IN DIFESA DELLA PENA DI MORTE

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PIER MARRONE

Freud inizia il suo lavoro su quanto chiama il perturbante con una sorta di excusatio non petita: la psicanalisi molto raramente si occupa di problemi che hanno a che fare con l’estetica, anche quando con estetica non si intenda solo la teoria del bello, ma l’indagine generale sui sentimenti umani. È una giustificazione non richiesta perché la psicoanalisi si è occupata spesso con Freud e successivamente con innumerevoli altri della produzione estetica. Sarebbe strano, in effetti, che una teoria che ritiene il materiale onirico, i sogni ad occhi aperti, il materiale notturno le porte di accesso privilegiate al nostro materiale rimosso non lo facesse, come anche Freud fa in questo breve testo.

Talvolta si accredita Freud come lo scopritore dell’inconscio, una scoperta rivoluzionaria che avrebbe sovvertito le nostre credenze su ciò che siamo e sulla nostra coscienza. Quando si recò negli Stati Uniti nel 1909 per un ciclo di conferenze enfaticamente commentò che vi andava a portare la peste, ossia lo studio approfondito materiale vivente sotto la coscienza. Ma questa peste, come accade in tutte le società umane, vi era già ben insediata e nelle forme del racconto mitico, delle credenze religiose, delle fiabe popolari.

Il perturbante irrompe sulla scena della nostra vita improvvisamente, come il colpo di genio o il fluire del processo creativo, ma la sua valenza è negativa e non positiva. Perturbante è il turbamento che si prova per qualcosa di familiare che improvvisamente diviene non familiare. Freud fa principalmente rifermento a un terrore che improvvisamente esibisce un altro aspetto, un’altra piega, altre implicazioni del nostro mondo quotidiano. Il termine tedesco per perturbante è unheimlich e il suo contrario heimlich. Heimlich è quanto è pertinente alla casa, all’ambiente familiare, alla sicurezza delle proprie mura e del proprio ambiente mentale consolidato, ma Freud scopre che esistono ricorrenze lessicale dove i due termini sono equivalenti. Rassicurazione e turbamento, serenità e terrore potrebbero essere affini.

Da dove nasce il turbamento? Il turbamento è dentro di noi e si insinua e nasce proprio dalle esperienze comuni che formano la nostra personalità. Il bambino che ha paura del corridoio buio oltre la sua stanza o il protagonista di una storia che non sa chi ha di fronte sono incerti e spaesati prima di essere terrorizzati. Come da bambini non sappiamo cosa c’è in fondo a quel buio corridoio, così in tutta la nostra vita noi non sappiamo mai davvero chi abbiamo di fronte, nemmeno quando abbiamo accesso all’intimità sessuale con la persona che amiamo e che è il nostro partner da lungo tempo (non è forse vero che ognuno vive il proprio orgasmo e non quello di qualcun altro?).

Perché, però, Freud osserva che spesso nelle storie per bambini il perturbante nasce da non sapere se il personaggio che il protagonista incontra sia una persona o un automa? Freud si troverà anche a criticare questa posizione che ritiene parziale, e forse effettivamente le cose stanno così dal punto di vista di una teoria complessiva della psiche umana. Sono in effetti tante le cose familiari che possono provocare turbamento. Ad esempio molti fenomeni naturali. Un mare di solito calmo che improvvisamente ti travolge, un vulcano sonnecchiante che esplode. Ma si tratta realmente di cose familiari? Lo sono perché fanno parte dell’ambiente naturale nel quale noi viviamo, ma noi non siamo la natura. Siamo invece un intreccio poderoso di determinazioni naturali e influenze culturali e ambientali. La natura, il vulcano che esplode, il mare che ci sommerge, il predatore che ci assale non sono realmente perturbanti. Ci creano spavento, terrore, ci sentiamo sommersi da forze che non controlliamo perché le percepiamo come estranee a noi, come forze radicalmente aliene alla nostra umanità, ma ci sono sempre state estranee. Non è la scoperta improvvisa che ciò che appare familiare non lo è. Ecco perché il riferimento all’automa è pertinente e tutt’altro che incompleto. L’automa dice qualcosa di noi. Il romanzo di Ian MacEwan, Macchine come me, ambientato in Inghilterra negli anni Ottanta del secolo scorso in un passato alternativo dove Alan Turing, considerato uno dei padri dell’intelligenza artificiale è vivo ed è divenuto baronetto, i social esistono e internet è già capillarmente diffuso, immagina proprio l’inserimento di una macchina, che scopre la complessità della propria coscienza, in un triangolo amoroso. Quando pensiamo all’automa che forse verrà, ci chiediamo quale genere di coscienza avrebbe.  Magari potrebbe avere la stessa forma esteriore che abbiamo noi, ma basterebbe questo per farne un essere umano per quanto artificiale? E qui veniamo al punto che mi interessa. Il perturbante sembra essere molto spesso qualcosa che appare come umano: un automa, una presenza oscura che ci attende alla fine di quel corridoio buio fuori dalla stanza da letto dove dormivamo da bambini. Moltissime fiabe hanno proprio come contenuto un oscuro presentimento prossimo al terrore che si palesa nel dubbio che qualcuno dei personaggi non sia realmente umano e voglia farci del male. Capite verso quale enorme problema si va a parare quando si affronta il perturbante? È niente meno che il problema che sta al fondo dell’antropologia: che cosa significa essere umani?

