UNA BAMBOLA

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TOMMASO GAZZOLO

A living doll, everywhere you look. It can sew, it can cook, It can talk, talk, talk. Sappiamo come una certa identificazione sia ciò che “anima” la bambola nel modo che ci è, purtroppo, più “familiare”, a partire da una pedagogia che ci fa trovare “naturali” «quelle bimbette che giocano alle signore, si scambiano visite, si presentano i loro figli immaginari e parlano dei loro vestiti», quelle «povere piccole che imitano le mamme», e «preludono già alla loro immortale puerilità futura» (C. Baudelaire, Morale del giocattolo). Bambola-figlio, dunque, che diverrà poi bambola-ornamento, bambola che invade «le orride case dei piccolo borghesi» (Zolla), e più tardi, ancora, bambola-manichino, «appendice della cocotte» (Benjamin). La bambola assumerà già da sempre una funzione pedagogica, “normalizzante”. Si capisce, allora, come la bambola, operando come quel che “cattura” e fissa l’immagine che ho di me stesso, abbia assunto, storicamente, una fondamentale funzione anche sul piano della naturalizzazione di una certa distinzione tra i sessi e dei loro ruoli. La bambola che sembra una donna ci è familiare, heimlich, proprio perché – nella nostra società – essa non fornisce al maschio che questa rassicurazione: che la donna è in realtà una bambola. La bambola è immagine della donna, cioè, solo per far sì che la donna sia ad immagine della bambola. Come scrive Lea Melandri, «le bambine hanno sempre avuto un rapporto ambiguo con quel corpo inanimato in tutto simile al loro, fatto per specchiarsi più che per apprendere la difficile arte della relazione con l’altro. Lo coccolano e, al medesimo tempo, lo invidiano. La sua bellezza e seduzione inducono ansie e voglie devastatrici: diventa necessario impadronirsene, sottometterne il mistero imponendogli norme e leggi».

Sappiamo già da Freud come nel gioco delle bambole la società imponga tutta una ortopedia – Freud è il primo, del resto, a farne applicazione, quando ritiene che il modo “corretto”, per la bambina, di giocare con la propria bambola sia quello in cui si lascia articolare il desiderio del bambino-pene, e non quello mimetico della bambina che gioca a fare come la propria madre (si vedano le osservazioni che vi dedica Irigaray in Speculum. L’altra donna). Forse in nessun autore meglio di Rousseau è illustrata questa costruzione del da parte della bambina che passa attraverso l’identificazione con la bambola: «Osservate una bambina che passa la giornata intorno alla sua bambola: le cambia e ricambia acconciatura, la veste e la spoglia cento volte, cerca continuamente nuove combinazioni di ornamenti […]. Ma la bambina, direte voi, abbiglia la bambola e non la sua persona. E’ vero: ella vede la sua bambola e non se stessa, non può fare nulla per sé, non è formava, non ha capacità né forza, non è ancora niente, s’immedesima completamente nella sua bambola, riversa in essa tutta la sua civetteria. Ma non farà sempre così: aspetta il momento in cui sarà essa stessa la sua bambola».

Esempio perfetto della funzione ideologica e normativa della bambola, dal punto di vista maschile: essa è ciò mediante cui le bambine si costituiscono come, divengono le proprie bambole.

die puppe. Questa identificazione, questa “cattura” identificante della bambina nella bambola, opera anche, in maniera diversa, sul lato maschile. Nel racconto di Hoffmann, è per Olimpia, un automa, una bambola automatica, che Nathaniel prova un «amore ossessivo». Freud, se pur sbrigativamente, avverte che si tratta di un amore narcisistico: vi è identità tra Olimpia e Nathaniel. La bambola, da questo punto di vista, indica il modo maschile di “fallire” il rapporto sessuale: essa non dice altro che è con se stesso che il maschio ha sempre un rapporto, nel sesso. Nathaniel non desidera una donna da trattare come una bambola, ma una bambola da poter trattare come una donna – evitando così ogni rapporto con la donna, con l’ “altro” reale. Il fallimento del maschile è questo: che il sesso con la bambola non è un “sostituito”, un “surrogato” del rapporto “reale”, ma è la sua verità.

