L’ORIGINE IMPERSCRUTABILE DEL RISO: JOKER E IL SOGGETTO FUORI DI SÉ

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ELEONORA CORACE

Una risata soffocante, persistente, che appare dolorosa come conati di vomito: è quella che caratterizza il protagonista del film Joker (2019) di Tod Philipps, interpretato da Joaquim Phoenix. La storia che riguarda il più famoso antagonista di Batman è ambientata prima che lui diventi tale, quando è ancora una persona comune intenta a guadagnarsi da vivere lavorando come clown, di nome Arthur Fleck: un soggetto marginale e alienato, reduce da un’infanzia abusata, che viene spesso sopraffatto da crisi di riso, in maniera sempre inopportuna. Per questo è costretto a portare in tasca un biglietto in cui spiega l’origine nervosa della risata che non ha nulla a che vedere con il rispettivo “stato d’animo” per placare i malumori e i fraintendimenti che la situazione immancabilmente comporta. Nel film non viene specificato il nome della patologia, anche se al quadro psichiatrico del protagonista si fa più volte rifermento. La cosa interessante è che il soggetto vive l’emergere della risata al pari di un agguato, che rompe il registro comportamentale consueto e opportuno per manifestarsi in situazioni che non hanno nulla di comico, divertente o allegro né per il protagonista né per chi lo circonda. Se lo scollamento del riso rispetto la situazione e il sentire del soggetto rientra più facilmente nelle maglie della spiegazione psichiatrica, la particolarità del carattere involontario della risata in sé non si risolve attraverso un’analisi clinica. Sorge il sospetto, al riguardo, che quello che accade ad Arthur Fleck non sia molto diverso da ciò che capita, ad esempio, a qualsiasi individuo nel corso di uno scoppio esagerato d’ilarità. Il sopraggiungere del riso è anche in questo caso assolutamente involontario. E che dire delle circostanze in cui il riso è provocato da stati di tensione nervosa, come ad esempio ansia o stress, comuni anche in individui che non vengono fatti rientrare generalmente nei parametri della psicopatologia?

Quella risata stridula e soffocante ci turba, dunque, oltre che per la sua palese mancanza di relazione con la situazione che il soggetto sta vivendo, al di là della sofferenza che esprime, anche, forse in piccola parte ma comunque in modo significativo, perché ci ricorda qualcosa che ha a che fare con la nostra esperienza quotidiana, banale e per così dire inoffensiva del ridere: la sua involontarietà. Ecco che la risata del Joker ha un effetto perturbante in senso freudiano: è il familiare che diventa estraneo e l’estraneo in qualcosa che conosciamo come familiare. È un’azione normale incastrata nel momento sbagliato, il sintomo di un disturbo che ha come principio scatenante un meccanismo che riguarda non solo un soggetto considerato malato, ma tutti gli esseri umani.

Il problema è che al di là dell’accordo della reazione con la situazione circostante che rende il riso più o meno appropriato secondo parametri condivisi socialmente, ciò che fa scattare l’automatismo del ridere e come avviene questo automatismo rimane nell’ombra, nascosto tra le pieghe che caratterizzano il particolare rapporto che l’uomo ha con la sua corporeità. Di fatto, le ragioni non tanto del ridere, ma dell’emergenza eruttiva della modalità espressiva del riso, sono sfuggenti, imperscrutabili.

