UN GIORNO CON ERATO IN CUBISIA

ANDREA RACITI

“Nello specchio antico/ d’acque morte/ s’immerge/ una rana./ Risveglio d’acqua”

Matsuo Bashō  (1686)

Da diversi anni a questa parte, ho riconosciuto l’idea di “giorno” in una figura mitologica.

Si tratta di una delle nove Muse, Erato. Vorrei spendere qualche parole sulle Muse, prima di parlare di Erato. Esse sono divinità a tutti gli effetti, figlie di Zeus e di Mnemosyne: da un lato, il padre degli Olimpici, il dio garante del taxis (ordine strutturale) della polis, dei suoi nomoi; dall’altro, la Memoria. Le Muse sono divinità che vantano una simile origine: un archè commemorativo e rammemorante, da parte di madre, e uno politico-ordinativo, da parte di padre.

La poesia che da esse trae la mousike, l’ispirazione musicale in senso lato, commemora e rammemora e, ad un tempo – non essendo uno svago o un mero “piacere estetico” – essa è co-essenziale all’esistenza stessa della polis e dei cittadini che ci vivono.

Ognuna delle nove Muse incarna una o più technai, delle “arti” o delle “scienze”, ma nel senso che ogni techne identifica un modo di essere fondamentale dell’esser-uomo: Clio la storia, Urania l’astronomia, Calliope la poesia epica, Tersicore la danza, e via di seguito. Tutte queste determinazioni non furono associate per mera affinità simbolica od etimologica a figure “inventate” o “costruite” ad hoc da talentuosi poeti. Ogni Musa, come ogni divinità, è un modo d’essere fondamentale di quello zoon politikon kai logon echon che è l’uomo. Costituisce una grande intuizione di Heidegger (contenuta in Essere e tempo) l’aver pensato le “scienze” come un fondamentale “modo d’essere dell’esserci” (Seinsart des Daseins).

Ma, attenzione, le Muse non sono l’uomo, bensì il canale attraverso cui l’acqua del fondamento (archè) è condotta dal suo abisso (chaos) fino al logos. La parola, qualunque sia la sua espressione (dall’arte pittorica alle scienze empiriche, dalla musica alla filosofia), stando all’essenza delle Muse, non sarebbe altro che questo: la sporgenza, la quale, emergendo dalla terra, porta alla polis il ricordo del fondamento (la mousike). Sarà lo “spirito etico della comunità” – come Hegel definisce gli dei greci nella Fenomenologia dello spirito – ovvero, Zeus in questo caso, a generare i poeti, i figli della sporgenza, che parleranno del ricordo del fondamento: della nascita del logos dall’abisso dell’oltretomba (Ade) che dona alla città l’acqua di Polemos, il conflitto originario e permanente posto nel cuore di ogni ordine.

Insomma, le Muse sembrano mostrarci una doppia natura: politica e polemogena (Zeus) e “mnemonico”-musicale (Mnemosyne). Rispetto alle altre otto, Erato mi ha sempre detto qualcosa in più. Grazie ad essa ho compreso il senso delle altre.

Erato, secondo la visione tradizionale, sarebbe il “simbolo” della poesia lirica e amorosa. Molti, correttamente, potrebbero vederla come il nume tutelare di una Saffo, di un Apollonio Rodio (che apre con un’invocazione a Erato il III libro delle Argonautiche) o di un Catullo. In effetti, anche etimologicamente (deriva da eros), il nome di Erato  pare fare riferimento a qualcosa che noi tendiamo a rendere con la traduzione “amore”. Questa Musa viene rappresentata, a volte, come una donna che suona la lira. Presso il centro di Catania, Erato, insieme alle otto sorelle, sormonta l’ingresso del Teatro Metropolitan, ed è raffigurata proprio così.

Non so dire il giorno esatto in cui “conobbi” Erato e ne approfondii il senso poetico, ma certamente il mio incontro radicale con questa figura avvenne tra il 2012 e il 2016, per giungere fino ad oggi. Che questo incontro coincida con la nascita e la successiva evoluzione di una passione poetica, è solo uno degli eventi che si collega al pensiero che pone Erato, non come l’essenza, bensì come il modo di essere essenziale del fondamento, seguendo la caratterizzazione estremamente sommaria ma, spero, quantomeno visualizzabile, che ho dato prima delle Muse. Ciò che è certo, nella mia personale esperienza, è che l’incontro con Erato ha provocato una mutamento radicale nell’uso del linguaggio, unica possibile esperienza radicalmente “amorosa”, nel senso dell’abisso inafferrabile dischiuso dalla Musa. Come ci insegna Agamben, la poesia non consiste in un’operazione che avviene fuori del linguaggio, bensì, al contrario, all’interno del linguaggio stesso, di cui disattiva le strutture portanti tradizionali,  riattivando così la potenza stessa di dire. In tal modo, il linguaggio, dal suo interno, può aprirsi a nuovi modi di essere, a nuove possibilità d’uso.

