IL GIORNO DELLA FAME: QUANDO LA MORTE È UN’ARMA POLITICA

ALBERTO NETTUNO

Nonostante la domanda ‘cos’è lo sciopero della fame?’ sembri una questione quasi superflua, negli ultimi decenni l’esperienza delle ondate di scioperi della fame nelle carceri ha dimostrato che persistono molti fraintendimenti riguardo a questo fenomeno. Secondo Hernàn Reyes, si può parlare di sciopero della fame soltanto quando c’è il ‘digiuno totale’, la ‘volontarietà’ e la ‘motivazione dichiarata’ da parte dell’hunger.

Per questa ragione, scrive Reyes, i ‘malati di mente’ o comunque incapaci di ‘intendere e di volere’ che digiunano non possono essere considerati veri e propri hunger strikers e possono essere esclusi anche i detenuti che tentano di morire di fame a causa, ad esempio, di gravissime forme di depressione o patologie mentali invalidanti. L’espressione che secondo il medico della Croce Rossa descrive meglio cosa accade in uno ‘vero’ sciopero della fame è il francese jeûne de protation (che alla lettera significa ‘il digiuno di protesta’ ovverosia ‘il digiuno come forma di protesta’), in quanto descrive in maniera più esplicita la motivazione che caratterizza questa scelta. Negli ultimi anni gli scioperi della fame nelle carceri in Turchia, Israele e Guantanamo Bay hanno riacceso il dibattito etico e politico sullo sciopero della fame e sulla legittimità degli interventi di alimentazione e nutrizione forzata praticati dai medici. Le politiche di alimentazione forzata furono introdotte per la prima volta dal governo britannico nel 1909 per disinnescare gli scioperi della fame delle suffragette, scatenando così polemiche e scalpore nell’opinione pubblica inglese. Successivamente, durante gli anni Dieci, con la prima ondata di scioperi della fame nelle carceri, gli operatori sanitari ricorsero di nuovo all’alimentazione forzata sui prigionieri politici irlandesi. Nei decenni successivi questa pratica fu definitivamente abbandonata in Irlanda, ma non nelle carceri inglesi dove continuò ad essere praticata fino agli anni Settanta. Nel 1975 la morte di Marian e Dolours Price e del prigioniero dell’IRA Michael Gaughan, a seguito di gravissimi complicazioni dovute alla procedura, spinsero la World Medical Association a condannare l’alimentazione forzata come una pratica non etica, assimilandola – in alcuni casi –  alla tortura (.

Lo sciopero della fame si può considerare un mezzo attraverso il quale si protesta nei confronti delle istituzioni e in quanto tale è assimilabile ad una presa di posizione politica. Michael Gross, tra i massimi studiosi degli aspetti etici e politici degli scioperi della fame nelle carceri, sostiene che lo sciopero della fame è un atto non violento di resistenza: cioè, «non è l’espressione di un desiderio di morire e non ha nemmeno niente a che fare con la scelta di un malato terminale che rifiuta l’alimentazione e la nutrizione, ma è una scelta politica dal rischio calcolato». Gli scioperi della fame non sono diversi da qualsiasi altro sciopero in quanto chi protesta mette sempre in pericolo la salute per ottenere concessioni da parte dello stato. Nello sciopero della fame, il rischio calcolato è naturalmente più alto, ma la prospettiva della morte per inedia viene utilizzata per incoraggiare delle risposte istituzionali che possono anche arrivare all’accoglimento di importanti rivendicazioni politiche. In caso contrario, il non accoglimento delle richieste e dunque la morte degli scioperanti può accendere gli animi, alimentare i disordini e portare alla condanna internazionale. Nel caso dello sciopero della fame, il calcolo del rischio, per seguire l’approccio di Gross, non è mai facile e si presta ad aggiustamenti che dipendono soprattutto dalle caratteristiche politiche e sociali del paese a cui si fa riferimento, nonché, naturalmente, dalle norme etiche che informano l’operato degli attori coinvolti. Si tratta, comunque, – come ricorda Gross – di una scelta squisitamente politica. Non è un caso che, nel libro The Ethics of insurgency, lo sciopero della fame venga trattato da Gross soltanto all’interno della terza parte (intitolata Soft War) nella quale vengono analizzati fenomeni come la propaganda dei media e la diplomazia pubblica. La posta in gioco è alta: se le istituzioni non accolgono le rivendicazioni di chi sciopera e non si preoccupano delle reazioni internazionali il risultato è la morte, come è successo a Ebru Timtik, un’avvocata di origine curda detenuta dalla autorità turche con l’accusa di terrorismo, che a febbraio di quest’anno aveva iniziato lo sciopero della fame insieme al suo collega Aytac Unsal per chiedere la revisione del processo e denunciare la violazione della dignità di oltre 300 avvocati incarcerati nel paese. Questo tipo di battaglia non è nuovo per i partiti della sinistra turca che infatti il 20 ottobre 2000 lanciarono lo sciopero della fame più lungo e mortale della storia moderna: più di 2000 prigionieri parteciparono alla sciopero e 107 di questi fino alla morte. Lo sciopero venne organizzato come risposta al piano governativo di ristrutturazione delle carceri che mirava a intensificare il controllo sui prigionieri attraverso un isolamento più duro ed una limitazione delle visite dei legali e dei familiari. È stato in occasione di questo sciopero che è stato impiegato per la prima volta il termine necroresistenza per affermare la superiorità dell’esistenza politica su quella biologica con la trasformazione del corpo da luogo di soggezione ad arma di insurrezione. I prigionieri iniziarono con l’obiettivo di prolungare il più possibile lo sciopero della fame ma poi passarono ad assumere soltanto acqua e zuccheri per accelerare la morte.