Helmuth Plessner, filosofo annoverato tra i padri fondatori dell’antropologia filosofica moderna, nel celebre saggio di estesiologia (studio della sensibilità) edito nel 1941 dal titolo Il riso e il pianto. Una ricerca sui limiti del comportamento umano, dedica un’analisi accurata alle manifestazioni del riso e del pianto considerate “forme specificamente umane dal carattere opaco” dal momento che “i loro motivi come la forma di manifestazione sono singolari e rompono con l’ordinario”. Nel libro, come spicca già dal titolo, il fenomeno del pianto, tradizionalmente considerato antitetico a quello del riso, viene accomunato ad esso dal momento che, al di là delle emozioni che possono essere attribuite come motivi scatenanti, quella che viene presa in considerazione è la modalità dell’emergere di questi due fenomeni: quell’origine considerata del tutto eccezionale, simmetrica e non opposta. Anche il tentativo di ricondurre le espressioni del riso e del pianto a determinati sentimenti quali la gioia per il primo e il dolore per il secondo, seguendo una logica rigidamente binaria, viene meno se si considerano quei momenti in cui l’accordo tra reazione e stato d’animo non è così trasparente: ad esempio, nota Plessner, si può piangere per la felicità e si può ridere per disperazione. L’opacità di queste manifestazioni risiederebbe, inoltre, secondo l’autore, nell’impossibilità di farle rientrare nel registro linguistico-rappresentativo da un lato e in quello simbolico-gestuale dall’altro, ma neanche in quello degli automatismi istintivi. Non sono azioni perché il soggetto non le compie volontariamente, anzi le subisce; non possono essere considerate semplici reazioni fisiche, dal momento che non hanno nulla dell’istintività e dell’immediatezza dei gesti che appartengono a questa categoria, come chiudere gli occhi di fronte a una luce particolarmente violenta. Per la stessa ragione non possono neppure essere assimilate del tutto a processi vegetativi come quelli del tossire, del vomitare ecc. Sembrano viceversa appartenere a una forma di espressione marcatamente corporea e non simbolica, nella quale il soggetto non esprime un’intenzione, ma viene scavalcato da una modalità di esternazione pura. Per questo il riso e il pianto appaiono a Plessner come situazioni-limite, in cui il soggetto sperimenta i confini del dominio su se stesso prima ancora che sul mondo che lo circonda e nelle quali è evidente il loro “carattere eruttivo”, in cui l’individuo si ritrova scosso e sommerso e nel quale “perde in un preciso senso il controllo”. Inoltre: “esse appaiono come sfoghi indocili e indisciplinati di un corpo resosi come indipendente. L’uomo precipita in esse”(Il riso e il pianto). Sono definite situazioni-limite, dunque, quelle in cui il rapporto tra coscienza interiore, corporeità e mondo si inceppa, va in tilt, disarmando il soggetto che, nell’impossibilità di trovare una risposta adeguata per corrispondere agli impulsi del mondo oggettuale esterno e/o dell’universo emotivo interiore, appalta la reazione direttamente alla corporeità che prende subitaneamente il sopravvento, risolvendo nella crisi del dominio della soggettività l’imbarazzo della persona.

Il problema non è a cosa si risponde attraverso il riso e il pianto o se rispondiamo a qualcosa quando ci abbandoniamo ad essi, perché non viene messa in dubbio la presenza di un motivo scatenante, quale che sia, che richiede una replica. Il dilemma si riferisce al fatto che questa risposta non è il soggetto a darla, come avviene normalmente nelle altre situazioni, bensì direttamente il corpo. Una persona che si abbandona al riso o si lascia andare al pianto, infatti “risponde con il suo corpo in quanto corpo, come se gli fosse impossibile trovare una risposta”  e ancora: “ridendo l’uomo si abbandona al proprio corpo, rinuncia però alla propria unità, al controllo su di sé” (Il riso e il pianto). Tutto questo è possibile solo grazie al particolare statuto della natura umana, che vede l’uomo come il prodotto di un’unità fratta al suo interno dai due poli perennemente intrecciati della coscienza e della corporeità.

Dobbiamo qui soffermarci, per chiarire meglio questo passaggio, su uno dei concetti fondamentali di tutta l’antropologia filosofica di Helmuth Plessner, quello di posizionalità eccentrica. Teorizzato nel libro I gradi dell’organico e l’uomo. Introduzione all’antropologia filosofica del 1928, questo concetto rappresenta la chiave di volta dell’analisi sul riso e il pianto del 1941. Secondo quanto teorizzato da Plessner l’uomo è “posto” esistenzialmente oltre che fisicamente nel mondo della vita attraverso il corpo che allo stesso tempo è, in quanto essere vivente, ed ha come mezzo e interfaccia con l’ambiente esterno, in quanto mente/coscienza incarnata. “Posizionalmente si ha una triplice determinazione: il vivente è corpo, nel corpo (come vita interiore o anima) e fuori dal corpo, come il punto di vista da cui derivano entrambi. Un individuo posizionalmente caratterizzato in questo triplice modo si dice persona” (I gradi dell’organico).  Al contrario dell’animale che combacia immediatamente con il corpo, “l’uomo con la sua corporeità non ha un rapporto univoco” (Il riso e il pianto) e sua caratteristica è una coscienza decentrata dal centro corporeo, eccentrica nel senso letterale di ex- centrica e proiettata in un altrove virtuale, atopico e utopico. Per questo si può dire che l’uomo è nel corpo e un passo oltre il corpo e da questo “oltre” ottiene la distanza che gli permette di oggettivare, tramite il logos e il linguaggio, il mondo che lo circonda e il corpo stesso in cui, irrimediabilmente, si incarna. Nello scorrere della vita quotidiana l’unità psicofisica che deriva da questa singolare situazione e che definiamo “uomo” è il prodotto di un rapporto costante, conflittuale quanto insolubile, tra il piano virtuale della coscienza interiore e il centro corporeo.

