KURTZ ANCHE SENZA LA T

Thomas-Bernhard

FRANCO FERRANT

“E allora”  mi dice in un’intersezione fortuita e frettolosa “il prossimo  è ‘il perturbante’; è il centenario quest’anno”.

Mi trovo di colpo imprigionato in una fissazione che prende a condizionarmi il ritmo dello strolling.

Perché è davvero curioso. Succede sempre e non dovrei più meravigliarmene. Ormai si sa che il caso non è casuale. Perchè in quel momento non è certo Freud il mio primo pensiero. È  da una settimana che ho sul bracciolo del divano “Perturbamento” di Thomas Bernhard. Uno dei pochi libri suoi che mi mancava di leggere, pur essendo uno dei primi. Io non leggo quasi niente che sia stato scritto dopo gli anni sessanta del secolo scorso. Letteratura intendo. E poesia e teatro anche. Faccio eccezione, con una certa parsimonia, solo per la saggistica. E per Thomas Bernhard che ho seguito, riga dopo riga, fino al suo congedo ultimo. “Perturbamento” è un libro terribile. Un medico, di quelli che una volta si chiamavano “condotti”, quelli cioè che oggi non esistono più, sostituiti da specialisti e software, si porta dietro, in un’interminabile giornata di visite attraverso un sinistro paesaggio stiriano, il figlio, studente di scienze in vacanza. Le tappe di questa giornata sono di fatto una congiura dell’orrore a cui partecipano, una tappa dopo l’altra, le persone, le loro infermità e alterazioni. Un’arrampicata attraverso un tossico paesaggio di montagna, fino al culmine fisico e insieme metaforico di un castello spiritualmente infetto. L’atmosfera è spossante, l’aria opprimente, l’ombra cupa, la corrente assordante, il bosco mortifero. Un’angoscia così comune, che si lascia contemplare nella sua banalità, priva di colpi di teatro, consequenziale, senza spettacolarità. Niente a che vedere con l’horror scenografico e grandguignolesco, propinato come entertainment in quest’era patinata di lustrini e ottimismo fasullo e piccole voluttà da centri benessere. Quell’orrore farcito oggi di eccessi splatter, in climax crescenti di esagerazioni, tese a sopraffare il tedio esistenziale dello spettatore medio, ma che in realtà non vanno mai più in là delle fatality di mortal kombat o della piattezza di fumetti tagliati da lame di luce-ombra senza sfumature.

Nella tragedia greca  gli occhi strappati o gli sgozzamenti avvenivano fuori scena. Li si lasciava intuire. Per scuotere non c’era bisogno di frastuono, acustico o visivo. Da anni il cinema è quasi solo questo: violenza, per lo più gratuita, dovizia di scene presunte “forti”, distruzione e morte. Con infantile possibile consolazione finale di stolidi supereroi. Questa rumorosa estetica neobarocca ci stordisce e ci impedisce di percepire in altro modo. Restiamo sempre esterni, anche quando ci troviamo davanti a cronaca vera, ad atroci fatti criminali, alla realtà documentaria dei notiziari, alla testimonianza diretta di catastrofi naturali. Perché la morte è sempre morte dell’altro e mai la nostra, come quando, prima di quel reportage da zone di guerra, abbiamo guardato in un home video lo squartamento di un attore o di un pupazzo, comunque privo di conseguenze. Diventa spettacolo per noi anche il bombardamento di Aleppo, di cui vediamo le macerie come un fondale di cinecittà, o le esplosioni in atto alla CNN come un videogioco. Non realmente perturbante perché siamo fuori, all’esterno di uno schermo, e quel che ci arriva sono solo sequenze di fotogrammi penetrate in salotto. L’empatia è una recita. O tutt’al più un modo di scaricarsi la coscienza. Come quando ci indignamo a vedere i poveracci affastellati sul ponte di una nave bloccata in porto, a pensare al loro disagio, senza probabilmente renderci conto che quel disagio non è minimamente paragonabile a tutto quello che hanno già vissuto. Perché la nostra vista non vuole andare più in là. Perchè per farlo dovremmo addentrarci con il battello di Marlow verso il cuore dell’Africa fino a Kurtz. Là non ci andiamo. Il perturbamento esiste solo se lo vivi. In prima persona Kurtz o in racconti privi di indulgenze, rimozioni, moralismi, camuffamenti epici. In fondo molti di noi la loro piccola porzione di inferno l’hanno avuta, che sia stato un terremoto o un’alluvione o più privatamente un incidente o una malattia.  Perché dunque non dovremmo poter comunicare davverocon quelli che ci arrivano in carne ed ossa fuori da quegli schermi? Il fatto è che lo stesso meccanismo che trasferisce l’orrore, volutamente dilatato e deformato, in zone di puro intrattenimento da consumare, si impegna a fare in modo che nella vita nostra reale la sofferenza e la morte siano fattori incidentali, completamente rimossi come esperienze consapevoli. Ed i racconti non devono infrangere la protezione.