In questo senso, un’esperienza di Erato intesa poeticamente, costituisce una relazione “amorosa”: permette di volgere lo sguardo quotidianamente distolto nei mille rivoli delle faccende e dei disbrighi verso una realtà finalmente demistificata. Come nell’ultima scena de La fontana della vergine di Ingmar Bergman, l’eros emerge come quella scaturigine d’acqua che spunta all’improvviso dalla terra. Un’esperienza “eratica” non si presta affatto a e rifugge da qualsiasi forma di valutazione pubblica, financo quella comunemente detta “artistica”: quest’ultima, come tutte le altre valutazioni, mira ad attribuire (imponendolo) un valore, eradicando l’esperienza dalla sua intima costellazione al fine di farne materia “di pubblico dominio”, solitamente di tipo museale (anche quando non viene ancora posta all’interno della struttura “museo”). Il mero fatto che una tale valutazione possa avvenire o avvenga, non elimina in alcuna maniera il modo d’essere fondamentale che si manifesta nell’atto poetico.

Come ho accennato prima, non so determinare il giorno – a day in the life – in cui “conobbi” Erato, ma alcuni elementi imprescindibili potrei provare a determinarli. Il senso di “amore” presente in Erato mi si era palesato grazie a Platone. Nel Simposio, com’è noto, Socrate racconta la storia di Eros, figlio di Poros (l’ingegno) e Penìa (la povertà). L’Eros non è altro che un non-essere: una mancanza ricercante. E, se torniamo a Erato, quest’ultima è strutturalmente mancante in quanto tale, non possiede una “natura”. Essa è mera scaturigine, fontanella d’acqua emersa che non può guardare alla spalle del getto che la manda nel mondo e che essa stessa è. Pertanto, stavolta in quanto filosofia, come pensiero essenziale, Erato è l’acqua del logos la quale non potendo in alcun modo afferrare il proprio fondamento, parla di questa impossibilità del getto di guardare alle spalle di se stesso. Erato è “amore” in quanto pura espressività, la quale, non potendo svelare il proprio inafferrabile fondamento, si rapporta alla propria ineliminabile estraneità rispetto a se stessa. Ciò significa che un “amore eratico”, nel senso predetto, non è mai un’appropriazione di sé (o dell’altro), della propria “natura” o del proprio “essere”. D’altronde, il getto che si coglie come tale (teniamo sempre presente la magica sequenza bergmaniana), non può nemmeno pensare seriamente di costruirsi una “natura”, di edificare il proprio “essere” (o quello dell’altro).

Mantenersi in un rapporto di estraneità, non significa non essere partecipe delle vicende della vita sociale e politica, né “guardarsi vivere” o rifugiarsi in un’inettitudine alla vita di stampo sveviano.

Tant’è che, per restare nel contesto dell’ultima sequenza del film di Bergman, nel luogo in cui la vergine è stata violentata e uccisa, sorge una fontanella e lì verrà costruita una chiesa: proprio nel luogo dove nulla avrebbe dovuto più aver-luogo, sarà fondata una comunità.

Se il percorso che si segue nel solco del cammino di Erato ha un senso, l’ “amore” non è altro che questo star-estranei: in quanto spruzzo, getto uscito fuori dalla terra, ciò che mi è permesso di vedere con una certa chiarezza è il mio essere nato come un in-con-veniente. Se volessimo dare all’ espressione – che dà il titolo ad uno splendido libro di Cioran – “l’inconveniente di essere nati” un senso che risponda all’esigenza di fondo dell’ “amore” come star-estranei, potremmo affermare: in quanto esser-uomo, giungo (venio) insieme (con) e dentro (in). L’in-con-veniente della nascita che rivolge lo sguardo rammemorante (Mnemosyne) all’Ade, l’abisso del taglio inappropriabile, conferisce una vera “costituzione dell’estraneità” all’esser-uomo, ovvero, una possibilità politica originaria (Zeus). L’esser-nato in quanto “fondamento” che non può guardare alle proprie spalle, al proprio esser-fondamento, instaura una comunità di estranei radicata nello spazio del comune im-proprio come un tutto di relazioni, che pone al centro della propria esistenza il proprio essere-scaturigine-mancante (Erato), a differenza della pretesa e mistificante comunità dell’appropriazione del sé e dell’altro. La comunità fondata sulla strutturale e accomunante estraneità – intesa come impossibilità dell’esser-uomo di afferrare l’ “esser” che lo costituisce “uomo” –  apre la possibilità della giustizia come “condizione di un bene che non può essere possesso“, come afferma Benjamin negli Appunti per un lavoro sulla categoria di giustizia.

