IL PERTURBANTE COME REGOLA

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FABIO CORIGLIANO

“Quello che prima mi parve un caso, assunse per me un carattere inquietante e sgradevole”.

(Walter Benjamin)

Secondo Gaston Bachelard il senso della casa, il suo significato profondo, “dimora” nel suo porsi a difesa dell’intimità, nel suo essere una negazione di ciò che sta al suo esterno per affermare invece la potenza della sua stessa interiorità: così, non è l’esterno ad essere una negazione dell’interno, e quindi della casa, ma al contrario è l’interno (la casa) che contraddice e mette in questione la possibilità stessa di un’esteriorità, dell’apertura in cui consiste per definizione l’esterno, e che si autocostituisce in quanto regola assoluta, che ha effetti sia nella de-finizione della chiusura che nella determinazione delle condizioni di possibilità dell’apertura. La casa è una negazione, e la sua stessa verticalità opera nel senso della differenza, nel segno dell’opposizione. La casa è un positum che afferma la propria essenza negando la sussistenza, o meglio ancora le ragioni della sussistenza di una legge a ciò che le sta fuori. Pone una differenza tra la legge dell’interiorità e ciò che risiedendo fuori di essa non ha legge. La differenza verticale che dà senso alla casa in quanto protezione, consiste quindi in una lotta sempiterna che l’interno conduce contro l’esterno – perché l’interno e l’esterno contra-vivono in costante lotta: di qui il motivo della protezione; in quella lotta la casa protegge nei confronti dell’esterno. Si può immaginare in questo senso la sussistenza di un “gioco” di coppie di termini con-viventi in affinità di campi semantici contigui, che spiegherebbero immediatamente le modalità di affermazione della differenza verticale e il suo vigore: l’intensità dell’intimità aumenta proporzionalmente alla forza della negazione|lotta. Quindi, più la casa è distinta e separata da ciò che le sta fuori, più aumenta la sua capacità di intimità|lotta. La casa di vetro è un esempio della diminuzione della intensità della negazione|lotta e si configura infatti come un interno meno distinto dall’esterno, un interno maggiormente assediato dall’esterno, meno protetto, in cui l’intimità assume un’intensità bassissima. Si tratta di un’esperienza facilmente immaginabile solo a rappresentare le possibilità di contatto visivo da una parte all’altra di un vetro trasparente in una situazione di potenziale pericolo: la purovisibilità del vetro, qualunque ne sia lo spessore, aumenta la percezione di assenza di difesa, mentre invece la possibilità di essere separati dal pericolo da una parete di mattoni, di cemento armato, o di un qualsiasi materiale che non permetta la visione dell’esterno diminuisce notevolmente l’effetto perturbante. Perché ciò che normalmente produce inquietudine e spaesamento è il venir meno del conforto dell’interiorità, che si esperisce proprio a contatto con l’esteriorità.

In riferimento al classico rapporto “dialettico” tra oikos e polis, si potrebbe azzardare che la casa è il territorio di svolgimento della legge naturale – luogo di vigenza assoluta della legge di Antigone, e quindi regione di conforto, sollievo, solidarietà. Heim contrapposto all’Un-heim dell’esterno così ben reso nel commento che Martin Heidegger propone della poesia di Georg Trakl intitolata Una sera d’inverno. “La casa è tutta in ordine”, afferma Trakl. Rifugio, contenitore, guscio, impronta, involucro delle vite che vi si svolgono, silenziosamente e segretamente. Vite non-dette, dal momento che “Il dolore (dell’esteriore) ha pietrificato la soglia”. Tutto ciò che sta all’interno (oikos) è un non-detto (il viandante nella poesia infatti deve entrare “silenzioso”) ed entra irrimediabilmente in conflitto con la legge della polis, che deve essere detta (scritta) per essere ritenuta valida ed efficace. L’accostamento dialettico di oikos e polis appare d’altra parte esemplare di un certo numero di situazioni in grado di descrivere compiutamente proprio la partizione degli spazi in cui avviene la vita dell’uomo: intimità/pubblicità; non-detto/detto; non-scritto/scritto; segreto/non-segreto.

Ma in che cosa consiste quell’esterno dal quale la casa differisce e tutto sommato grazie al quale la casa medesima si costituisce, per de-finizione (cioè per distinzione)?

L’esterno informe (che è informe al cospetto e a differenza dell’interno, dal momento che la casa è proprio l’attribuzione forzata di una forma definita allo spazio) è il pericolo, la spaesatezza (l’Heimatlosigkeit di Heidegger, che Derrida traduce come absence de chez-soi) il nulla, la negazione dello spazio dell’intimità.

Walter Benjamin si sofferma spesso sulla forma dell’abitare, asserendo, in un celebre passo del Passagenwerk, che “la forma originaria di ogni abitare è il vivere non in una casa ma in un guscio”. Che cosa c’è di più inaccessibile, protetto ed assoluto di un guscio, infatti?

Nel guscio, al suo interno, si celebra e custodisce segretamente una vita impermeabile, inaccessibile, sicura, che è del tutto autonoma e indipendente dal mondo esterno, dal momento che tra il guscio ed il suo “abitante” si instaura un rapporto organico indissolubile. Il problema denunciato da Benjamin è infatti proprio l’ineluttabile incorporazione degli individui nei propri intérieurs, nei propri gusci, nella loro impronta. Incorporazione che significa allo stesso tempo anche immobilità, e nell’ottica benjaminiana, immobilismo sociale.

