THE CONFERENCE-MAN

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“Oggi, ore 18.30, presentazione del libro La cura del cuore. Sarà presente l’autore per firmarne le copie” annunciava un cartellone visibile in ogni area del centro commerciale. In bella mostra la variopinta copertina, con un cuore stilizzato che si trasformava in un arcobaleno. Sopra il titolo il nome dello scrittore: Fausto Pelagatta. Sotto l’illustrazione il nome dell’editore, uno qualsiasi nell’atomizzazione vissuta dal mercato editoriale negli ultimi decenni: Bibliofanie.

Dall’intestazione delle locandine si capiva che l’evento si sarebbe svolto presso la Mississippi, piccola libreria interna ai grandi magazzini.

Là dentro era già tutto pronto sin dalle cinque del pomeriggio. Gli spazi erano quel che erano, ma la libraia, con una spostatina di scaffali di qua, una sistematina dei tavolini di là, riusciva sempre a ottimizzare al massimo l’area calpestabile. La presentazione si sarebbe svolta nella saletta in fondo. La libraia, aiutata dalla dipendente, era riuscita a creare una zona confortevole per almeno venticinque persone sedute, più una decina o più in piedi, nel caso la partecipazione fosse stata superiore alle statistiche. Aveva disposto le sedie pieghevoli, cinque per ogni fila, rivolte a una vecchia cattedra riverniciata, bucherellata da generazioni di tarli, dietro a cui si sarebbe accomodato il Pelagatta. Sul pianale della cattedra era stato incolonnato un numero di copie del libro sufficienti alle vendite previste, e qualcuna in aggiunta per sicurezza.

Poco dopo le sei postmeridiane, cominciarono ad affluire, per quanto timidamente, i primi clienti, anche se, a dirla tutta, quelle due o tre signore già piuttosto agé, gravate da sporte ripiene di generi di prima necessità, davano più il senso di diafane entità capitate lì per caso, che avessero cercato il primo luogo utile dove dare breve tregua alle caviglie gonfie e alle falangine indolenzite. A ulteriore conferma, lo sbuffo di sollievo che emettevano nel momento in cui, abbandonate alla forza gravitazionale, sentivano i propri voluminosi siedisopra, avvolti da fantasie floreali, trovare il sostegno a lungo bramato nell’imbottitura dei sedili, che a loro volta rispondeva a quella improvvisa sollecitazione con uno sbuffo simil-flatulente.

Le madamine si sedettero alla massima distanza consentita l’una dall’altra, come a voler scongiurare anche il minimo approccio con le poche altre anime presenti. Reclinarono tutt’e tre la testa un po’ all’indietro, in perfetta sincronia, puntando lo sguardo vitreo verso un punto imprecisato del controsoffitto in polistirolo, a bocca semiaperta, dalla quale, di tanto in tanto, pareva uscire come una specie di sibilo, o flebile rantolo, quasi del tutto impercettibile.

La vedova Ardigò era già quasi bell’e accoccolata tra le accoglienti braccia di Morfeo, un rivolo di bava le cominciava a scivolare giù per un angolo della bocca (quello era l’immancabile effetto che le facevano le escursioni termiche dalla calura esterna al refrigerio dell’aria condizionata), quando una voce gentile ma ferma la recuperò dal primo sonno: “Lei è molto che segue Pelagatta?”.

La Ardigò spalpebrò a fatica verso l’inattesa presenza al suo fianco, neppure distinguendo, sulle prime, se fosse concreta o trasognata. Dovette ciancicare per un bel pezzo la dentiera prima che un gettito di saliva tornasse a consentirle una fonazione non eccessivamente allappata: “Chi?” domandò, ancora inebetita.

“Pelagatta,” ripeté pronta la donna che le si era seduta vicina, a tradimento, tanto che lei sonnecchiava, “Lo scrittore che tra poco viene qui a presentare il suo ultimo libro. Fantastico! Io lo adoro!”. L’entusiasmo aveva reso la sua voce squillante, sebbene una coloritura più bassa sembrasse continuare a strozzargliela un po’. “È davvero un grande conoscitore dell’animo umano. Ho letto tutto, di suo. Quest’ultimo – così mi hanno detto – parla di come recuperare una piena gioia di vivere nonostante l’età, nonostante lutti recenti, nonostante la solitudine. Ma questo lo saprà molto meglio di me, se anche lei è una sua fan accanita”.