Per questo Plessner afferma: “la frattura dell’uomo con il suo corpo è piuttosto alla base della sua esistenza, la fonte, ma anche il limite, della sua potenza” (Il riso e il pianto) e aggiunge in riferimento alle situazioni limite del riso e del pianto “questa frattura costituisce l’elemento imperscrutabile nel rapporto dell’uomo con il suo corpo a cui rimandano fenomeni come il riso e il pianto”. Poiché traggono origine dalle pieghe più profonde dell’intreccio originario e congenito tra interiorità e corporeità, di conseguenza “il riso e il pianto non possono rendersi ulteriormente comprensibili”.

È da tenere presente però che, essendo l’uomo un’unità psicofisica, il crollo del soggetto a favore di un’espressione corporea non sancisce la perdita dell’umanità, lo smarrimento dell’individuo in una mera reazione ferina. La possibilità che il corpo agisca al posto del soggetto in momenti di crisi, secondo Plessner, è una caratteristica propriamente umana: solo un individuo profondamente fratto in se stesso e non coincidente con sé può permettersi una simile chance. Nella frattura dell’equilibrio interiore che le manifestazioni del riso e del pianto rappresentano, se il soggetto perde il controllo del corpo, la persona, in quanto unità corporea, resta intatta nella sua costituzionale vulnerabilità, esposizione e pluralità di elementi che la compongono. Come sottolinea Alessia Ruco nel saggio Sensibilità, psiche e linguaggio nella riflessione estetica e antropologica di Plessner (2010) “rivelando la possibilità di un rapporto di senso tra la persona, il proprio corpo e il mondo la teoria estesiologica intende definire sul piano critico-trascendentale una concezione dell’uomo unitaria, nella quale corpo, mente e psiche cooperano reciprocamente per la costruzione sensata dell’esperienza del mondo”. Riso e pianto appaiono in questo modo risposte estreme in momenti di crisi in cui il senso e il non senso si confondono, volte a ristabilire una parvenza d’equilibrio interiore oltre che un rinnovato accordo con l’ambiente esterno.

Sebbene Plessner stesso nel saggio del ‘41 metta in guardia dai pericoli in cui si incorre nel volere utilizzare questa analisi delle manifestazioni-limite del riso e del pianto per spiegare situazioni patologiche, è innegabile che il problema della risata in quanto sintomo di un disturbo, messa in risalto, ad esempio, nel film Joker, da cui siamo partiti, risiede interamente nel gioco triplice della relazione tra soggetto, corpo e mondo, per come è stato sopra descritto. È lecito ipotizzare che i traumi subiti nell’infanzia da Arthur Fleck, inserendosi nella frattura tra soggettività e corporeità, abbiano causato un cortocircuito nel rapporto triadico di soggetto-corpo-mondo, scatenando reazioni corporee inopportune e opposte al sentire soggettivo e alla situazione ambientale. L’analisi dell’automatismo incontrollabile dall’origine imperscrutabile che si cela dietro la manifestazione del ridere in generale, anche prima e al di là dell’accordo o meno con la situazione a cui risponde, e la sua caratteristica di frattura dell’unità psicofisica, ci offre comunque la possibilità di decostruire la logica binaria che tradizionalmente nella teoria –  e ancora oggi nel senso comune – separa la cosiddetta normalità da una presunta anormalità. Come abbiamo visto, infatti, nella catastrofe della soggettività che soccombe all’automatismo del riso – o del pianto – è la devianza di un comportamento anomalo a assurgere al ruolo di norma.

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