DAI SEX ROBOT ALLA DIGISESSUALITÀ: LE QUESTIONI MORALI DELLE NUOVE TECNOLOGIE SESSUALI

Immagine_Endoxa 2020MAURIZIO BALISTRERI

In Striking Vipers – un recente episodio della serie Black Mirror – due amici scoprono il sesso virtuale attraverso un fighting game che permette loro di immergersi nella realtà virtuale (VR) con l’avatar che preferiscono. All’inizio è il classico videogioco in cui i personaggi combattono e mettono KO l’avversario: ma la lotta corpo a corpo si rivela alla fine soltanto un pretesto perché i combattimenti, anche violenti, si trasformano presto in preliminari sempre più spinti che culminano in un rapporto sessuale. L’esperienza appare estremamente appagante, ma Danny e Karl sono sorpresi ed imbarazzati: uno è felicemente sposato con la sua fidanzata storica e l’altro, dopo la recente separazione, non pensa minimamente di impegnarsi in una nuova relazione e colleziona incontri occasionali. Non avrebbero potuto mai immaginare che un giorno avrebbero provato attrazione sessuale l’uno per l’altro o che fare sesso con un altro uomo sarebbe stato così emozionate e coinvolgente. Per questo motivo, proveranno a smettere (di giocare? di avere una relazione? di fare sesso?), ma nessuno dei due – già dopo la prima partita – sarà più capace di ritornare alla vita ‘normale’.

Alla fine dell’episodio lo spettatore resta con una serie di domande a cui non è facile rispondere: ad esempio, il fatto che si raggiunga il piacere attraverso un videogame giocando con un’altra persona può aiutarci a scoprire qualcosa di noi e delle nostre fantasie sessuali meno consapevoli? Quando il videogame è ormai un’ossessione, Danny e Karl sospettano di essere omosessuali tanto che alla fine decidono di baciarsi per provare a capire che cosa provano ‘veramente’. In genere, sarebbe ingenuo trarre conclusioni sul carattere, sulle disposizioni o sulla identità di una persona soltanto sulla base delle azioni che compie in una realtà virtuale o ad un videogioco: non è vero che più si gioca a videogiochi violenti, più si sviluppa una disposizione alla violenza. Altrimenti tutti i ragazzi che giocano a GTA o a Fortnite dovrebbero diventare degli assassini o criminali. Cambiano, però, le cose quando il gioco non consiste tanto nell’uccidere (ad esempio, investendo con la macchina pedoni innocenti o sparando all’impazzata sui nemici o la polizia), ma piuttosto nello stuprare bambini virtuali oppure nel fare sesso virtuale con persone consenzienti? Per quale ragione, poi, Danny e Karl dovrebbero pensare di avere un rapporto omosessuale se nel mondo parallelo della realtà virtuale Karl interpreta sempre una figura femminile (probabilmente il fatto che Karl scelga come avatar una donna ha a che fare con le sue fantasie)? Inoltre, il significato di quello che facciamo nella VR è importante anche per un’altra questione: se con il mio avatar faccio sesso con l’avatar di un’altra persona, sto tradendo il mio partner? Theo, la moglie di Danny, non pensa che quello che fa il marito sia un passatempo innocente: alla fine gli concede di giocare una volta al mese a Striking Vipers con il suo amico (amante?), ma in queste occasioni lei si sente in diritto di fare sesso con altre persone. Altri, comunque, potrebbero vedere le cose in modo diverso e pensare, ad esempio, che raggiungere il piacere con un videogioco oppure immergendosi in una realtà virtuale non sia equiparabile al tradimento, a prescindere dal fatto che il videogioco preveda altri giocatori e dall’identità degli avatar coinvolti.

