IL PERTURBANTE E LA RELAZIONE CON L’ALTRO

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SARANTIS THANOPULOS

Freud nel suo scritto su unheimlich, termine tedesco tradotto in italiano con “perturbante”, parte dal suo uso linguistico e lo confronta con il suo opposto, heimlich: familiare, domestico, intimo che rammenta il focolare. Egli fa notare che in alcune delle sue molteplici declinazioni il significato di heimlich si capovolge. Significa nascosto, qualcosa da celare, pericoloso, sottratto alla conoscenza, inconscio. Freud conclude: “Heimlich è quindi un termine che sviluppa il suo significato in senso ambivalente, fino a coincidere con il suo contrario: unheimlich. Unheimlich è in un certo modo una variante di heimlich.” La  sua attenzione è conseguentemente  attratta dal significato che Schelling attribuisce a unheimlich: qualcosa che affiora mentre avrebbe dovuto restare segreto, nascosto.

L’interpretazione del perturbante da parte di Freud non si discosta da quella di Schelling se non, ma questo è un punto cruciale, nell’indicare la specifica natura dell’elemento angoscioso che affiora, mentre avrebbe dovuto restare nascosto, non dato alla conoscenza: esso è il rimosso che ritorna. Ciò ci  consente, afferma Freud,  di comprendere perché l’uso linguistico di heimlich trapassa nel suo contrario:

“ … questo elemento perturbante non è in realtà niente di nuovo o di estraneo, ma è invece un che di familiare alla vita psichica fin dai tempi antichissimi e ad essa estraniatosi soltanto a causa del processo di rimozione”.

Sennonché per Freud questa soluzione non è sufficiente. Se è vero che in ogni esperienza perturbante è in gioco il ritorno del rimosso non è vero anche il contrario. Il ritorno del rimosso non causa necessariamente un effetto perturbante. Curiosamente poco prima egli aveva fatto un’osservazione, di cui sembra non tener successivamente conto, che aggiungeva al ritorno del rimosso un’altra condizione importante per la genesi del perturbante:

“… spesso e volentieri ci troviamo esposti a un effetto perturbante quando il confine tra fantasia e realtà diventa labile, quando appare realmente ai nostri occhi qualcosa che fino a quel momento avevamo considerato fantastico, quando un simbolo assume pienamente la funzione e il significato di ciò che è stato simboleggiato, e via di questo passo.”

Ancora prima  Freud aveva affrontato il tema del sosia, nella sua analisi dell’effetto perturbante nei testi E.T.A. Hoffmann, da lui considerato “maestro ineguagliato della letteratura di questo genere. La figura del sosia, “doppione” di sé, sorgerebbe dal narcisismo primario, l’amore illimitato per se stessi. Col superamento di questa fase iniziale, muta il significato del sosia: “da assicurazione di sopravvivenza esso diventa un perturbante presentimento di morte”. Subito dopo il discorso sul sosia Freud, parlando delle altre forme di turbamento dell’Io a cui ricorre Hoffmann, aveva avuto un’intuizione formidabile: l’associazione del perturbante a “una regressione ai tempi in cui non erano ancora nettamente tracciati i confini tra l’Io e il mondo esterno e tra l’Io e gli altri.”

Tirando le somme, la lettura del testo di Freud ci consente di definire il perturbante come ritorno del rimosso legato a una regressione alla fase di separazione, differenziazione tra sé e l’altro (in origine la madre) e tra sé e il mondo, quando i confini non sono ancora definiti, se nel contesto attuale, per un motivo o un altro, la distinzione tra realtà e fantasia diventa labile. Si potrebbe dire, a partire da questa definizione, che il tema del sosia non rappresenti solo una delle forme del perturbante. Esso fa parte del suo fondamento: l’identificazione narcisistica con l’altro, la prima reazione alla sua perdita come estensione di sé, come proprio altrove (tramonto del narcisismo primario). Tamponamento temporaneo della perdita che non consente, tuttavia, da solo la sua elaborazione e il suo superamento.

Nell’identificazione narcisistica il doppio si presenta in due modi (corrispondenti alle due forme del narcisismo secondario): l’altro come il sé (perdersi, annullarsi in lui); il sé come l’altro (annullarlo nel proprio desiderio). La permanenza nell’area di questi due modi di relazione narcisistica con l’oggetto desiderato, perduto come parte di sé, che corrispondono alle due correnti della passione, quella masochistica e quella possessiva, porta a un’impasse, se queste correnti restano distaccate tra di loro: l’altro ci annulla o viene da noi annullato, la separazione può diventare emorragia melanconica. Il narcisismo può diventare allora mortifero: chiusura autoreferenziale in se stessi, cancellazione del  desiderio per l’altro, e di conseguenza anche nei confronti di sé.

