SESSO SENZA SENSO PERCHÉ (COME IL LUSSO) SENZA PROBLEMI

La-“peor”-foto-de-Marilyn-MonroeTOMMASO FRANCI

Il sesso fa parte della natura – e io seguo la natura.

(Marilyn Monroe)

Nel 2001 il ventinovenne statunitense David Jay ha fondato online il movimento AVEN: Asexual Visibility and Education Network. L’obiettivo sarebbe quello di far includere gli asessuali intesi come frigidi o coloro che non hanno impulsi sessuali (stimati, fra maschi e femmine, attorno all’1% della popolazione mondiale), all’interno delle opzioni sessuali riconosciute (etero-, omo-, bi-, trans-); un’opzione negativa, per così dire. Si tratterebbe del riconoscimento sociale di una condizione naturale; all’insegna dell’inclusione e del rispetto. Si tratterebbe d’integrare ulteriormente i cosiddetti diritti umani.

Un lustro prima, il russo Yuri Nesterenko ha fondato l’International Antisexual Movement, con il motto “Say No to sex” ed argomentazioni riconducibili, seppure in una prospettiva atea, a quelle filosofico-religiose tradizionali sulla virtù della castità: la tentazione, causata dall’istinto naturale per un verso e dai bisogni socialmente indotti per un altro, innegabilmente c’è ma va combattuta in nome di un uomo, avrebbe detto Pico della Mirandola, artefice del proprio destino e non succube di fattori alienanti – «una macchina io stesso che obbedisce» poetava Sbarbaro in Esco dalla lussuria.

A prescindere dal fanatismo e addirittura dal razzismo che paiono ascrivibili a Nesterenko, questa seconda modalità di critica al sesso risulta fra le due l’unica perseguibile. La prima, infatti, non è una critica. Corrisponde all’agnosticismo in religione. Ammesso che in natura vi siano asessuali (non nell’accezione di “privo di organi sessuali differenziati” – la parola esatta sarebbe altrimenti “asessuati” – ma di “privo d’impulsi o interessi sessuali”), costoro non per questo s’impegneranno a vantaggio di un’umanità emancipata dal sesso (idem gli agnostici per quanto riguarda Dio); rivendicano semplicemente il diritto a non essere discriminati. Che poi ciò abbia effetti emollienti rispetto al nostro pansessualismo o erotomania, non dipende dall’asessualità.

Bisogna, per criticare attivamente il sesso, dirci anti-sessuali, circoscrivendone però con cura le modalità ossia assegnandoci un obiettivo. Obiettivo: migliorare l’umanità; avvicinare l’uomo all’umanità. Utopia, certo; ma non vuota retorica. Qualunque nostra iniziativa, per quanto fallimentare, è infatti già indirizzata a questo. Ufficialmente, pubblicamente, istituzionalmente cos’altro fanno o dicono tutti i giorni politici, scienziati, insegnanti e perfino imprenditori sedicenti illuminati?

Per migliorare la condizione umana o avvicinare l’uomo all’umanità intesa in una qualche ottica condivisibile, suggerisco di renderci il meno possibile violenti; cioè il più possibile ragionevoli e sensibili; vale a dire, d’impattare il meno possibile sulla materia; in una sorta d’epochè valevole da massima considerazione della materia stessa.

Il sesso – focalizzarcisi – è sbagliato perché d’ostacolo a tal fine, giusta la caratterizzazione del sesso come violenza nel noto saggio di Bataille sull’erotismo. Ingiusto, però, sacralizzarlo quale mezzo della vita per morire alla frammentarietà individuale ed aprirsi ad un’unità superiore e trascendente. Ciò potrà anche accomunare, in una medesima tragica illusione, sacralità ed erotismo (se per Bataille sesso è violenza, impossible a questo punto non citare, a chiusa di sillogismo, La violenza e il sacro di Girard) ma lo fa all’insegna dell’irragionevolezza. Quella, ontologica e che prescinde da illazioni spirituali e antropologiche, comune ad ogni azione. Il sesso è violenza perché azione. Anche il respiro è azione e anche il respiro (o il battito cardiaco) è violento o irragionevole con la sua urgenza e perentorietà. Nonostante possano considerarsi, respiro e sesso (o il battito cardiaco), le azioni o anche i lavori meno azioni o lavori che ci siano; in quanto autonome, fine se stesse, a circuito chiuso o uroboriche e con ciò relativamente innocue. Ma comunque azioni: ciak, si gira… Con il taglio del ciak espressione della medesima immediatezza della ghigliottina.  