Ora la vedova Ardigò pareva riprendere contezza con maggior rapidità: “Spiega come si fa a stare bene pure quando si sta soli come cani? E ci azzecca?”

“Garantito al limone! Pelagatta non sbaglia mai” replicò la donna, finendo di tesserne le lodi, prima di chiedere venia e assentarsi momentaneamente, lasciando la Ardigò in uno stato cogitabondo. Nel frattempo qualcun altro si era aggiunto, all’interno della saletta. Avevano l’aria di essere lì per caso, convinti dalle locandine sparse in giro magari, per ammazzare il tempo o roba del genere. Avevano facce titubanti, come di chi non abbia grande dimestichezza con quel genere di eventi.

Il rag. Bianchi non aveva mai molto da fare fuori dagli orari d’ufficio. Gironzolava qua e là aspettando le sette di sera per ritirarsi a preparare il pasto monodose. Non era perciò infrequente che si imbucasse a manifestazioni varie e stesse lì a guardarsi intorno con l’incertezza di un grande diabetico dentro una pasticceria. Capitò sedia contro sedia con un un tizio spigliato, pesanti occhiali a specchio sopra il naso, una camicia sgargiante abbinata a dei bermuda a pallini. Bianchi non fece in tempo a sedersi che già quello gli dava di gomito: “Ehi, fratello, anche tu qui? Fatto bene a venire, sai?!”.

“Ci conosciamo?” gli chiese il rag. Bianchi un po’ smarrito, anche se il tale dava l’impressione di non aver neppure udito la domanda.

“Uau! Sono stragasato di conoscerlo dal vivo, finalmente. Quel Pelagatta è un manico! Ho mollato lì tutto quello che tenevo da fare oggi e sono corso. Non me lo sarei perso per nulla al mondo. Tu pensa che in questo ultimo libro insegna per filo e per segno come far su una squinzia, metodo infallibile! Io a lui credo ciecamente, il suo manuale su come farsi il fisico senza fatica m’ha svoltato la vita”. Malgrado la naturale ritrosia del ragioniere, l’invadenza dello sconosciuto non pareva infastidirlo più di tanto. Anzi, man mano che quello proseguiva a decantare le meraviglie che avrebbe trovato nel volume di fresca stampa, il suo silente ascolto appariva carico di sempre maggior coinvolgimento, “E poi del resto, anche a dei vecchi tombeur de femme come noialtri, qualche nuova dritta nel campo dell’acchiappanza non fa mai male” non faceva che ripetergli il tizio dagli occhiali a specchio, sgomitandolo ammiccante.

Vicoforti era sempre stato un uomo possente, non aveva mai avuto paura di nulla. Era sempre stato uno sportivo, aveva sempre amato le scampagnate, il jogging e saltare la cavallina ogni qual volta ne avesse l’opportunità. Poi era successo… il patatrac. Le troppe Marlboro, i troppi bagordi, le troppe ore piccole, i troppi grassi saturi. Era passato manco un mese da quando era andato in pensione e proprio sul più bello, quando finalmente aveva tutto il tempo libero che aveva sempre desiderato, ecco che, con una tempestività invidiabile, gli era preso un mezzo coccolone. Rallentare i tempi, si era raccomandato il medico di famiglia. Ormai Vicoforti stava sempre attaccato al braccio della moglie. La seguiva ovunque, come un cagnolino o una borsa a tracolla: al bar con le sue amiche, a fare la spesa, pure in quei pallosi pomeriggi culturali in cui lei adorava fiondarsi, non appena ne trovava notizia sul giornale. Si sistemarono a metà del plotone di sedie.