Si racconta che gli ateniesi piangessero all’unisono con il coro dei nemici alla rappresentazione dei Persiani di Eschilo, perché quel racconto era il loro racconto. I racconti che sentiamo, invece, non sono i nostri racconti, perché non sono più lo specchio di ciò che siamo, ma distrazione e depistaggio.

In Bernhard chi scrive e racconta non si chiama fuori: il suo intento non è stupire. L’autore è feroce e spietato in primo luogo verso se stesso. E la visita è un percorso di chiarificazione atroce. Lungi dall’essere il puro resoconto di un’alterazione patologica è il testimone attore di una devastazione.

Non è la devastazione del singolo paziente, è un universo di senso in decomposizione. Raccontato con un’insistenza verbale, una ripetizione ossessiva che ti avviluppa fino a soffocarti.

L’orrore vero è così poco eroico. E quella tenebra è la nostra; non occore più nemmeno addentrarsi nella foresta. Ci appartiene come gli uomini vuoti di Eliot, come la constatazione ribadita dal Kurtz di Brando:  “è questo il modo come finisce il mondo: non con un botto, ma con un piagnisteo”.

In realtà non parlo quasi mai con nessuno di Bernhard. Normalmente al lettore comune Bernhard non piace. Perché e sgradevole e cattivo. Ne parlo qualche volta con un amico che è un lettore onnivoro cui non sfugge nulla ma che mediamente ha altre preferenze

L’unica altra volta che ne ho parlato con qualcuno è stato prima di andarmene via per un po’. È  stata una conversazione di non più di una decina di minuti, sulla piattaforma della 11, ma che mi è rimasta impressa. Erano almeno quindici anni che non vedevo Paolo. Un tempo lui veniva spesso, verso l’orario di chiusura, nella libreria di Via Giulia, dopo aver accompagnato a casa il suo amico scrittore di frontiera, con cui divideva passeggiate e conversazioni. Penso che venisse soprattutto per litigare. Il pretesto era più o meno sempre quello. Io vivevo in quel periodo la mia più pesante infatuazione mitteleuropea. Musil, Joseph Roth, Schnitzler, Werfel, Zweig etc. etc. Lui invece detestava cordialmente quella che considerava solo un modo tutto triestino di menarla.

Così in generale si litigava. Nei momenti di tregua mi piaceva sentirlo raccontare dei suoi anni naif, delle sue gare di atletica, di Cortina, delle corse in Duetto. Scriveva da anni una sorta di poema di cui curava ogni singola riga in una spasmodica ricerca di perfezione . Non volle farmene leggere mai neanche un frammento. “Non è ancora pronto” continuava a dirmi, ma come titubante, e una sera mi confessò che il suo amico scrittore gli ripeteva sempre che una simile abnegazione sembrava più una malattia che un’ispirazione . Ci scambiammo comunque alcune cose. Io gli diedi le mie poesie e un romanzo in progress. Lui mi diede un voluminoso saggio critico rivoluzionario su Rimbaud . Lo lessi. Era dettagliato, intelligente e ben documentato ma la sua tesi non mi convinse. Lui apprezzò le mie poesie, ma trovò il mio romanzo privo di carne e sangue. “I tuoi personaggi scopano come coniglietti” mi disse una volta e probabilmente aveva ragione, visto che quel romanzo è rimasto incompiuto. Quel giorno sull’autobus sembrava stanco. Mi chiese semplicemente “come va?, che nel nostra codice significava “cosa scrivi? cosa leggi?” e non sembrò stupito dalla mia risposta. Che non scrivevo più e che non leggevo, tutt’al più rileggevo, che le novità non mi interessavano. La sua espressione si distese solo quando mi scappò di dire del tutto incidentalmente che gli ultimi tempi avevo letto quasi solo Bernhard.  A suo tempo il suo nome non era mai saltato fuori nelle nostre risse, gran parte dei suoi lavori più noti erano usciti gli anni seguenti. Non sapevo nemmeno se lo conoscesse, data la sua avversione per la mitteleuropa. Poi pensai che fosse ovvio che fosse uno dei suoi autori. Il più antiaustriaco degli austriaci, il nestbeschmutzer, lo smerdatore del nido, che ribadiva continuamente la convinzione che ci fossero stati, e che ci fossero ancora, più nazisti in Stiria e Carinzia che a Monaco o a Berlino. Paolo sembrò quasi sollevato e, per la prima volta forse, ci confrontammo più per riconoscerci che per negarci. Scesi con dispiacere alla mia fermata lasciandolo con una frase a metà e senza quasi salutarlo. Tutto quel giorno ci ritornai su. E poi compresi che poteva benissimo essere lui il nipote di Wittgenstein, in abito di taglio perfetto, al volante di una cabrio, in corsa sulla riviera. O quello seduto in un angolo in ombra, a scrutare non visto la sfilata dei manichini a un dopoteatro, più colpevole di tutti. O impegnato a sezionare minuziosamente un capolavoro per coglierne l’errore fatale. O ossessionato dal tentativo di trovare la perfezione, per non soccombere all’evidenza.