Lo sciopero della fame può essere considerato un gesto estremo a cui in genere si ricorre quando non sembrano più esserci altre forme di resistenza al potere non violente. Se consideriamo le cose una prospettiva laica, il fatto che i protagonisti di queste vicende mettano a rischio la propria vita non è una ragione sufficiente per criticarli. Non soltanto la vita non è sacra, ma la vita può diventare una condizione infernale nel senso che la morte può essere una scelta preferibile alla ‘mera’ sopravvivenza. Inoltre, per un’etica laica l’autonomia è un valore e le scelte delle persone che incominciano uno sciopero della fame non riguardano la vita di altre persone. Comunque, lo sciopero della fame è stato giustificato anche da prospettive religiose. Studiosi cattolici importanti hanno affermato che non si deve scambiare lo sciopero della fame con il gesto suicidario, poiché l’hunger striker non cerca volutamente la morte, ma accetta il rischio di morire per una causa “superiore” e di conseguenza la sua scelta deve essere inquadrata all’interno di una dimensione politica. Agli inizi del Novecento alcuni teologi usarono la dottrina cattolica del ‘doppio effetto’, per giustificare la morte del sindaco di Cork, Mac Swiney, deceduto dopo 74 giorni di sciopero della fame per «difendere l’autonomia dell’Irlanda contro l’Inghilterra». Secondo questa dottrina mentre il suicidio propriamente detto è da ritenersi sempre illegittimo, il suicidio impropriamente detto (quello indiretto) invece è ammesso ma solamente nei casi in cui si verifichino le condizioni del “volontario indiretto”. Questa condizione si verifica quando la causa dell’azione è in sé buona o indifferente, ma gli effetti immediati che ne conseguono sono duplici, uno buono e uno cattivo. Quest’ultimo effetto, anche se previsto, non deve essere però inteso oppure voluto. Inoltre, ci deve essere un motivo o un bene proporzionato all’effetto negativo previsto, e cioè il male che ne deriva non deve essere superiore al bene che si vuole raggiungere. Secondo lo storico Gabriele De Rosa, la dottrina del doppio effetto può essere richiamata anche per il caso di Bobby Sands, il militante dell’IRA morto assieme ad altri nove compagni nel carcere di Maze al termine di uno sciopero della fame di 69 giorni. Secondo De Rosa, del resto, la Congregazione per la dottrina della fede spiega chiaramente che il suicidio indiretto non è assimilabile a quello diretto: «si dovrà tenere ben distinto dal suicidio quel sacrificio con il quale per una causa superiore – quali la gloria di dio, la salvezza delle anime, o il servizio dei fratelli – si offre o si pone in pericolo la propria vita». È vero – ammette De Rosa – che Bobby Sands ha portato avanti con estrema decisione e consapevolezza il suo proposito di digiunare fino alle estreme conseguenze e pertanto, almeno sotto questo aspetto si può parlare giustamente di suicidio. Tuttavia, scrive De Rosa, non si tratta di suicidio diretto, «bensì, più probabilmente, di suicidio indiretto. Non si può, infatti, dire che egli abbia cercato la morte direttamente e per se stessa, bensì che l’abbia permessa come mezzo di pressione per ottenere giustizia. Non a caso una larga parte dell’opinione pubblica ha riconosciuto alla morte di Sands il carattere di sacrificio per una causa superiore. Per parte nostra, riteniamo che qualora essa dovesse assumere l’aspetto di una nuova forma di guerra e fosse destinata ad elevare il livello di violenza che è già alto nell’Ulster, non servirebbe la causa della pace e del vero bene del Paese».

Tre sono gli elementi che appaiono critici di questa impostazione: innanzitutto Sands era consapevole, come dice lo stesso De Rosa, che il digiuno l’avrebbe portato alla morte. Inoltre, dopo Sands, altri nove uomini morirono seguendo il suo esempio: la sua morte dunque venne ‘approvata’ dai compagni cattolici come mezzo di lotta. Infine, l’ultima criticità riguarda la difficoltà di stabilire a priori se lo sciopero della fame produrrà conseguenze buone e comunque superiore al male che si rischia di causare. A questo si aggiunga, poi, che stabilire quali azioni sono buone e quali invece cattive non è semplice, così come è problematico stabilire se la causa è giusta o proporzionata. A prescindere, comunque, dalle critiche che si possono avanzare riguardo all’uso della dottrina del doppio effetto per la difesa dello sciopero della fame, è interessante prendere atto che prospettive etiche diverse sembrano poter convergere sulla valutazione morale di un tema che continua ad essere di grande attualità.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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