Molti hanno manifestato seri dubbi sull’esistenza dei cosiddetti universali umani, ossia sull’esistenza di caratteristiche transculturali che sono immuni dall’influenza ambientale e si manifestano allo stesso modo in tutte le culture. Se questi universali esistessero, allora sarebbe dimostrata l’esistenza di una natura umana, una nozione che molti intellettuali ritengono irrimediabilmente compromessa con il pensiero occidentale, per sua stessa natura qualificato come violento, colonialista, oppressore.

Io direi che in primo luogo è proprio una certa, per quanto indeterminata concezione di natura umana, che promuove idee altrimenti encomiabili, come quella, ad esempio, di diritti umani universali. Se però voi leggete le varie carte internazionali che parlano e statuiscono i cosiddetti diritti umani non troverete mai una dimostrazione della loro esistenza, ma una semplice affermazione del fatto che ci sono, come se fossero parte della natura e come se una loro violazione fosse una violazione dell’ordine naturale. Non sembra una gran maniera di difenderli. D’altra parte, le carte dei diritti sono dei documenti politici e non pretendono di fornire argomentazioni stringenti collegate a dati di fatto largamente accettati. In tutte queste carte si parla di diritto alla vita e di dignità umana, che sono concetti molto vaghi. Il diritto alla vita non è soverchiante nel caso di un’aggressione, di una guerra, di qualcuno che minacci la sicurezza dei nostri stati (perché deve essere chiaro questo: chi governa gli stati deve essere pronto anche ad ordinare degli omicidi). La dignità dipende molto dalle aspettative personali di ciascuno e da una miriade di altri fattori. Nella stessa vaghezza delle carte dei diritti i difensori dell’assenza di universali umani, ossia della inevitabile contaminazione culturale del concetto di “natura umana”, trovano un assist argomentativo notevole.

Tuttavia, un altro settore di ricerca sembra dare uno scossone poderoso a questa idea dell’assenza quasi completa di universali umani. Si tratta della psicologia sociocognitiva che oramai da tempo individua pattern stabili in tutte le culture che sono utilizzati per affrontare tanto situazioni normali della vita quotidiana quanto eventi critici. Abbiamo dei pattern per sviluppare l’attaccamento alla prole, abbiamo degli schemi che ci rendono diffidenti verso gli estranei al nostro gruppo e che sviluppiamo sin dalla nostra infanzia. In fondo, a chi nega l’esistenza di universali umani si potrebbe applicare la medesima strategia dialettica che Aristotele applicava a chi vorrebbe negare il principio di non contraddizione (quel principio che dice che è impossibile che una cosa sia e insieme non sia nello stesso tempo): è sufficiente che si metta a parlare. Parlando non potrà evitare che le sue parole significhino qualcosa. Sarà cioè impossibile che significhino e insieme non significhino. Allo stesso modo, a chi nega l’esistenza degli universali umani dobbiamo solo chiedere se intende quello che gli stiamo dicendo. Se la risposta è positiva, come non può non essere, ecco che allora risulta confutato. Ma il linguaggio è solo una parte del patrimonio comune che ci rende umani. La propensione alla cooperazione all’interno di piccoli gruppi ne è un’altra, che probabilmente deriva dal nostro passato di cacciatori-raccoglitori. Detto questo, si può allora trarre una conclusione provvisoria. La natura umana esiste, anche se non siamo ancora in grado di descriverne esaustivamente le caratteristiche. Esiste assieme a una forte plasticità del comportamento umano (che fa sì ad esempio che esistano società con etiche modellate secondo criteri ancora in larga parte religiosi e società che invece hanno etiche pubbliche secolarizzate e laiche).