Non avevo ancora letto “Perturbamento”, ma oggi, col libro davanti, posso dire che quel perturbante mi riporta a lui più di tutte le altre storie, quello spingere l’itinerario verso il limite a cui gli uomini prudenti si guardano bene dall’avvicinarsi, e che preferiscono confinare in un castello su una rupe o sulla collina dei matti.

Questa è stata la meditazione, durante il resto di quella passeggiata e nei giorni immediatamente a seguire. Fino a quando mi è parso chiaro che, con ogni probabilità, la scelta della redazione di mettere a fuoco quel saggio freudiano era invece intimamente legata all’ultimo tema della rivista, quasi un sequel. Stavolta il discorso su automi e cyborg non è più solo sfida tecnica-scientifica o riflessione filosofica sulla natura della coscienza e la possibilità di ricrearla o trapiantarla ma l’inquietudine a riconoscere fuori di noi il nostro doppio, autonomo e forse incontrollabile.

Questo perturbamento non viene dal cuore delle tenebre ma da un dramma che minaccia l’integrità della nostra psiche.

Di fatto, però, non si parla della stessa cosa. Solo l’ineliminabile asimmetria di quelle che la linguistica strutturale chiama “le forme del contenuto” riduce allo stesso esito, nella traduzione da una lingua all’altra, due concetti ben distinti.

In questo caso una sola parola italiana “perturbante” va a coprire due aree semantiche in tedesco non sovrapponibili.

In Bernhard traduce “verstörend”. In Freud “unheimlich”.  “Verstörung “ è un disturbo. Il termine “Störung” senza prefisso si riferisce a un perturbamento oggettivo, un guasto, un malfunzionamento; è usato anche ad indicare una perturbazione atmosferica.  Entra spesso in composti riferentisi ad alterazioni patologiche della percezione. Con il prefisso “zer” estremizza il concetto a sfacelo, corrosione, devastazione. In parole povere indica lo stato d’animo dello stravolgimento provocato non da ciò che semplicemente vedi o credi di vedere ma da ciò che vivi nella sua pericolosità ed oggettivamente ti percuote.

In Freud invece “Unheimlichkeit” indica più che altro uno spaesamento soggettivo, un mancato riconoscimento che spaventa. È  la negazione del conforto familiare, dell’intimità della casa, o di ciò che serbi protetto in cuore. “Heim” è il focolare, la dimora, il rifugio. Entra in parole di uso comune come “Heimat”, patria o “Geheimnis”, segreto.

Dunque “unheimlich” è il turbamento e l’insicurezza provocati dal non familiare. Indica il disagio avvertito al contatto con l’estraneo che ispira diffidenza. Riportando il discorso all’oggi, l”Unheimliche” potrebbe entrare in gioco nelle reazioni emozionali elementari nella questione dell’immigrazione. È  chiaro che nelle degenerazioni xenofobiche del fenomeno giocano strutturalmente ragioni concrete di tipo socioeconomico, ma è sempre pericoloso sottovalutare le forze emozionali elementari alla base dei comportamenti.  L’“Unheimlichkeit” potrebbe costituire complementariamente il fattore che inibisce l’integrazione e che spinge gli immigrati a ricostruire artificialmente l’“Heim” in una sorta di volontaria autoghettizzazione, garanzia di protezione e, insieme, di mantenimento dei “segreti” della comunità.

È  proprio su questo piano, quello del segreto che Freud gioca nella sua analisi: “heimlich” e “unheimlich” non si trovano in contrapposizione sullo stesso asse semantico. Solitamente il prefisso ha la funzione di negare l’accezione positiva dell’aggettivo, come, ad esempio, “glücklich”, felice e “unglücklich”, infelice.