L’episodio di Black Mirror è soltanto un esempio delle tecnologie sessuali che domani potrebbero arricchire il parco dei giocattoli sessuali e contribuire a fare crescere il fenomeno della digisessualità. Per digisessualità si intende la sessualità praticata da persone che hanno relazioni intime e che, al tempo stesso, raggiungono il piacere sessuale con o attraverso la tecnologia e l’intelligenza artificiale. Il rapporto con la tecnologia può essere esclusivo (come accade, ad esempio, quando si raggiunge il piacere con vibratori o fleshlight in un atto di autoerotismo) oppure la tecnologia può essere impiegata come strumento da due (o più) persone per raggiungere o intensificare insieme il proprio piacere. Nello spazio del piacere la tecnologia è entrata, in un primo momento, attraverso i più tradizionali giocattoli del sesso (sex toys) e le bambole (dolls), e, negli ultimi anni, attraverso i robot del sesso e la realtà virtuale: in futuro poi qualsiasi tecnologia progettata per migliorare l’esperienza sessuale o la sessualità (stiamo parlando di sextech) potrà essere controllata a distanza, grazie alla connessione wifi. Queste tecnologie vengono a volte percepite come una forma di perversione o disturbo sessuale, ma rappresentano una risorsa importante per le persone che soffrono di ansie sociali o che preferiscono esprimere e vivere la loro sessualità senza avere contatti o relazioni con altri individui. Qualcuno potrebbe ricorrere alla tecnologica semplicemente perché non può avere rapporti sessuali con altri esseri umani, perché ha fantasie sessuali troppo stravaganti e pericolose o semplicemente perché desidera esplorare nuove forme di piacere sessuale o amplificarlo. Le stesse tecnologie – dai sex robot alla realtà virtuale passando per i tradizionali giocattoli sessuali – potrebbero poi essere impiegate per ravvivare un rapporto che si è un po’ spento, per imparare a prendere confidenza con la propria sessualità e con il piacere dell’altro oppure per vivere il piacere attraverso gli occhi del proprio partner o di una persona di un altro genere (come avviene nell’episodio di Black Mirror, in cui Karl sceglie di giocare con un avatar donna). I benefici, infine, per le persone che hanno (per necessità o per scelta) un rapporto a distanza sono evidenti e possono soltanto crescere con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e della realtà virtuale.

Secondo alcune femministe, alcune tecnologie sessuali, come ad esempio i sex robot, meritano particolare attenzione (e riprovazione) perché potrebbero promuovere nella società l’immagine della donna come oggetto e, comunque, come soggetto sempre disponibile a soddisfare le fantasie ed i desideri degli uomini. Il fatto poi che i sex robot non possono esprimere un consenso o, talvolta, sono costruiti appositamente per dare l’impressione di rifiutare il consenso potrebbe disabituare gli uomini a rispettare la volontà delle persone. Tuttavia, non abbiamo alcuna evidenza scientifica che la violenza esercitata nella finzione (al videogioco oppure in un rapporto sessuale con un sex robot) possa corrompere da un punto di vista morale il carattere: inoltre, i giocattoli del sesso che riproducono nelle forme i genitali umani non hanno prodotto quest’effetto, ma, al contrario, hanno permesso a molte persone di vivere la propria sessualità più liberamente. Per quale ragione, allora, dovremmo pensare che i sex robot costituiscano un pericolo e la loro vendita debba essere vietata o sottoposta ad uno stretto controllo da parte delle autorità? Le femministe che hanno lanciato la campagna internazionale contro i sex robot sono convinte che queste tecnologie possano interessare soltanto gli uomini eterosessuali che hanno difficoltà relazionali. In realtà, i sex robot – come qualsiasi altra tecnologia – sono una risorsa per qualsiasi persona. L’aspetto attuale non deve preoccupare: è vero che al momento la maggior parte dei sex robot è prodotta con le fattezze di donna, ma è già possibile trovare in commercio sex robot e real doll con l’aspetto, i genitali e la voce maschili. Non è difficile, poi, produrre anche sex robot che non presentano un’identità sessuale definita o sex robot la cui identità sessuale può essere stabilita a seconda delle situazioni o dell’umore (ad esempio, ci potrebbero essere bambole o robot con il corpo di donna e i genitali maschili). Inoltre, quando pensiamo alle tecnologie sessuali generalmente le immaginiamo caratterizzate da una fisionomia antropomorfica sia a livello di genitali che per quanto riguarda la corporatura. Tuttavia, esse potrebbero avere una forma più indefinita ed un design molto più astratto, perché in questo modo potrebbero essere strumenti molto più adeguati a stimolare il piacere e le fantasie o incoraggiare l’esplorazione di forme di sessualità anche diverse dalla penetrazione. Il fatto, poi, che le tecnologie sessuali (ad esempio, nella forma di strumentazioni indossabili – come i cosiddetti teledildi – che permettono di inviare e ricevere i movimenti del proprio corpo alle altre persone collegate) possono essere connesse a un numero potenzialmente illimitato di computer, potrebbe consentire la scoperta di nuove forme di interazione e di esperienze fisiche e sensoriali.