Quanto appena concesso, in termini d’autosufficienza, a sesso e respiro è perfino un’esagerazione (il respiro non è certo autonomo: abbisogna d’organismo, d’aria ecc.), ma ci serve per precisare che l’anti-erotismo non va inteso come eliminazione assoluta del sesso nell’uomo. Sarebbe impossibile (a parte, forse, nell’1% degli asessuali…) quanto eliminare il respiro o il battito cardiaco o il lavoro nel senso proprio della fisica. L’anti-erotismo va inteso come critica al sesso quale valore sia pure negativo.

Il sesso c’è, è ineliminabile – al pari del consumo o della morte – ma non va considerato un valore. Non si può vivere senza consumare o morire; ma da questa inevitabilità non segue la necessità del consumismo o dell’omicidio. Non si può vivere senza sesso (non solo per quanto riguarda la riproduzione della specie ma anche, ad esempio, per motivi di salute psicofisica); però, da questa inevitabilità non segue la necessità di valorizzarlo quanto, sia in positivo che in negativo (con la tradizione della sua peccaminosità), lo si valorizza. Fino – da un lato – all’abominio dello stupro e – dall’altro – a quello d’abominio, perché con la “credenza” sempre di violenza o mancanza di ragionamento si tratta, della divinizzazione (Afrodite); passando per gli amori cortese e romantico, amori senza sesso siccome giudicato non troppo in basso ma incommensurabilmente o misticamente in alto.

Il sesso andrebbe ritenuto un fatto empirico, una contingenza biologica. Ma – nel ricordare che c’è estetica o modo e modo anche nel bere un bicchier d’acqua – bisognerebbe in linea di principio dedicare la nostra vita ad altro. Dedicarla al respiro – per quanto vitale esso sia – conduce all’Om, non ad Einstein. Scontiamo inoltre una tradizione bimillenaria che, dopo essercisi incentrata così tanto, da Saffo a Freud a Elvis, rende oggigiorno il sesso uno degli argomenti più noiosi o stupidi su cui intrattenersi; a meno che questa non sia un’astuzia della ragion politica all’interno delle manovre d’impedimento della rivoluzione ecologica.     

Conclusione: il sesso oggi non ha senso né storico né ideale o progettuale. Gli resta un senso naturale, certo; ma la natura è, per definizione o biologicamente, senza senso.

Ora, cosa c’entra tutto questo con la lussuria? Moltissimo. Si può fare sesso senza erotismo, senza cioè una dimensione estetica apprezzabile, e si può essere erotici (sexy) senza lussuria (senza passare al sesso e/o senza considerare l’erotismo un valore). In ciò che prima abbiamo chiamato, approssimando, anti-erotismo – ma non siamo noi a confondere sesso, eros o seduzione e lussuria: l’ontologia stessa dei fenomeni a cui i tre termini si riferiscono è caratterizzata da una simile con-fusione – comprendevamo, in una svalutazione proporzionale al riconoscimento della loro inevitabilità, sia il sesso (la cosa), sia l’erotismo (la forma o semiosi), sia la lussuria (l’assiologia). Volendo, potremmo precisare che la lussuria sta all’erotismo come l’ideologia all’idea oppure – con minore perspicacia – che si tratta dell’esercizio sessuale di quell’uomo il quale, pur restando necessariamente uomo, fa l’animale (è sempre l’uomo che fa l’animale…) o si abbruttisce (credendo magari d’estetizzarsi).

Svalutando la lussuria – ma riconoscendone pure il grado d’inevitabilità, secondo una prospettiva naturalistica contraria per esempio a Baudrillard secondo cui la seduzione, lussuriosa nella sua alienazione data dall’intemperanza non foss’altro nei confronti della propria autonomia, riguarderebbe unicamente la sfera dell’artificio, del segno e del rituale – ci riferiamo non solo a chi la celebra ma anche a chi la consideri vizio. Un po’ come, a proposito di Dio, si può criticare il fatto stesso che se ne parli – dandogli con ciò importanza, a prescindere che lo si faccia in positivo (i credenti) o in negativo (gli atei).

