LO SPETTRO DEL PROFESSORE-AUTOMA

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FRANCESCA PLESNIZER

Parafrasando il celebre incipit del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels: «Uno spettro si aggira per le scuole: lo spettro dei professori-automi».

Chi sono questi professori-automi? Docenti delle scuole superiori di primo e secondo grado, ad esempio; giovani o meno giovani, perfino anziani – la loro età conta relativamente.

Perché definirli “automi”? Poiché hanno scordato in cosa consiste realmente il loro lavoro e hanno azionato il pilota automatico. Hanno dimenticato che essere un professore significa avere a che fare con individui che si stanno formando e che di conseguenza si trovano in un momento estremamente delicato, fatto di slanci in avanti, verso il futuro adulto, ma anche di passi indietro, verso la scanzonata infanzia.

Un professore non è un impiegato né un funzionario: non deve e non può esserci, quindi, un protocollo rigido e sempre uguale a se stesso da seguire. Al contrario, sempre diverse sono e devono essere le soluzioni, le domande, gli approcci.

Alcuni professori-automi questo lo sanno bene e fingono di non ricordarlo, oppure se ne disinteressano totalmente. Forse, addirittura, non hanno mai sentito la “vocazione” all’insegnamento, e allora non dovrebbero stare dove stanno. Di fatto, occupano un posto che non gli spetta, lo usurpano, e con questo loro usurpare trasformano un atto che dovrebbe essere creativo in un automatismo.

L’automatismo, in una professione come questa, è pericoloso: può causare danni enormi e irreparabili. Può assumere le sembianze di una furia cieca che agisce silente e, lemme lemme, demolisce la spontaneità del docente e quella degli studenti, la freschezza che originariamente hanno (o dovrebbero avere) i pensieri e i quesiti dell’uno e dell’altro. La meccanicità può spazzare via il senso critico che proprio i professori dovrebbero insegnare ad allenare, a mettere in atto.

Con ciò non s’intende dire che i docenti dovrebbero perdere o rinunciare alla loro autorità, né divenire amici degli studenti. Autorevolezza, regole, ruoli e consuetudini – se  sono ragionevoli – non sono elementi che di per sé danno vita ad automatismi, ma possono, anzi, educare gli studenti a una giusta disciplina e porre le basi per un rapporto maestro-allievo sano ed equilibrato. Il professore deve viaggiare in bilico fra il rapporto amicale e quello autoritario, facendo attenzione a non scadere troppo né nell’uno né nell’altro.

Quello che non dovrebbe mai mancare, a scuola, è l’ascolto socratico, correlato possibilmente dalla maieutica – l’arte della levatrice. Il vero professore dovrebbe votarsi all’ascolto, aprirsi ai suoi studenti e alle loro innumerevoli verità aiutandoli a partorirle. Dovrebbe metterli di fronte al fatto che la verità, come insegnava Socrate, non è e non sarà mai una sola: c’è la mia verità e c’è una nostra verità, una che sta in piedi e ha senso in questo momento e che domani potrebbe non valere più.

Il professore scevro da automatismi dovrebbe inoltre abituare i suoi allievi al fatto che viviamo immersi in una realtà in perenne divenire, dove bene e male esistono, così come esistono dei valori etici cardine, ma questi ultimi possono mutare e adattarsi alle singole situazioni.

Cos’è bene? Cos’è male? Come sapere cos’è più opportuno fare? Le risposte a queste domande non possono giungere automaticamente, bensì dopo oculati e particolareggiati ragionamenti che tengano ben presente i cosa, i quando, i dove, i perché e i come.

Serve una scuola che alleni a fare questo, che sia una palestra del pensiero in grado di aiutare gli studenti a meditare, a criticare, a porre in dubbio. Servono docenti capaci di accompagnare i loro allievi nell’esercizio del pensiero, professori che si sappiano mettere in gioco senza paura. Docenti disposti ad annullarsi per far emergere i loro studenti quando necessario, pronti persino a farsi mettere in questione dai loro scolari. Uomini e donne che sappiano ridere di se stessi e che siano consci che trovarsi dietro a una cattedra non è un punto d’arrivo, ma la tappa iniziale di un lungo viaggio nel corso del quale dovranno seguitare a crescere, insieme ai loro studenti e a prescindere da essi – altrimenti diventeranno dei professori-automi al servizio della “catena di montaggio” della scuola.

Servirebbero anche docenti propensi a insegnare dottrine non scritte (leggi: non ministeriali o non convenzionali), come quelle dal sapore “misterico” che Platone insegnava ai suoi discepoli più speciali. Sapienze che racchiudono il segreto di una relazione ben costruita fra docente e studente: l’incontro di due menti che s’intersecano dando vita a nuovi mondi.

L’automatismo, praticato da un docente, nuoce gravemente alla salute mentale: alla sua, perché lo rende una sorta di operaio dell’ingranaggio produttivo scolastico, uccidendo particolarismi, idiosincrasie, errori che si rivelano invece necessari e che creano spazi, aperture, vita. E nuoce soprattutto agli studenti, che diventano a loro volta automi che concepiscono la scuola come un luogo tetro e noioso in cui bisogna recarsi ogni giorno per fingere di ascoltare, sforzarsi di fare i compiti e di studiare qualcosa che non ha la benché minima importanza – e come potrebbe, se chi la insegna percepisce la sua professione come un mero turno lavorativo e non come una lectio, un’interpretazione sempre aperta che dovrebbe rinnovarsi costantemente, vagare libera e raggiungere i discenti?

Come enuncia un frammento eracliteo, «acque sempre diverse scorrono per coloro che si immergono negli stessi fiumi». Non saremo mai i medesimi, immergendoci nello stesso fiume, così come nessun professore sarà uguale a com’era il giorno precedente.

La lezione è quella spiegata tante altre volte, ma essa è come un fiume che scorre uguale a se stesso e al contempo in perenne cangiamento. La lectio muta insieme al professore che la impartisce, muta insieme agli studenti che la ascoltano e la assimilano, pongono domande, la mettono in discussione e la ripetono trasformandola.

È in questo modo che l’autentico professore impara – autentico in senso heideggeriano, poiché ammette che il suo essere-docente sia al contempo un essere-per-la-morte, ossia accetta la morte stessa della sua professione per mettersi non solo al livello dei suoi studenti, ma anche e addirittura, all’occorrenza, al di sotto di esso. Egli accetta con angoscia di mettersi in cattedra per stare seduto di fronte agli allievi nella modalità del con-loro, non sovrastandoli bensì muovendo le loro coscienze, conscio che il suo sapere di insegnante potrebbe sgretolarsi dinnanzi a un semplice quesito. Ma sarebbe uno sgretolamento momentaneo e necessario: da esso deriverebbe un’accettazione ancora più profonda del proprio cruciale ruolo, un’interpretazione del proprio mestiere in quanto stile di vita.

Platone parlò di governanti-filosofi: sarebbe ora il caso di mettere in gioco professori-filosofi. Non docenti di filosofia, ma di qualsiasi materia, pronti a riconsiderare ciò che fanno quotidianamente da un punto di vista critico e filosofico. Per poter così uscire dall’automatismo e scacciare il suo spettro impedendogli di aggirarsi per i corridoi e le aule delle scuole.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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