Allora, anche il senso di “giorno”, di qualsiasi day in the life, si staglia su di uno sfondo diverso dal processo di macerazione di secondi, avvenimenti e vissuti che solitamente ci viene presentato come “tempo”. Sebbene quest’ultima concezione “volgare” (nel senso di pubblica, quotidiana) del tempo possa trovare appigli in una certa interpretazione della teoria aristotelica del chronos (come, ad esempio, sostiene Heidegger in Essere e tempo), credo che non sia necessariamente così. Proprio nella Fisica aristotelica, il tempo inteso come “numero del movimento” (arithmos kineseos), comporta che l’ “ora” (il nyn) sia il medio tra il “prima” e il “poi” (proteron kai ysteron). L’apparente neutralità, omogeneità e “astrattezza” del nyn aristotelico (su cui insiste molto  sempre Heidegger, in diverse opere) non testimonia solo la fondazione metafisica del tempo come essere-semplicemente-presente o sottomano (Vorhandenheit). Tant’è che lo stesso Maestro di Friburgo riconosce che la sua concezione della temporalità come costituzione d’essere della cura, deve qualcosa alla concezione aristotelica del tempo. Perché, se è vero, come Aristotele scrive, che è l’anima (psychè) a misurare il tempo, ne dovrebbe conseguire che non vi sarebbe alcun tempo (“numero del movimento”) senza l’anima. Non vi può essere alcun numerato o numerabile senza il numerante. E, allora, nel solco dello Stagirita, ma andando oltre le sue espresse affermazioni, possiamo dire: la psyché è l’unico ente capace di salvare il nyn, l’ora. L’anima, non potendosi soffermare nel luogo situato dietro le spalle del suo nyn – l’insieme del “prima” e del “poi” – ferma su di sé, sobbarcandoselo, l’ora come essenza dell’inafferrabilità del fondamento. In quanto spruzzo-mancante-il taglio da cui scaturisce ed emerge come “ultima acqua”, la psychè è anche il salto originario (Ur-Sprung) nella parola che interroga la sua costitutiva estraneità (il logos di Erato).

E, allora, il “giorno” diventa non la mera somma, ma la costellazione di ora-estranei  salvata dalla parola-amante – il logos di Erato – che anela al ritorno del getto alla sua fonte, ma che, sapendo l’impossibilità di ciò, apre su di essa un nuovo taglio capace di instaurare una comunità storica.

Vorrei concludere portando a testimonianza del pensiero che ho tentato di esprimere qui una quotidiana esperienza di Erato, per dare un’idea del “giorno” come costellazione di ora-estranei salvata. L’esperienza del quartiere in cui sono cresciuto, chiamato Cubisia. Questo luogo, in apparenza del tutto anonimo, un cosiddetto “dormitorio”, e fino a qualche tempo fa sede di una fabbrica di oggetti di plastica, ha sempre avuto una sua propria voce. La Cubisia ha una sua Stimme, che, come tutte le voci, conferisce una riconoscibile determinatezza (Be-stimmtheit) al luogo da cui promana. Si potrebbe parlare, in questo caso, di una determinatezza data dall’anonimato? Forse.

In ogni caso, mi sono spesso domandato:”Perché la voce della Cubisia mi si mostra così spudoratamente? Cosa vuole da me?”.

La sirena della fabbrica che ritma le ore fa parte di questa voce. Le strade cosparse di fosse e “scaffe”, che sembrano addirittura derise dalla desolazione onnipresente.

Un quartiere abbandonato da Dio e dalla Storia. Ubriachi che cercano passaggi per tornare a casa, ragazzini in bicicletta che risalgono eroicamente la ripidissima salita che li condurrà a casa nel grigio quartiere da cui, però, piazzandosi in certi punti, si può contemplare l’Etna fumante in tutta la sua materna maestà.

Ecco, Erato, la parola-amante, che si inizia ad aggirare tra le case diroccate, mentre un gregge di pecore (ancora oggi) viene condotto al pascolo presso un fazzoletto di campagna circondato da villette a schiera poco distanti dal cimitero.

Il “giorno” della Cubisia è salvato da un estraneo amore.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA POESIA

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