Facciamo un’ipotesi irrealistica, perché troppo sbilanciata a favore della sessualità: che, se criticabile a partire da un’ipotesi del genere, lo sarà tanto più nella normalità. Ipotizziamo che idealmente sesso e lussuria (sessocentrismo) non siano forieri di malattie, gravidanze indesiderate, stupri, conformismo, prostituzione. Si potrebbe dire: perfetto! Ma sarebbe un errore, quanto lo è la perfezione. Sesso e perfezione – e ogni lusso vissuto come tale, cioè con mente irresponsabile o autoriferita – non sono qualcosa da Socrate o da Wittgenstein; non socratizzano, wittgensteinizzano, non umanizzano l’uomo; e proprio perché senza problemi.

Abbiamo problemi con il sesso perché abbiamo difficoltà a gestire ciò che è costitutivamente senza problemi. Con la lussuria proviamo, fallimentari, ad ovviare ad una simile condizione stordendoci con le quantità e soprattuto tendendovi, desiderandole. In un movimento che è falso movimento perché senza processo dialettico: «Luxe, calme et volupté»…

La differenza tra discorso o logos e sesso (o lusso: se la depénse è autoderesponsabilizzazione nei confronti del mondo), sta nel piacere. Il piacere – da intendere in un senso così lato che comprenda l’intuizione matematica come l’amor Dei intellectualis o il «semplice lume» di Dante – è aproblematico: senza logos perché senza oikos. La differenza tra logos e eros sta nell’aproblematicità. Se ti fai un problema non puoi, nel mentre, fare esperienza del lusso. Aristotele: durante l’orgasmo è impossibile pensare (anche durante lo shopping…). Ma prendiamo pure le fasi non orgasmiche della sessualità. In queste c’è comunque aproblematicità: se-ducere è “condurre in disparte” – non importa, poi, se questa “parte” o “astrazione” o mancanza di oikos sia Dio o lo smartphone o un colpo di fulmine (o di tosse); se sia petting o la concentrazione di certe procedure matematiche (ragionare non è concentrarsi su un punto ma scioglierlo, indagarlo, relazionarlo).

Se non lo si vuole caratterizzare come piacere, si tratta pur sempre di fare – un calcolo, una digitazione, uno slancio verso Dio o un’altra persona. Quando per essere uomini alla Socrate o Wittgenstein – per essere sapiens e non faber – bisogna non-fare, bisogna il più possibile non-essere. Il non-architetto Wittgenstein che si mette a fare l’architetto non costituisce ma decostruisce la casa nella misura in cui, a differenza dell’inquilino medio, s’incarica di conoscerla approfonditamente: leggi suntuarie dovrebbero indirizzarsi a quest’etica epistemica del genere, à la Thoreau o Rousseau…  

Non si ha sesso senza essere. Non solo perché un essere deve risultare causa del sesso. Ma perché il sesso stesso è, accade, s’impone e con ciò fa violenza. Socrate, Wittgenstein, una partitura di Puccini, un’interpretazione della Callas, un colpo di scalpello di Michelangelo, la teoria della relatività, tendono a non essere. Criticano autocriticandosi – da qui il conflitto delle interpretazioni. Si affermano negandosi il più possibile. Mettendosi in discussione il più possibile. La teoria della relatività non dice: le cose stanno così. Dice: siamo arrivati fino a questo punto della storia, del dialogo; adesso tocca a te proseguire. Infinitamente. Con differimenti continui. Senza giungere mai al dunque. Senza mai toccare, finire, soddisfarsi. Senza onto-gnoseologie da coup de foudre od orgasmo come, in matematica, quella del passaggio “miracoloso” da un numero all’altro, dell’ostentazione indicale nella dimostrazione e, anche al di fuori della matematica, come quella del digitale. Lussuriosa è la trascuratezza per il resto o disavanzo della realtà: per l’inemendabile, l’irriducibile, per qualcosa come il (non) calcolo infinitesimale o il metodo di (non) esaustione.