Passò poco perché un profumo dolciastro gli aggredisse le narici. Si voltò alla sua sinistra e, a una sedia di distanza, notò una signora dai capelli scalati e dall’abitino a svolazzi. Ok, aveva le ossa un po’ grosse e i tratti un po’ troppo squadrati per i suoi gusti, per non parlare del trucco pesante, da buoncostume, ma tutto sommato quella vista seppe lo stesso risvegliare in lui l’inveterato donnaiolo. Neppure dovette fare lo sforzo di attaccare discorso (di nascosto dalla consorte possibilmente, che era impegnata a dar sfoggio delle sue ultime letture con un’anziana seduta nella fila davanti), perché fu lei a rivolgergli la parola per prima: “Sono venuta giusto per curiosità, sa? Per vedere l’autore dal vivo, anche se io in effetti questa sua ultima fatica l’ho già letta”. Aveva una voce bassa, sensuale, da tabagista.

“Sì? E di che parla?” chiese Vicoforti, improvvisamente interessato all’argomento.

“Salute”.

“Salute a lei!” ribatté Vicoforti, sempre più gioviale.

“No, ma che ha capito? Il libro, dico, parla di salute. Cardiofitness. Ha presente? La ginnastica per rimettere a posto il cuore. Da qui il titolo… Teoria e pratica sui migliori esercizi per riavere un cuore da cavallo in brevissimo tempo. Sa, a me piace tenermi in forma…”

“Si vede, si vede” osò complimentarsi il vecchio tanghero, facendo tanto d’occhi. Anche se quelle calze color carne che le avvolgevano le lunghe gambe erano troppo spesse per permettergli di lustrarcisi lo sguardo a sufficienza.

“La lettura di questo libro mi ha aiutata moltissimo nel ritrovare il pieno benessere… Consigliatissimo anche per chi vuole rimettersi dagli acciacchi e ritornare più pimpante di prima. Scritto con una prosa brillante. Davvero una piacevole lettura, anche per chi non ama leggere”.

A quel punto Vicoforti pendeva dalle sue labbra imbellettate. E continuava ad ascoltare quella sua voce da letto completamente incantato, almeno sino a quando la moglie, accortasi della troppa dimestichezza che andava instaurandosi tra i due vicini di posto, non scaraventò una manata dietro la nuca dell’ex-sottotenente della Folgore a riposo, a rischio di fargli saltare il pacemaker. Questo bastò a farle capire che non era più aria. Quindi si alzò, degnando di un ultimo ammicco il dolorante Vicoforte, e si defilò con stile.

Passò poco perché una signorina dall’apparenza più giovane, acqua e sapone, con una setosa frangia che le copriva la metà superiore del volto e un vestito castigato addosso, da collegiale, si mettesse a sedere poco più in là di Margherita.

Margherita non era andata in libreria appositamente per il firmacopie. Neanche sapeva chi fosse quel Pelagatta, per dirla bene. Per pura combinazione, capitava proprio nel pomeriggio infrasettimanale che lei era solita occupare immergendosi nei nuovi arrivi della sezione “romance”, lì alla Mississippi, dopo essere passata dal negozio di musica ad acquistare l’ultimo cd di Mengoni, o chi per lui. Già che c’era, cortesemente sospinta dalla libraia, si era convinta a sostare qualche minuto nella zona delle presentazioni.

La signorina vestita da collegiale le accennò un salutino. Vincendo la sua timidezza, Margherita ricambiò. La giovane le fu subito addosso, pur mostrando di non volersi prendere eccessive libertà: “Vedo che anche tu, come me, sei una romanticona,” attaccò, dopo aver sbirciato i titoli dei romanzi che Margherita aveva appena afferrato dal suo scaffale preferito: Il demone della passione, Per sempre tua, Amore irraggiungibile. “Allora qui hai trovato pane per i tuoi denti, mia cara”. Margherita faticava a capire, “Sì, Fausto Pelagatta scrive storie d’amore davvero stupende. Non me ne sono persa una. Lui sa mettere a nudo i sentimenti come pochi altri. Ha… ha un tocco femminile, ecco”. Margherita appariva sempre più incuriosita, “Dicono tutti che La cura del cuore sia il non plus ultra, da questo punto di vista. Parla di un innamoramento contrastato, una ragazzina che si invaghisce di un uomo più adulto, che ha già una famiglia, dei figli, ma che non ci pensa due volte ad abbandonare tutto e seguirla verso il destino combattuto che li attende, perché l’unica cosa che abbia veramente importanza ormai è il loro legame, indissolubile”. L’ultimo aggettivò lo sillabò, muovendo spasmodicamente le labbra sottili.