Le emozioni, poi, sono comuni a tutto il genere sapiens. La tristezza, la perplessità, la gioia di un sorriso, l’ostilità, l’allerta si manifestano nell’attivazione delle stesse strutture muscolari sulla nostra faccia.  Una piccola struttura cerebrale insediata nelle profondità dei lobi temporali, l’amigdala dalla forma di una mandorla (della quale porta il nome), è il centro operativo delle nostre emozioni e comanda  la nostra reazione agli stimoli che giungono dal mondo esterno. Dobbiamo rifuggirne? Dobbiamo accoglierli? Decreta gli automatismi del rilascio degli ormoni, prepara i muscoli all’azione della lotta o li rilassa nella tranquillità della fiducia, aumenta le nostre pulsazioni cardiache se necessario. Se il vostro cervello è sottoposto a una risonanza magnetica e voi fate rivivere nella vostra memoria il ricordo di un’intensa gioia o di una profonda tristezza, l’amigdala brillerà nell’elaborazione grafica della macchina. Siamo umani perché abbiamo iscritte nella nostra biologia le caratteristiche della nostra specie.

Abbiamo di fronte un essere umano o un non umano? Secondo me il non umano non è necessariamente l’animale (con l’animale condividiamo la struttura di molte emozioni, lo sa chiunque abbia in casa un animale di affezione) e non è necessariamente la macchina (che performa in fin dei conti alcune strutture del nostro pensiero razionale in maniera più efficiente, ma non sostanzialmente diversa da noi, almeno finora). E allora che cosa è? Io penso sia soprattutto ciò che sembra umano ma non lo è. E io credo che esistano individui che apparentemente sono membri della specie umana, ma in realtà ne facciano parte solo per alcune caratteristiche che non bastano a renderli umani. Hanno la nostra forma corporea, hanno i medesimi tratti del volto e riescono a simulare le nostre medesime emozioni, ma non sono come noi normalmente siamo. Mi sto riferendo a quella tipologia di individui nota come serial killer.

Qualcuno potrebbe dire che il serial killer esacerba solo caratteristiche di crudeltà che tutti noi abbiamo potenzialmente. Certo, noi siamo capaci di commettere crimini orribili e olocausti di terribili proporzioni, se raggruppati in un insieme abbastanza vasto da spersonalizzarci. L’Olocausto nazista degli ebrei, che è solo uno degli olocausti accaduti nella storia, prevedeva la spersonalizzazione nelle esecuzioni di massa e la disumanizzazione della vittima. Nonostante queste pagini orribili che probabilmente non mancheranno di ripetersi nella storia umana, abitata da una specie con un’alta propensione alla violenza intraspecifica, quegli omicidi, quei crimini contro l’umanità sono in gran parte stati commessi da uomini comuni, come li ha chiamati lo storico Christopher Browning. È noto che il numero degli stupri in guerra aumenta in maniera significativa da parte di uomini che nella vita civile non praticherebbero violenze sessuale (questo comportamento potrebbe avere una spiegazione evolutiva;  dal momento che chi partecipa alla guerra di solito è giovane e con un’alta probabilità di non ritornare a casa, il suo gene egoista gli suggerisce di propagare il proprio Dna in qualunque modo).

Ma nel caso dei serial killer? Non c’è nessuna guerra in corso, può non esserci nessun Dna da trasmettere, come accade nel caso di serial killer omosessuali. Si prenda il caso di Jeffrey Dahmer, noto anche come il cannibale di Milwaukee, che si è reso colpevole nel corso di 13 anni di almeno 17 omicidi efferati noti, di solito adolescenti maschi asiatici o afroamericani, vittime violentate, smembrate e in alcuni casi mangiate. Prima di essere ucciso in carcere Dahmer dichiarò che i suoi omicidi erano imputabili al fatto di essersi allontanato da Dio, ma questa non è ovviamente una posizione che possa essere accettata in una discussione pubblica, dal momento che non tutti quelli che si allontanano da Dio diventano omicidi seriali. Il problema della profilazione dei serial killer ha occupato molti studiosi e senza addentrarsi in ulteriori dettagli, quello che sembra essere comune è una completa mancanza di capacità empatica nei confronti delle vittime. A cosa è dovuta? Una delle ipotesi è che la causa sia da ricercare in una disfunzione del sistema limbico implicato massicciamente nel controllo delle emozioni. È probabile che questa disfunzione venga innescata verso esiti criminali da circostanze ambientali.