Il sesso dice, ridice, ripete, echeggia l’essere – e basta (potremmo dire, non scadessimo troppo nella volgarità, che ne è la scoreggia); corrispettivo onto-antropologico di quello che in retorica diremmo il pleonasmo della tautologia (in una saturazione valevole anche da definizione della pornografia). È insomma, letteralmente, stupidità. Come un sasso. O un atto notarile – la parola impiegatavi non essendo logos, essendo acritica. Chi vuole il sesso, vuole il sasso o l’atto notarile; vuole ridurre a questo l’umanità. Chi lo negasse assolutamente, invece, crederebbe di poter vivere in un mondo senza sassi! Il cristianesimo, oppostosi all’erotismo più come s’è opposto all’islam di come s’opponga all’ateismo, non lo nega assolutamente (niente inferno, niente paradiso), mirando piuttosto a sostituirvisi, quando non ad utilizzarlo per giustificarsi; operando comunque sullo stesso terreno della violenza antidiscorsiva.

«Si dice che il sesso sia una forma di litigio, perché l’essenza del desiderio è diverbio e la sua natura è contraddittoria. Perciò le percosse fanno parte del sesso». Qui, nel Kamasutra, la “natura contraddittoria” della sessualità non è quella – innocua, da “nulla di fatto” – del logos o di Socrate. Ma quella della guerra, della violenza («fate l’amore e non la guerra» è quindi quantomeno eterogenesi dei fini, senza considerare che si tratta pur sempre di “fare” e che proprio questo avrebbe dovuto essere il questionato). E l’essere è violenza o imposizione, posizione (le posizioni del Kamasutra…), costrizione ecc.

La contraddittorietà del sesso non è quella dia-logica, virtuosa proprio perché non violenta, entro una conoscenza che sia essenzialmente conoscenza o valutazione di dialogicità. Il contraddire del sesso – come della guerra o del “si passa dalle parole ai fatti” – è un contro-dire; un andare contro al dire, al logos; è passare giustappunto ai fatti (il Dio-logos è un fatto – e impedimento di ogni altro logos). Ogni colpo pelvico è un colpo. Uno sparo. Ogni mossa è un’affermazione. Ogni affermazione, a prescindere dall’inevitabilità dell’affermare, stupidità. Per questo la guerra, la distruzione, è male (e il male, male). Perché stupida; e stupida perché (af)ferma. Confonde la realtà con la verità. Crede che la realtà sia vera. O valida. Che i fatti – i propri fatti, i fatti prodotti dalla propria violenza – siccome sono, siccome esistono, siccome uccidono o causano l’irreversibile (la nascita di un bambino, che è la vera lussuria in quanto, si pensi alla madre di Hitler, butterfly effect esasperato), abbiano allora valore e giustificazione. Ma – fallacia naturalistica docet – non hanno nessun valore umano. Sono unicamente brutalità. Perché sono unicamente.

Ogni colpo pelvico – eseguito, senza problemi, senza auto-contraddirsi, una volta per sempre – è un attentato all’intelligenza, un’irrevocabilità, una morte. Bisogna andare al di là del principio di piacere (e del piacere del principio…); oltre i residui dualistici di Freud con Eros “pulsione di vita” e Thanatos “pulsione di morte”. Ogni pulsione – ivi compresi pulsanti e pulsazioni, a cominciare da quelle del nostro cuore… – vale umanamente da morte. Se la puls(az)ione è irrevocabile, irredimibile. Moriamo d’arresto cardiaco perché già ogni battito che ci tiene in vita è morte o disumano; se umanità è oltranzismo autocritico o tendenza al non-essere, a non pronunciarsi definitivamente (la “società chiusa” di Popper) ma artisticamente e scientificamente.

Per questo, l’inquinamento è umanamente assurdo: perché – come il lusso, altra sorditàè e per essere deve disinteressarsi dell’altro – cioè, paradossalmente, proprio dell’essere, delle sue condizioni, dell’oikos. Per questo, trascurando costitutivamente l’oikos o differenza, sesso e lussuria sono morte. Bisognerebbe far loro il funerale prima di morire – o continuare a non nascere – anche noi.

Endoxa FILOSOFIA

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