“E ci sono anche delle scene… piccanti?” le domandò Margherita, sottovoce, mentre le guance le si facevano color porpora.

“A-ah! Brava ragazza!” si congratulava la vicina di posto, palpandole educatamente l’avambraccio, “In fondo senza quello non c’è gusto… beh, non ti preoccupare, nella descrizione di amplessi focosi Pelagatta è insuperabile,” poi, proseguendo più a bassa voce, “certe pagine, nei suoi romanzi, sanno davvero come… scuoterti le ovaie…”. Le due ragazze risero d’intesa.

Intanto, il sempre più atteso protagonista del firmacopie ancora non si vedeva. Sembrava volersi far desiderare, benché la sua scarsa notorietà a rigor di logica non glielo permettesse. Comunque, nessuno nella saletta se ne dava particolare pena, impegnati com’erano a confabulare tra loro a mezza bocca.

Era il caso del prof. Gregorio H. Lanzavecchia, per esempio, che aveva aperto da qualche minuto un piacevole quanto fruttuoso confronto con l’uomo in completo a scacchi e farfallino che si era ritrovato a fianco. Il prof. Lanzavecchia si rammaricava di non conoscere ancora lo scrittore che di lì a poco avrebbe dovuto fare la sua apparizione, tanto magnificato dal facondo interlocutore: “Un erudito come lei che non ha mai letto Pelagatta? Si vede subito di che stoffa è fatto, sin dalla prima occhiate. Lei è persona dalle raffinatissime frequentazioni letterarie, questo lo do per certo. Ebbene, un lettore tanto esperto non posso credere che voglia mantenere una gravosa lacuna come questa”.

“Lei dunque mi dice che questo Pelagatta vale la pena?”.

“Vale la pena, dice lei? Altroché, altroché. Vedrà quanto mi ringrazierà per lo spassionato consiglio. Questa si tratta della più alta letteratura, signore mio. La cura del cuore. Senta già dal titolo allitterante, dall’uso della catacresi. Quest’opera pelagattiana si inserisce a buon diritto nella categoria di opera-mondo, come concepita dal compianto critico Harold Bloom. Uno stile mirabolante, sperimentale, a tratti joyciano, una trama semplice, ma capace di introdurre elementi fondativi, filosofici, fortemente ancorati all’eterna esperienza umana. Un’abilità nello scandagliare le ragioni più recondite dell’animo a dir poco impareggiabile. Non se lo lasci sfuggire, mi dia retta. Le parlo di una nuova pietra miliare nella storia della letteratura nostrana”.

Il vecchio professore annuiva, tirando generose boccate da una sigaretta elettronica che restituiva all’ambiente dense nuvolaglie dall’odore vanigliato.

De Bartoli Mariuccia s’era posizionata in primissima fila. Lei non aveva paura di fissare occhi negli occhi l’ospite d’onore del pomeriggio. Lei era una presenzialista. Era abituata alla prima linea, come un avanguardista sul Carso. Lei non si perdeva alcun evento: dibattiti pubblici, reading, vernissage, inaugurazioni di mostre di origami, assaggi gratuiti di formaggi stagionati, saggi di danza in età scolare. D’estate purtroppo gli eventi languivano miseramente. Dunque… ben venga il firmacopie di questo Pelagatta! – si era detta Mariuccia, passando davanti a uno dei cartelloni disseminati di fronte all’uscita del salone da parrucchiera. Ora stava là, con quel suo naso a punta e i quattrocchi esagitati rivolti verso il palchetto vuoto, nell’attesa che qualcuno finalmente lo riempisse. Almeno sino a quando la pressione di un paio di dita sulla spalla destra non la distolse da quello stato di suspense. Si voltò di scatto. C’era questo giovanotto allampanato, con una camicia hawaiana, degli occhialini dalle lenti rosate e dei buffi baffetti all’insù: “Pardon… Buon pomeriggio… Non era mia intenzione disturbarla… È solo perché ho appena saputo che, se acquista una copia del libro, questo le dà il diritto a un posto riservato per la prossima presentazione del libro fotografico della La Daddy’s, l’influencer, che si terrà qui tra meno di un mese…”.