La commedia di Lubitsch, Die Puppe, uscita nello stesso anno in cui Freud pubblicava il saggio sul perturbante, rende visibile esattamente questo: è la donna che supplisce, che opera come sostituto della bambola che si è rotta. Nel desiderio maschile, cioè, la donna non è che il supplemento della bambola, tanto che, nell’inganno, Lancelot si innamorerà di Ossi proprio perché la crede una bambola. L’ideale del maschio che cerca donne che sembrano bambole, è una bambola che sembri una donna.

First, are you our sort of a person?. Eppure, questa disciplina della differenza sessuale non passerebbe per la bambola se essa non funzionasse, anzitutto e ancor prima, come “operatore antropogenetico”. E’ questo meccanismo che occorre scardinare. Abbiamo sempre costruito bambole animate, automi, che somigliano a noi. Considerandoci come ciò a partire da cui si modella l’artificiale, non facciamo che porci dalla parte del “naturale”, che realizzare la naturalizzazione dell’umano. Ma a renderci umani è solo il nostro modo di porre il non-umano. Non vi è infatti nulla di proprio dell’umano. Ciò che vi è di “umano” nell’uomo non è una qualità o un attributo esistente “in natura”. L’umano è, piuttosto, un indicatore epistemologico, ed è ciò che funziona nel senso di assicurare, ogni volta, il divenire-umano dell’uomo (Agamben).

La bambola funziona allora, anzitutto, come ciò che ci consente di naturalizzare la nostra realtà – una realtà che è invece prodotta, storicamente e culturalmente determinata. Dov’è l’anima? Si chiede il bambino di girando e rigirando la bambola – lo ricordano sia Rilke che Baudelaire. Come se l’assenza di anima nella bambola ne dimostrasse la presenza in noi.

E’ questa funzione che, allora, andrà messa un giorno in questione. Bisognerebbe immaginare un gioco delle bambole in cui non operi più la pedagogia, l’educazione al nostro divenire umani (ed alla naturalizzazione delle differenze tra i sessi). Ma in cui si faccia esperienza del nostro non essere umani, del nostro non possedere nulla, nessuna “qualità” naturale, che ci assicuri una volta per tutte ciò che ci separa dalla bambola. E’ in questo senso che vi è del perturbante nella bambola animata e che esso, come assume Jentsch, consiste nell’impossibilità di distinguere «nettamente ciò che è vivo da ciò che è inanimato».

Se il bambino, come osservava Rilke, non può «farne una cosa né una creatura umana», è perché nel gioco egli può raggiungere un punto di indistinzione: qui ciò che impossibile è tracciare la separazione tra soggetto e oggetto, è dire in che cosa io sia diverso dalla bambola. La bambola, l’automa, non è allora, in fondo, lo stesso della persona viva?

Non ci è forse stato familiare, heimlich, giocare con lei come se fosse una persona?  Questo “come se” è ciò che definisce lo statuto della bambola, la sua ambiguità. Da una parte, è quello che attiva gli effetti di identificazione, l’operatore antropogenetico: esso mi consente di identificarmi con la bambola, al fine di soggettivarmi, di costituirmi come soggetto. Dall’altra, però, è anche ciò che può sempre operare come fattore di dis-identificazione, come ciò che rende indecidibile che cosa mi separi da essa.

Se l’umano è la persona, in quanto distinta dalla cosa, la bambola è uno di quei termini che mettono in crisi, ed in questione, questa distinzione, proprio perché è impossibile inscriverla, farla cadere da una delle due parti. Essa non è persona, ma al contempo non è una cosa, non è un oggetto come gli altri, non ha una utensilità, non ha un “uso” – o, meglio: in quale altro modo si “usa” una bambola, se non trattandola come una persona, se non facendola passare dall’altro lato della divisione?

Dovremmo allora poter fare funzionare il gioco delle bambole al di là della logica edipica, della pedagogia che – perlomeno a partire dalla costruzione della società borghese nel XIX secolo – ne ha fatto il sistema di riproduzione di una certa distinzione tra i sessi, di assegnazione delle identità, di naturalizzazione delle differenze (anche razziali: si pensi all’esperimento delle bambole nel caso Brown vs. Board of Education). Restituirci al suo incanto, significa poter fare esperienza, in esso, del venire meno della separazione persone/cose, della disattivazione di questa sbarratura. L’incanto di un gioco in cui posso sempre, in ogni momento, cessare di essere “persona”, farmi cosa – e non bambina-mamma o bambino-papà –, in cui mi lascio essere la mia bambola nello stesso tempo in cui lascio la mia bambola essere me.

Endoxa FILOSOFIA PSICANALISI

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