La chiave dell’elaborazione della separazione e del suo compimento è nella combinazione delle due correnti della forma passionale del desiderio (farsi possedere dall’altro senza riserve, possederlo senza esitazioni). L’oscillazione tra il desiderio che l’altro sia  null’altro che noi nel suo luogo e che noi siamo null’altro che lui nel nostro luogo (oscillazione che sottende l’esperienza del rispecchiamento), può portare in questo caso a un’integrazione e a un bilanciamento reciproco delle due opposte correnti del desiderio che diventano interdipendenti. Prende così forma nella relazione con il primo altro, la madre, che emerge nella sua separatezza, nella sua distinta realtà, l’identificazione isterica:

Il possedere spietatamente la madre, trasformandola in oggetto passivo delle proprie proiezioni (affermando in tal modo un’unità narcisistica di desideri e intenti, che colma lo spazio della separazione corporea) e il farsi possedere da lei (introiettando il suo desiderio e il suo modo di essere, imparando a conoscerla) convergono gradualmente verso la configurazione dell’identificazione isterica.

Nata, sulla scia dell’identificazione narcisistica, nell’elaborazione della perdita dell’altro come parte di sé,  l’identificazione isterica si costituisce come cerniera permanente del rapporto con l’alterità, consentendo di oscillare permanentemente tra la diluizione dei confini con essa e la loro ricostituzione in modo più aperto all’imprevisto e alla scoperta, capace di sostenere un interscambio più ricco e più ampio. Identificandosi istericamente con l’altro l’assumiamo transitoriamente, sperimentalmente in noi (abitandolo o facendosi abitare da lui) e così mettiamo in tensione nel nostro modo interno due diversi modi di essere, ci consentiamo di essere eccentrici a noi stessi. Diventiamo capaci di allontanarsi dal nostro centro di gravità, abbandonare una posizione precostituita, per incontrare l’oggetto desiderato in modi nuovi  che richiedono rinuncia al consueto e trasformazione, un’elaborazione costante del sentimento di perdita nel gioco dell’intesa tra differenze (che mantiene vivo il desiderio).

L’effetto perturbante, l’inquietudine/turbamento che ci punge e ci afferra, va a toccare dentro di noi, nelle condizioni in cui i confini tra fantasia e realtà, tra noi e l’alterità, si allentano, i punti in cui la nostra identificazione isterica con l’altro è irrigidita, potrebbe rompersi. Il luogo in cui il perturbante non solo ci afferra, ma ci impegna, è la tragedia greca e tutte le forme di letteratura e arte che ad essa, in modo diretto o indiretto, si ispirano.  La capacità dello scrittore tragico e dell’artista di attenuare i confini tra realtà (in cui vive il lettore/spettatore) e fantasia (lo spazio scenico del personaggio, carattere tragico o dell’oggetto artistico) e tra sé (spettatore/lettore) e il mondo (i personaggi sulla scena, la realtà rappresentata nel e dall’oggetto artistico), attiva intensamente la dimensione isterica, onirica. La capacità poi di toccare i punti in cui dentro di noi l’identificazione isterica con l’altro è più vulnerabile -dove il legame con lui può essere insostenibile perché diventa un doppio che ci risucchia, o la nostra replica, il nostro clone- crea un effetto perturbante sconvolgente. La terza capacità del poeta tragico/dell’artista è quella di trasformare l’effetto perturbante, del quale possiamo dimenticarci, in un processo di catarsi che ci impegna,  mediante l’induzione dei sentimenti tragici: έλεος (compassione), φόβος (terrore), secondo Aristotele, e φιλοπενθής πόθος  (il desiderio che ama il lutto), secondo Gorgia. La catarsi rimette in gioco il desiderio e riapre i termini della relazione con l’altro laddove si avviava all’impasse (all’impossibile dilemma della scelta tra sé e l’altro, tra l’eccesso di passione e la sua assenza).

Il fallimento della catarsi e la rottura dell’identificazione isterica spinge il soggetto fuori dallo spazio tragico, nel narcisismo negativo: la morte psichica si impadronisce della vita. “Uccidere” l’oggetto desiderato dentro di noi, cancellarlo dal nostro mondo interno e dal nostro spazio di vita,  significa ucciderci psichicamente sia perché uccidiamo una parte di noi, l’altro che noi siamo, sia perché uccidiamo il nostro desiderio. Parlando, ne Il perturbante, del timore primitivo nei confronti dei morti, Freud dice: “Probabilmente questo timore ha ancora il significato antico secondo cui il morto è diventato nemico dei sopravvissuti e mira a prenderli con sé come compagni della sua nuova esistenza”

   C’è dietro questo timore dei morti che possano portarci via con sé, a volte presente nei nostri sogni, l’oscuro presentimento che la nostra autoreferenzialità possa farci morire come soggetti desideranti. Ciò che abbiamo “ucciso” torna per prenderci. L’apparizione nel sogno dei “revenant” corrisponde all’eccesso di passione, presente in ognuno di noi, che ci porta a uccidere l’oggetto del desiderio nella sua soggettività e volontà, per poter appropriarsene in modo totale. Quando la passione possessiva e quella masochistica non si integrano tra di loro nell’identificazione isterica con l’alterità, uccidiamo per non essere uccisi. Perdiamo l’altro perché non riusciamo più a relazionarsi con la sua diversità che lo rende desiderabile, vivo, e con lui perdiamo la possibilità di restare desideranti, vivi. Il lutto negato, inevaso ci perseguita, non ci lascia vivere come se nulla fosse, impunemente.

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