“Davvero?” saltò subito su De Bartoli Mariuccia, come una molla, “Alla presenza dell’autrice?” si sincerò.

“Come no!” confermò il tizio, “Ci sarà La Daddy’s in persona, con buffet finale, per giunta! È una notizia tanto entusiasmante che mi sembrava giusto condividerla” e chiosò con un sorriso garbato.

Non si capiva quale delle due lampadine accesele in testa brillasse di più: se quella della presenza della La Daddy’s o quella del buffet a libera consumazione.

“La ringrazio” replicò De Bartoli Mariuccia, mal celando l’euforia per la buona novella, mentre già pregustava i selfie abbracciata alla La Daddy’s, da postare su Instagram, e i mangiarini ai gamberetti da ficcarsi in gola tre alla volta.

Gli ultimi posti disponibili furono occupati da un esercito di corpulente massaie, che, mentre si trovavano addensate nel reparto carni dell’adiacente supermarket, a scegliere quale pezzo cucinare per cena, se il girello o la scottona, avevano casualmente intercettato le parole urlate nel microfono del proprio cellulare da una matrona larga di fianchi, con un abito che le cascava addosso come una tenda da tinello: “Sì, ti ho detto, stasera torno un po’ dopo, mi fermo a sentire la presentazione del Pelagatta, qua alla libreria del centro commerciale. Comincia a breve. È un libro che non mi voglio perdere. La cura del cuore: duecento ricette per preparare le frattaglie nelle maniere più appetitose. So che è il tuo piatto preferito, cocchino. Per quello mi informo. Porta pazienza, che quanto rincaso ti faccio un bel rognone. Al bacio!”.

Le signore lì presenti, tutte quante, avevano raddrizzato le orecchie proprio come quelle che ornavano i lati delle teste di porco messe in fila nella vetrina della macelleria. Si erano sbrigate a finire la spesa per correre ad assicurarsi una copia cadauna del prezioso ricettario.

Mentre quelle abbattevano i loro culoni ben nutriti sulle povere seggiole, proprio in quel momento faceva finalmente il suo ingresso Fausto Pelagatta, scrittore, autore di La cura del cuore. Era di media statura, un volto anonimo, vestiti standard. Una di quelle persone che le vedi una volta e già te le sei dimenticate.

Arrivò un po’ trafelato, mentre ancora si aggiustava la camicia, infilandola per bene dentro l’orlo dei pantaloni. Fece un breve cenno di saluto alla saletta gremita e si sedette di fronte a tutti, dominandoli con lo sguardo miope. Il suo lavoro fu semplice. Non dovette parlare granché, anzi, si sentiva condizionato ad asciugare al massimo il proprio intervento per via della pressione che si percepiva addosso. I presenti erano già tutti convinti, ulteriori tentativi di blandirli apparivano pleonastici. Non avrebbero fatto che innervosirli. Ognuno di loro voleva solo più agguantare la propria copia autografata e portarsela a casa, senza troppi giri di parole.

Fu quello che fece Pelagatta. Si mise a scribacchiare brevi dediche nella pagina bianca all’inizio di ogni libro per poi affidarli uno per uno alle mani tese che spuntavano dalla lunga fila che si snodava davanti alla scrivania tarlata.

Mezzi inchini, strette di mano. Alla fine, in prossimità dell’orario di chiusura, quando ormai la folla di lettori felici era scemata, anche Pelagatta si preparò ad andarsene. Uscì dalla saletta e andò a riprendersi la grossa valigiona zeppa di vestiti e accessori vari, che aveva appoggiato dietro alla cassa.. Fece fatica a sollevarla, mentre camminava doveva aiutarsi con la spinta del ginocchio per riuscire a trasportarla. “È andata bene, no?” lo salutò la libraria, mentre l’autore già infilava l’uscita.

“Benissimo e… grazie di tutto!” si stava accomiatando il Pelagatta, prima che la donna lo fermasse con un’ultima curiosità: “Mi scusi, sa, ma con tutto questo trambusto ancora non sono riuscita a capire il suo libro di che cosa parla…”.

E il Pelagatta, massaggiandosi dolcemente la mascella con la mano libera: “Mmm… beh, dica una cosa a caso…”.

FILOSOFIA NARRATIVA

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