Naturalmente, più lo sviluppo scientifico andrà avanti, più dovranno essere affrontate questioni che riguardano l’accesso alle tecnologie sessuali (i costi potrebbero essere una barriera importante) e la protezione delle informazioni sensibili sulle persone che fanno ricorso a questi dispositivi. La questione relativa alla protezione della privacy si pone non soltanto perché le tecnologie sessuali più avanzate potranno funzionare solamente attraverso la connessione alla rete, ma anche perché, per soddisfare l’utente, esse dovranno essere aggiornate e personalizzate continuamente (sulla base ovviamente delle informazioni relative alle sue abitudini e le sue preferenze). Infine, riguardo alle tecnologie sessuali che possono essere controllate in remoto o che permettono la connessione o interazione a distanza, anche attraverso l’uso di strumentazioni indossabili, le questioni principali riguardano il rischio per l’utente di subire violenze da parte di persone in grado di interferire con il normale funzionamento dei dispositivi sessuali o di manometterli. Del resto, alcuni vibratori o dildi possono essere già controllati a distanza (attraverso una app che consente di decidere ad esempio fattori come la velocità e l’intensità del loro movimento) da un partner e in prospettiva, come ricorda Nicola Liberati, fare sesso a distanza non sarà più fantascienza: la possibilità che estranei si intromettano in questa connessione non è affatto remota. In situazioni come queste le persone che sono vittime della violazione informatica non subiscono un’aggressione fisica da parte di un’altra persona e potrebbero anche avere un’esperienza piacevole proprio perché non sanno che il loro dispositivo è controllato da un estraneo. Secondo Robert Sparrow e Lauren Karas, comunque, qualora accadesse sarebbe sicuramente uno stupro e l’atto dovrebbe essere trattato con la stessa severità della violenza sessuale, perché una persona induce una forma di piacere sessuale in un’altra persona senza avere il suo consenso. Per questa ragione, secondo loro, si può parlare legittimamente di stupro o violenza sessuale anche quando un utente è ingannato da un’altra persona riguardo alla sua ‘identità di genere’: manca, infatti, il consenso (la vittima pensava di fare sesso con un’altra persona) e pertanto c’è violenza. È legittimo chiedersi, però, perché nel considerare questo scenario dovremmo considerare l’identità reale degli utenti più importante di quella virtuale o espressa attraverso un avatar: in fondo il rapporto sessuale non avviene nel mondo reale ma in quello virtuale o nell’infosfera. Inoltre, se in questo genere di interazione l’identità degli utenti non può essere garantita, allora chi partecipa a questo gioco acconsente ad avere rapporti sessuali con persone la cui identità di genere può essere indeterminata o la cui identità virtuale può essere diversa da quella reale. Questioni diverse, infine, emergono con la possibilità di costruire sex robot, modelli tridimensionali o avatar con cui fare sesso con il volto o il corpo di un’altra persona senza il suo consenso (le persone non devono essere per forza in vita, possono essere anche personaggi del passato): non è uno stupro, ma rappresenta comunque una grave violazione della dignità delle persone.

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