Il serial killer è davvero un caso emblematico di perturbante: potremmo essere noi se, in possesso di quelle disfunzioni, incontrassimo il giusto innesco ambientale (sembra che ci siano almeno tre comportamenti comuni a tutti i serial killer, anche se questo non significa che chi li abbia sia un potenziale serial killer: enuresi notturna, piromania, maltrattamenti di animali). Ora, che cosa fare dei serial killer? Io penso che si tratti di uno dei casi che giustificano la pena di morte, pena contro la quale io non sono mai riuscito a trovare un solo argomento di principio convincente. Ammettiamo che si sia certi, oltre ogni ragionevole dubbio, della colpevolezza di un serial killer. L’omicidia seriale ha filmato i suoi omicidi, li ha confessati, i video dei delitti non sono stati manipolati. L’ergastolo è una punizione adeguata? Dal momento che la pena dovrebbe essere rieducativa, molti dubitano che l’ergastolo sia un buon metodo di rieducazione. Ma il serial killer può essere rieducato? Al momento attuale, la risposta deve essere negativa, dal momento che non esistono cure riconosciute per gli omicidi seriali. Bene, si dirà, l’ergastolo è una pena più che sufficiente. Dahmer fu di fatto condannato a una serie di ergastoli che ne avrebbero in ogni caso impedito il rilascio e quindi non sarebbe mai tornato in libertà. Ne siamo proprio sicuri? Ne abbiamo l’assoluta certezza? Non avrebbe potuto verificarsi un qualche evento, un’evasione spettacolare, un evento naturale che distruggesse il carcere e lo rimettesse in libertà di nuovo tra di noi? La probabilità che un serial killer, che abbia pure ricevuto molti ergastoli, non riesca a uscire di galera non è assoluta. Perché assumersi anche un minimo rischio con costi molto elevati? Perché non ucciderlo e risolvere il problema? Non sarebbe una maniera molto migliore sia per proteggere la società sia per venire a patti in maniera efficace con il perturbante di un umano che non è quello che noi siamo? Davvero una persona non umana come Dahmer non meriterebbe di essere ucciso, anche se consideriamo la cosa non dalla prospettiva dell’ordine sociale, ma da una prospettiva più ampia, che potremmo chiamare etica o di ordine cosmico?

Io penso che ognuno di noi abbia emotivamente delle grosse difficoltà a giustificare l’esistenza in vita di individui che rientrano in questa tipologia, mentre nello stesso tempo penso anche che non esistano argomenti razionali per opporsi alla pena di morte in queste circostanze. Però esiste un’obiezione, che si potrebbe formulare così. D’accordo, ammettiamo che sia chiaro, per amore dell’argomento, che sia giusto ammazzare Dahmer. Ne ha fatti fuori 17 in fin dei conti. E se ne avesse fatti fuori 16? E 15? E 14? E così via. Capite dove voglio arrivare? E se ne avesse ammazzato uno soltanto? E se avesse cercato di ammazzarne uno soltanto? È una sorta di paradosso del sorite, quel paradosso che dice: abbiamo un mucchietto di sabbia. Tu sottrai un granello, poi un altro, poi un altro ancora. Quand’è che il mucchio di sabbia non è più un mucchio? Quando un assassino efferato non merita di morire e non è giusto per motivi di sicurezza sociale che muoia? Probabilmente mai. Noi non siamo in grado al momento di dire che un omicida efferato che ha commesso un solo omicida non possa non compierlo più.

Noi rifiutiamo assieme all’idea della morte anche l’idea che possa essere lo Stato a darla. Le nostre società europee sono divenute nel corso del tempo società molto pacifiche. Il tasso di omicidi in Italia nel 2018 è stato il più basso dalla fine della seconda guerra mondiale. Eppure là fuori c’è una qualche struttura psichica che ha le nostre sembianze e che attende solo il giusto innesco ambientale per attivarsi, come la promessa di qualcosa di terribile che ci attendeva al fondo del familiare corridoio buio quando eravamo bambini.

DIRITTO Endoxa FILOSOFIA

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