LA FICTION: RECTO E VERSO

MAGRITTEDOMENICO SCARAMUZZI

Carissima Dora,

potrà sembrarti curioso, ma prima di interrogarci sulla Presenza del Signore nell’Eucaristia, dovremmo affrontare un’importante questione previa, ovvero quella relativa alla ‘nostra’ presenza non tanto – e non solo – al cospetto di Essa, ma più in generale dinanzi al mondo. D’altra parte, se non comprendiamo questa, come potremmo rendere ragione di quella?

Ora, il fatto di essere in un luogo non costituisce di per sé la certezza apodittica dell’esserne presenti. Per essere presenti è necessario abolire delle distanze non solo d’ordine fisico o geografico. La ‘dis-trazione’ – ad esempio è una forma di non presenza ‘dis-locata’ assai sperimentata e diffusa. Avere la ‘testa altrove’ non ci permette di essere presenti a una determinata situazione o, quanto meno, di esserlo pienamente. Un dolore, una sofferenza o un male che ci attanagliano non ci consentono di essere davvero presenti. La presenza è qualcosa che va cercata, non qualcosa che troviamo già bell’e pronta. Non a caso, esistono luoghi che più di altri ci aiutano ad essere presenti, quelli, ad esempio, che siamo portati quasi spontaneamente a cercare.

Aspettiamo, ad esempio, gli esercizi spirituali per ‘ritrovarci’ con noi stessi, anche quando di siffatto ‘noi stessi’ facciamo fatica ad individuare sagome e margini ben definiti. Essere aperti o chiusi a certe situazioni sono espressioni che rivelano le differenti modalità della nostra presenza. Anche una ‘ritirata in solitudine’ è una forma di presenza: una presenza che potremmo chiamare ‘riflessiva’. Come anche il sentimento o la sensazione di essere stranieri, estranei, esiliati, estromessi sono ancora indici di una presenza che ‘si cerca’ o, più opportunamente, di un’assenza in cerca di asilo.

In senso pieno, siamo presenti in patria, non in terra straniera. All’estero, le presenze che ci circondano parlano di altre cose in un’altra lingua. Non riusciamo distintamente ad essere presenti ad esse perché il loro appello, i loro cenni, i loro segnali ci raggiungono disturbati, e ce ne ritraiamo. È in questo genere di esperienze che capiamo meglio come e quanto la nostra presenza tra le cose e gli altri faccia problema. Anche la presenza di altri a noi non si manifesta tutt’intera nel suo apparire, ma si dona in una profondità irriducibile e inesauribile, in una distanza che, considerata nella sua radicalità, non è giusto giusto il contrario della prossimità. La percezione non si riduce alla somma delle impressioni sensibili che ci affettano, essendo il reale irriducibile ad una semplice giustapposizione di elementi: l’approccio del soggetto eccede sempre il dato. Devo sempre tener conto di uno sfondo sottratto alla percezione, ma che fa la profondità, la ricchezza, l’alterità della presenza di quel che è percepito: in una parola, la sua trascendenza. Il senso, in effetti, sembra risiedere proprio in questo ‘invisibile’ che, ad un tempo, è centro e orizzonte di ogni apparire.

Percependo tale distanza delle altre presenze, sottratte ad una cattura esaustiva, appare dunque la profondità, la ricchezza, la trascendenza possibile della realtà che ci circonda. Si ha l’impressione che il cuore dell’apparire di ogni realtà consista in un’ineliminabile e concomitante invisibilità. Verrebbe persino da chiederci con Foucault: «Veduti o in atto di vedere?» (Le parole e le cose, p. 19).

Quali parole e, ancora più a monte, quale logica può essere in grado di esprimere questa invisibilità che dischiude e consente la visibilità stessa delle presenze? Quali ostacoli si frappongono ad una comprensione esaustiva di tale dinamica? Sarà il tempo? E, se sì, in che modo il tempo ci è nemico? Esso è davvero la grande minaccia della presenza oppure il suo più stretto alleato? O non sarà forse colpa della morte? E in che senso?

È vero che il tempo e la morte tendono a cancellare ogni presenza. Ma, ciò nonostante, non si potrebbe pensare il contrario, nel senso che l’uno e l’altra possano accentuare una presenza proprio a partire dalla perdita, dall’assenza, dalla coscienza della separazione? Non è forse accaduto che la ‘morte di Dio’ abbia contribuito a liberare il senso autentico, cioè meno banalizzato e un po’ meglio velato del mistero? Come dire, insomma, questa benedetta presenza che si dà sempre in volumi di immane complessità?

Le parole – è vero – già segnalano taluni tentativi di esprimerla. Ma dire la presenza resta comunque una sfida, se non altro perché i segni linguistici sono sempre gravati dal sospetto di tradire o rinviare ancora ad altri segni in una catena di rimandi senza fine e senza finalità. C’è, tuttavia, una ragione ancora più profonda: il rapporto della parola alla presenza è un rapporto infinito, tant’è che cercheremmo invano di dire la presenza, già nel senso primo e quasi banale di esprimere quel che vediamo. Di solito, in una cronaca o in un racconto quel che si è visto non è né mai sarà mai presente in quel che riferiamo. È inevitabile un trans-loco dal momento che ciò che le parole dicono e tentano di mettere in scena è necessariamente altrove: anzi, neppure ‘qui’ tanto da non poter essere additato tramite immediati deittici. Vengono in mente le parole di Gesù: «nessuno può dire del Regno eccolo qui o eccolo là» (cf Lc 17,21).

L’ideale sarebbe parlare senza immagini, visto che ogni immagine segna di per sé la distanza dalla presenza, anzi la sostituisce. L’ideale sarebbe un parlare altrimenti, ma non nell’accezione tradizionale del parlare per allegoria. E come? E quale? Cioè con quale parola altrimenti possiamo attraversare l’abisso tra noi e la realtà, la fiction e il reale, il linguaggio e il mondo?

Il fatto è che la parola dà forma alla presenza. A tal punto che è difficile connotare o dire una presenza senza una parola che le dia forma. Anzi, ancor prima, la parola ci mette in presenza del reale perché nomina le cose. Ma cosa significa ‘nominare’?

Senza parola, nessuna presenza. Non solo, quindi, presenza della parola, ma anche parola della presenza; non solo presenza che ‘fa parola’ (dice) ma parola che ‘fa presenza’ perché la illumina e ne definisce i contorni (la determina) strappandola all’indefinito, al di qua e ancor prima di ogni commentario filosofico o teologico. Non, ovviamente, parola così ingombrante da rubare spazio alla presenza impedendole di mettersi in scena, ma parola che si ritrae al momento opportuno perché la presenza possa annunciarsi e manifestarsi per quella che è, vale a dire lasciando apparire una verità che non è detta, ma che avviene in quanto ‘presenza’. Di qui, la ragione per cui la parola dà prova di sé nella misura in cui lascia accadere la presenza. Fare la presenza è, dunque, il banco di prova del potere quanto mai pericoloso della parola, come sperimentiamo nelle innumerevoli e varie epifanie del quotidiano.

Coperta di indifferenza o lapidata dalla devozione, la Presenza eucaristica del Risorto sarà sempre una realizzazione della Parola. Ecco perché, attraversare la Parola con una certa competenza (ascolto) e senza forzature, ci rende capaci di vedere, o almeno di intravedere, nel pane e nel vino l’invisibile, ma reale Presenza del Risorto.

P.S.: Carissima, il libro citato di M. Foucault andrebbe ovviamente letto tutto.

FILOSOFIA NARRATIVA RELIGIONE

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