UNA RIFLESSIONE INOPPORTUNA SULL’IMPERSCRUTABILITÀ DELLA VITA UMANA

leibnizFABIO CORIGLIANO

1. Nella Grammatica della fantasia, Gianni Rodari, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita, spiega che attraverso il metodo delle ipotesi fantastiche, “tutto diventa logico e umano, si carica di significati aperti a diverse interpretazioni, il simbolo vive di vita autonoma e sono molte le realtà cui si adatta”.

Che cosa succederebbe se…?

Il metodo delle ipotesi fantastiche comincia da questo asserto: che cosa succederebbe se. Soggetti e predicati scelti assolutamente a caso, diventano l’inizio di un altro mondo possibile, di una favola immaginata, di una storia narrata. Che cosa succederebbe se, è l’inizio di un “avvenimento narrativo”, di una vicenda all’interno della quale uno o più soggetti scoprono le conseguenze del deragliamento della fantasia nell’ulteriore mondo possibile, e si comportano di conseguenza.

Che cosa succederebbe se un coccodrillo bussasse alla vostra porta chiedendovi un po’ di rosmarino?

Rodari immagina e trascrive una serie di ipotesi fantastiche che a volte si trasformano in favole, a volte servono solo come divertimento per l’autore dell’invenzione.

In genere il mondo delle favole, la vena fantastica della favola, partono proprio dalle ipotesi fantastiche: che cosa succederebbe se una tigre bussasse alla porta all’ora del tè? Che cosa succederebbe se un lupo volesse cucinare una zuppa di sasso? Che cosa succederebbe se il personaggio spaventoso inventato da un topolino per sfuggire ai suoi possibili assalitori si rivelasse realmente esistente? Ma non solamente le fiabe sfruttano tale strumento “genealogico”. Ne è un esempio, tra tanti, la prosa di José Saramago: che cosa succederebbe se un giorno tutti diventassero ciechi? Che cosa succederebbe se un’isola iniziasse a muoversi? Che cosa succederebbe se in un certo Stato nessuno morisse più?

È evidente che di fronte a tali intermittenze della logica, le conseguenze possono essere le più disparate e dipendono solamente dalla fantasia, o meglio dalla logica della fantasia.

Si potrebbe aggiungere, con una lunga citazione di Merleau Ponty tratta dall’incompiuto e postumo Il visibile e l’invisibile, che “se, senza saperlo, possiamo ritirarci dal mondo della percezione, nulla ci dimostra che noi vi siamo mai stati, né che l’osservabile lo sia mai completamente, né che sia fatto di un tessuto diverso da quello del sogno; poiché la differenza tra di essi non è assoluta, si è autorizzati ad annoverarli insieme fra le “nostre esperienze”, ed è al di sopra della percezione stessa che dobbiamo cercare la garanzia e il senso della sua funzione ontologica”. Cioè non solamente il mondo fantastico e parallelo delle favole, ma anche, e per primo, il mondo che crediamo di vedere davanti ai nostri occhi, frutto della nostra “fede percettiva”, riserva molte oscurità. A volte infatti la visione delle cose è opaca, insicura, indecifrabile, con una definizione dello stesso Merleau Ponty: monoculare. Le cose percepite “con un occhio solo” sono come fantasmi, pre-cose, corrispondono a quegli oggetti che vengono rappresentati confusamente attraverso la loro ombra come nel platonico mito della caverna, pre-cose percepite confusamente, imperscrutabili.

2. Inconoscibile, misterioso, inaccessibile, oscuro, che non si può ricercare né intendere. È questa la definizione di massima del termine “imperscrutabile” offerta dai vocabolari. Il mondo della realtà può effettivamente essere imperscrutabile, inaccessibile, misterioso, oscuro.

Un autore che ha trattato in modo molto interessante e originale il tema dell’imperscrutabilità del mondo esperienziale, dell’opacità percettiva, dell’insicurezza della conoscenza umana, è Leibniz.

Egli ha più volte affrontato il tema della imperscrutabilità di quelle che lui stesso definiva le piccole percezioni, i pensieri muti, sordi, ciechi. La nostra intera vita è costellata di queste cogitationes caecas, che non vengono preliminarmente sottoposte al vaglio dell’appercezione, quindi della ragione. Si tratta di un’affermazione in netta controtendenza rispetto a quanto sostenevano più o meno nello stesso torno d’anni del XVII secolo Cartesio e Spinoza, i quali erano invece convinti che tutte le conoscenze e tutte le percezioni fossero sottoposte automaticamente e sistematicamente al vaglio della ragione (calcolante), che le avrebbe comprese in modo chiaro e distinto e le avrebbe catalogate per poi poterle utilizzare – perché è evidente che la catalogazione è propedeutica alla sua funzionalità, il che dice già qualcosa sul diverso modo di intendere la filosofia in Leibniz e negli altri autori a lui contemporanei.