L’aggettivo “heimlich” significa “nascosto” “segreto” “furtivo”. È  un nascondimento intenzionale, quindi a livello cosciente, e non sempre con le migliori intenzioni; “unheimlich non è il suo contrario, non corrisponde a “non nascosto” o “rivelato”, ma è usato sempre a significare “sinistro” “inquietante”.  Così Freud per giocare con questi termini e per recuperare il loro nesso etimologico li appaia invece di contrapporli. E combina il perturbamento con il nascondimento. Il perturbante, cioè, è ciò che si cela nella psiche a livello inconscio, un fondo arcaico di suggestioni animistiche, magiche, fatalistiche, che il razionalismo non può che considerare residuo primitivo. Le vediamo entrare in gioco nella fase del narcisismo infantile, quando il bambino crede all’onnipotenza del proprio pensiero. Il successivo processo di rimozione “nasconde” i fantasmi pericolosi. A quel punto das Unheimliche è il riaffiorare del rimosso, l’energia perturbante del non compreso e quindi non reintegrabile nella coscienza. Ecco i brividi del bambino per i pupazzi che sembrano animarsi nella penombra del dormiveglia. Ecco la paura dell’“uomo nero”, proiezione angosciosa del rimosso. O la paura del ritorno dei morti.

Solo Jung  riconoscerà la natura inconscia collettiva di quei “residui arcaici” e ne indagherà il ruolo determinante, e decisivo per lo sviluppo di una personalità integrale. E lo farà non solo indipendentemente, ma in certo qual modo anche in contrapposizione al riduzionismo freudiano. Non superstizioni primitive, ma snodi cruciali delle dinamiche psichiche. Affollate dai personaggi che proiettano, come una lanterna magica, sullo sfondo del mondo in cui viviamo, quello che ancora non sappiamo di ciò che crediamo di essere.

È  interessante notare come già Freud si senta spesso spinto, nelle sue analisi, a considerare rivelatrici le esperienze estetiche.

Lo fa anche per introdurre ed esemplificare “Il perturbante”, partendo da un racconto di Hoffmann, ed arriva alla conclusione che il racconto per essere davvero perturbante non può restare nella dimensione della favola, dove la convenzione consente l’orrore, ma non lo sconvolgimento. Deve invece manifestare il rimosso nella normalità del quotidiano.

Così noi potremmo dire, tornando al discorso iniziale, che la scenografia dell’horror, più che turbare, di-verte. Questo è quello che succede quando guardiamo Chuky o It. È  ben diverso se invece veniamo calati senza sospetti in una storia plausibile che improvvisamente deraglia come in The others o Sixth sense o 2001 o I, Robot.

Nella prospettiva junghiana del sé il problema della coscienza è mal posto perché lo si riduce alla dimensione individuale. La sapienza del sé è superiore a quello dell’io. E magari non solo è più che solamente individuale, ma è anche più che solamente umana. E il problema si pone ora proprio come sequel dell’automa. Oggi più che mai. Chi è oggi il sosia? il nostro doppio? Non siamo i padroni dell’essere. Rilke sostiene che ci sopravvalutiamo, che siamo aria che svapora, che troppo nettamente distinguiamo tra i vivi e i morti. E che non diamo affidamento. Nella recita non solo siamo superati dall’angelo bello e tremendo, ma anche dalla marionetta. Meglio la marionetta, bella piena, della maschera piena a metà del borghesuccio attore-ballerino.

Non siamo i padroni dell’essere, ma solo i suoi pastori.

Così Heidegger in fondo, ultimo atto, ha recuperato un’altra fusione di forme del contenuto tra ars e techne. Quando la tecnica rinuncia ad essere puro strumento di manipolazione e sfruttamento delle risorse mondane per diventare strumento dell’aletheia, dello svelamento dell’essere, e parte integrante del suo destino, il nostro compito è un prendercene cura, oltre l’orizzonte del puro e semplice svelamento dell’“Heimliche”.

Ma oggi siamo più che mai lontani da quel compito e la tecnica resta più che mai miope volontà di potenza, incurante della devastazione. Così il mondo, così la “neoumanistica” Italia, così l’“illuminata” Europa.

 E forse Bernhard oggi non troverebbe la sua Austria tanto diversa da quella un tempo così tanto odiata. Forse solo nei dettagli Kurz è diverso da Saurau o da quelli di Wolfsegg.

 E l’estinzione continua.

Endoxa FILOSOFIA PSICANALISI

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