbe precluso – quanto a chi, nei fatti, necessita non soltanto di una didattica più inclusiva (che spesso sa essere una didattica migliore per tutti), ma di criteri di valutazione differenziati per poter superare positivamente un esame. Si tratta, a seconda dei casi, di studenti con capacità cognitive limitate che, in omaggio a una logica inclusiva, ci si sforza di accogliere all’interno di un contesto nato per selezionare le eccellenze cognitive.

Questo voler rendere l’università sempre più ospitale risponde a un sentire diffuso nella società, dove sembra prevalere l’idea che tutti quelli che lo desiderano debbano essere messi in condizione di poter concludere un percorso universitario. Diritto rivendicato con forza da quelle famiglie che vedono nel conseguimento del titolo di laurea un modo per sentirsi come le altre, “normali”, non discriminate. Sia chiaro: so bene che nessuno rivendica, esplicitamente, il diritto a concludere il percorso accademico, ma solo il diritto ad accedere all’università; ciò non di meno bisogna riconoscere che, nei fatti, la seconda domanda lavora spesso sottotraccia e interroga le coscienze di docenti e istituzioni, proprio per il “valore esistenziale” che quel titolo sa portare in dote. Non di rado, infatti, tanto gli studenti con ridotte capacità di apprendimento quanto le loro famiglie vedono nel conseguimento della laurea una sorta di certificazione di piena cittadinanza. Istanza, quest’ultima, senz’altro giusta e condivisibile, ma non è detto che gli strumenti individuati per realizzarla siano sempre i più adatti.

Più in generale, mi chiedo: fino a che punto il desiderio di essere inclusivi può prevalere sul riconoscimento delle differenze e sulla celebrazione dell’eccellenza, intesa come capacità di conseguire risultati di un certo livello? Confrontando quest’ultimo esempio con quello della maratona, potremmo chiederci a quale tipo di inclusione sia più simile: al diritto, quanto più ampio possibile, di poter prendere parte alla gara, oppure a una eventuale pretesa di vedersi garantito il diritto a giungere al traguardo, portando così a casa la medaglia del finisher? Messa in questi termini la risposta sembrerebbe scontata; eppure consideriamo realmente inclusiva un’università proprio nella misura in cui si impegna ad accompagnare tutti gli studenti al traguardo.

Per altro verso, se dire a qualcuno che non può neppure provarci è probabilmente ingiusto, affinché il titolo possa avere lo stesso valore per tutti anche l’itinerario di studio necessario a conseguirlo dovrebbe essere percorso senza facilitazioni o sconti. Ma essere rigorosi, da questo punto di vista, porterebbe nei fatti ad una università che a molti potrebbe apparire elitaria. Che fare, dunque?

  1. Discriminazione positiva

Il filosofo americano Michael Sandel ha scritto, recentemente, pagine molto interessanti su questioni non troppo distanti da quelle qui brevemente richiamate [cfr. M. Sandel, Giustizia. Il nostro bene comune (2009), Feltrinelli, Milano 2010]. La sua riflessione si interroga sulla liceità delle politiche di discriminazione positiva messe in atto da alcune istituzioni accademiche a vantaggio delle minoranze e tese a facilitare l’accesso all’università a quelle categorie sociali tradizionalmente escluse (afroamericani, ispanici, ecc.).

Anche in questo caso ci si chiede se sia giusto, a fronte di università a numero chiuso, dare la precedenza – in virtù della sua appartenenza ad una minoranza tutelata – a chi ha conseguito un risultato inferiore nel test d’accesso. Agli occhi di chi aveva ottenuto un punteggio superiore e, ciò nonostante si vede escluso, questo appare ingiusto.

Secondo Sandel per rispondere a simili quesiti occorre, innanzi tutto, interrogarsi sulle finalità dell’istituzione accademica: quell’ateneo a cosa ambisce? Quale è la sua mission? Se esso si è dato quale finalità specifica quella di favorire l’inclusione sociale e la riduzione delle differenze tra le diverse comunità del Paese è giusto che adotti simili politiche; se, invece, il suo fine è coltivare l’eccellenza accademica in termini assoluti non può che avere nel riconoscimento del merito il suo unico criterio di scelta. In America, come sappiamo, molte università sono private ed è quindi legittimo che ciascuna scelga la propria mission. Nel caso italiano, invece, dovremmo chiederci qual è il fine a cui l’istruzione universitaria dovrebbe tendere. Cosa promuove l’università? E cosa premia? Solo alla luce di ciò potremmo capire meglio come far dialogar uguaglianza, inclusione e riconoscimento delle differenze.

Qui non è certo possibile rispondere a simili questioni. Ciò che tali esempi vorrebbero suggerire è l’idea che non sempre essere giusti significa includere tutti; in alcuni casi è vero l’esatto contrario. Oggi, però, viviamo un tempo nel quale diritti e desideri personali tendono troppo spesso a confondersi. Sembra cioè che la liceità di un’istanza personale, per veder certificata la propria dignità, debba vedersi riconosciuta come diritto. Non è un caso che, sempre più spesso, si parli di diritti delle minoranze in quanto minoranze (che è cosa ben diversa dal denunciare l’ingiusta esclusione di alcuni da ciò che è comune). Ciò che nasce per essere di tutti e di ciascuno – e per questo sommamente inclusivo – viene così impiegato per sostenere le rivendicazioni di una parte, e questo rende tutto più complicato.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA POLITICA

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