3. L’immagine che più di tutte pare evocare la teoria delle piccole percezioni si trova nei Nuovi saggi sull’intelletto umano, ed è quella del rumore del mare. Le piccole percezioni sono come i rumori delle singole onde: non possono essere “sentite” isolatamente, ma solamente nel frastuono, nel muggito del mare che le contiene. Ciò che si ode stando a riva, è l’intero rumore del mare, dal quale è difficilmente scomponibile il rumore di ogni singola onda, che concorre a formare il grande rumore, il suono complessivo – le immagini delle qualità dei sensi che parrebbero chiare nel loro insieme, pur essendo confuse quanto ai singoli componenti. Il tutto rimanda all’idea dell’armonia dei contrari, al grande ordine che contiene piccoli disordini, all’unità che è data dalle diversità. L’armonia dell’imperscrutabile, che è a sua volta imperscrutabile, indecifrabile, non accessibile.

I legami che ogni sostanza individuale intrattiene con tutte le altre sostanze individuali e con l’universo intero, e che hanno come risultato, imperscrutabilmente, l’armonia, consentono di trarre importantissime conseguenze anche per quanto concerne la connessione trasversale delle sostanze stesse: anzitutto tutte le cose sono collegate e “cospirano fra di loro”, congiunte tanto nel qui ed ora del mondo sensibile, quanto nella vicenda storica che le vede coinvolte: in questo senso Leibniz può dire che “il presente è carico del passato e gravido dell’avvenire”. L’individuo è proprio il risultato delle tracce o espressioni delle piccole percezioni che lo costituiscono in quanto individuo, e provvedono a collegare il suo passato con il presente, verso la costruzione del futuro.

La dottrina delle piccole percezioni ha, com’è evidente, importanti implicazioni di ordine etico, politico e giuridico. Ad esempio comportano che l’uomo non può mai essere del tutto libero in quanto la valutazione delle situazioni che gli si prospettano non potrà che essere per lo più parziale, oscura, dipendendo dalla massa di piccole percezioni che costituiscono l’essenza cognitiva della sostanza individuale. La libertà assoluta è possibile solamente nei confronti di idee assolutamente chiare e distinte, le quali, com’è evidente leggendo i testi leibniziani, non corrispondono al carattere identificativo dell’uomo. O meglio, l’uomo non può che tendere, attraverso l’utilizzo della ragione, alle idee chiare e distinte, e in alcuni casi è possibile che vi riesca, ma solo Dio può avere idee chiare e distinte di ogni cosa. Da ciò consegue che l’essere umano può essere libero solamente in alcune circostanze minoritarie, essendo costretto per la sua stessa natura ad essere succube delle sue percezioni oscure, in un mondo spesso imperscrutabile.

4. L’imperscrutabilità del mondo reale in qualche modo viene quindi riprodotta, doppiata nell’imperscrutabile mondo della favola, come ha compreso Erich Raspe, bibliotecario nella stessa biblioteca di Hannover presso la quale Leibniz aveva lavorato per molti anni dopo il suo ritorno dall’esperienza parigina e fino alla morte (1716). Raspe, autore della prima raccolta postuma di testi leibniziani (raccolta che precede di qualche anno la classica e celeberrima opera di Dutens), che ha avuto il merito di aver dato alle stampe per la prima volta i Nuovi saggi sull’intelletto umano, è l’autore de Le avventure del barone di Munchausen. La raccolta di Raspe contiene, tra i vari testi, il Discours touchant la methode de la certitude et de l’art d’inventer. In esso Leibniz rilevava che ci sono due tipologie di conoscenza possibile: una insicura imperscrutabile e confusa, ed una del tutto inesplorata, sconosciuta, straniera. Per accedere al primo tipo di conoscenza ci si deve servire del metodo della certezza, cioè dell’accesso ordinario alla conoscenza del reale; per il secondo tipo invece c’è bisogno dell’arte di inventare. Le due tipologie, avverte Leibniz, non differiscono poi così tanto, e l’assenza di una profonda divergenza fa comprendere come vi siano anche nel mestiere del pensare così tanti segreti quanti ce ne sono in altre arti. Il pensiero umano, sia che si rivolga agli elementi presenti allo sguardo, sia che si concentri sull’ulteriore, sugli altri mondi possibili, non può che essere in difetto, perché per sua natura non può che continuare perennemente a incespicare nella regione dell’imperscrutabile.

Come rileva lo stesso Leibniz in un piccolo frammento non datato scritto nei lunghi anni della sua permanenza presso la biblioteca di Hannover, intitolato Reflexiones importunes sur la misere humaine, laddove il reale e il pensiero del reale, quindi il metodo della certezza, non riuscissero a garantire la felicità, tanto vale rivolgersi ad una felice follia (folie heureus), ragionando solamente per divertirsi, come capita al Raspe del Munchausen, che abbandona l’imperscrutabilità misera e sventurata del reale, avverso la quale non vi sono difese, per abbracciare l’imperscrutabilità viceversa felice e spensierata della favola, dell’altro mondo, dell’ipotesi fantastica, del “cosa succederebbe se”, che garantisce come estrema salvaguardia la certezza che ogni avvenimento narrativo non può che partire, svilupparsi e terminare ad opera dell’autore dell’invenzione, che solo in quell’accesso nella regione straniera e parallela dei sogni, nei Giardini di Kensington che trovano luogo nella sua mente, troverà la felicità – e aggiungiamo noi, la libertà.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA LETTERATURA

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