Ci sarebbe nondimeno da considerare quanto asserito dallo stesso Benjamin nel celebre saggio del 1929 sul surrealismo, in cui, a suo dire, l’utilizzo del vetro in architettura avrebbe costituito l’inizio di una rivoluzione dell’ebbrezza rivolta alla stessa essenza dell’intérieur, una forma di esibizionismo morale assolutamente necessaria allo sviluppo dell’umanità.

 È ben manifesta la discendenza della Heimat, da cui Heidegger ricava il concetto di spaesatezza (Heimatlosigkeit) dalla Heim, cioè la casa, che allo stesso tempo serve semanticamente anche alla formazione del concetto di perturbante (Un-heim). Quindi, il tipo di esibizionismo morale richiesto dalla rivoluzione della “trasparenza” del vetro, utile alla devastazione dell’idea di interiorità, conduce all’ebbrezza propria del Destruktive Charakter, ebbrezza demolitrice che pare racchiusa nell’immagine dell’Angelo della storia che deve prendere atto della distruzione del mondo della sicurezza (il conforto dell’Heim) per ricostruire un altro mondo, tra le macerie, e a partire proprio dall’insicurezza perturbante.

La distruzione dell’intérieur, se inteso in quanto luogo di protezione e conforto, non può che passare per l’angoscia e l’inquietudine.

Non si può non notare peraltro una strettissima affinità tra l’Angelus Novus di Benjamin e gli angeli a cui Scheerbart fa recitare il ruolo di protagonisti in un racconto apocalittico al termine del quale, dopo la distruzione del mondo corrotto, gli stessi conducono gli uomini a ripopolarlo stimolando le loro virtù proprio attraverso l’immagine dei palazzi di cristallo.

Il concetto di Un-Heimlich (notoriamente sviluppato da Freud mettendo in evidenza l’importanza della sua radice), permette insomma di comprendere il disagio cui conduce la rivoluzione dell’ebbrezza della trasparenza.

Il cerchio si chiude grazie alla narrazione di un ricordo personale con il quale Benjamin introduce l’affermazione sulla trasparenza come necessario esibizionismo morale, che si riporta per intero per valutarne il peso: “a Mosca abitavo in un albergo in cui quasi tutte le stanze erano abitate da lama tibetani che erano venuti a Mosca per un congresso di tutte le chiese buddistiche. Mi colpì, in corridoio, il numero delle porte che erano sempre socchiuse. Quello che prima mi parve un caso, assunse per me un carattere inquietante e sgradevole (Unheimlich). Mi spiegarono che in quelle stanze alloggiavano membri di una setta che aveva fatto voto di non soggiornare mai in ambienti chiusi”.

Cioè, quando Benjamin realizza che le porte non sono accidentalmente ma volutamente socchiuse (Angelehtn: non-chiuse, quindi lasciate volutamente aperte), viene colto da inquietudine, tanto da provare una sgradevole sensazione (Unheimlich) dovuta al venir meno dell’”ambiente chiuso”. Il conforto (Heim) della porta chiusa lo abbandona, l’idea che la soglia tra sé e gli altri, tra il chiuso e l’aperto, tra intimità e pubblicità non sussista più, o meglio non svolga più la sua funzione di separazione netta, è inquietante e sgradevole. Lo Heim si fa Unheim. La soglia tra conforto e perturbamento viene del tutto a mancare. La permeabilità è assoluta, l’apertura quasi compiuta, il guscio è andato distrutto.

Ora, non è proprio in quella soglia, in quella separazione netta tra conforto|protezione ed inquietudine, il senso, la funzione della casa, dell’istituzione di un intèrieur separato nettamente dall’extèrieur? Non è proprio su quella separazione che si fonda la confortevole e quieta convivenza degli uomini?

Benjamin ne è ben conscio, tanto da accusare, al solo ricordo, inquietudine, e sconforto. Lo sconforto che deriva dalla perdita di ciò che gli risultava familiare – la chiusura degli spazi dedicati alla intimità. (Ma è altresì conscio che quella perdita, quel sacrificio, devono essere affrontati nel nome di un superiore interesse: il perseguimento delle virtù, la costituzione di una nuova civiltà in grado di soppiantare la vecchia civiltà corrotta dall’opacità, dal segreto, dalla invisibilità della interiorità).

Tuttavia la domanda che rimane inevasa, ad oggi, è la seguente: è proprio vero che la società della trasparenza, della purovisibilità, sarà in grado di contrastare la corruzione, il degrado e la dissolutezza? Indipendentemente dalle possibilità di successo di tale auspicio benjaminiano, ci sarebbe molto da riflettere sul fatto che l’apertura tanto elogiata e ricercata a tutti i livelli – politici, amministrativi, comunicativi – non possa essere separata dal suo indispensabile effetto perturbante, come se l’inquietudine fosse davvero la modalità normale e necessaria dell’esistenza dell’uomo contemporaneo, come peraltro aveva notato Robert Musil proprio nei primi anni Venti del Novecento per descrivere il periodo postbellico – che guarda caso corrisponde cronologicamente proprio all’emergere dell’architettura del vetro, il cui contrappunto in termini letterari e filosofici consiste nell’approfondimento dei temi dell’angoscia esistenziale, come si può vedere, ad esempio, nei Quaderni di Malte Laurids Brigge di Rilke e La Persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter.

Insomma, quella dell’attuale società della trasparenza e dell’apertura è davvero la storia del perturbante come regola di vita.

Endoxa FILOSOFIA PSICANALISI

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