L’ENIGMA DELL’IO NELLA SCRITTURA DI SÉ

16368304084_4458f5b608_bSILVIA D’AUTILIA

“Non so perché, da quel giorno cominciammo a salutarci. Finché una volta, resi forse solidali dall’insolita coincidenza di cenare entrambi alle nove e mezzo, avviammo una conversazione di circostanza. Ad un certo momento egli mi chiese se io scrivessi. Gli risposi di sì. Gli parlai della rivista “Orpheu” uscita di recente. Egli la elogiò con generosità e allora io mi stupii sinceramente. Mi permisi di manifestargli il mio stupore, perché l’arte di coloro che scrivono su “Orpheu” suole essere riservata a pochi. Ma egli rispose che forse era uno di quei pochi (…)”

La coincidenza, come si capisce, ha un ruolo fondamentale nell’incontro tra i due uomini: entrambi si recano nello stesso ristorante per mangiare ed entrambi alla stessa ora; entrambi amano la scrittura e conoscono la rivista di nicchia “Orpheu”. È una di quelle situazioni in cui il sentore di avere un certo legame  con la persona che si ha davanti innesca il desiderio di approfondirne la conoscenza. È quello che accade all’interno de Il Libro dell’inquietudine, il testo da cui è tratta la citazione, dove i 259 frammenti, raccolti e organizzati postumi dai curatori dell’opera, permettono di delineare meglio il profilo di quell’estimatore tra i pochi esistenti – come egli stesso afferma – della rivista “Orpheu”. Il suo nome è Bernardo Soares, un contabile di Lisbona che passa molto tempo alla finestra, luogo simbolo tra il dentro e il fuori. Le pagine del libro, raccogliendo in modo slegato e frammentario la moltitudine dei suoi stati d’animo, costituiscono un diario personale dei conflitti tra un io introspettivo e un io che indomabile si diffonde all’esterno: dove tracciare il confine? Quale lo spartiacque tra una coscienza che vuole essere anzitutto autocoscienza dei propri moti interiori senza rinunciare all’interazione con gli altri e col mondo circostante? E come conciliare la dimensione cognitiva con la sua improvvisa interruzione e sparizione nell’inconscio notturno? Il rapporto con l’alterità e col sogno rappresenta per Soares la conferma dell’angosciante mancanza di una coerenza strutturale del proprio sé.

In questa babele di emozioni scrivere potrebbe fare la differenza e fornire uno spiraglio di chiarezza e lucidità. Tuttavia nemmeno l’attività letteraria è esente dalla problematica decifrazione della geografia dell’io. Al di là del mero piacere compositivo, la minaccia che Soares ulteriormente avverte nella scrittura è il rischio di tradurre in produzione estetica autoconsapevole il disordine interiore. L’attività letteraria comporterebbe cioè una tale esplicitazione dei dissidi interni da provare e testimoniare definitivamente la propria disintegrazione. Scrivere di sé allestendo un palcoscenico sul quale transita un numero indefinito di attori con un carico altrettanto indefinito di personali drammi diviene un autoannientamento. Che fare dunque? Continuare a fluttuare nel mare impetuoso delle sensazioni da tradurre in parola restando affacciati a una finestra o deliberare di non voler più essere scrupolosi osservatori e attenti ascoltatori di sé e del mondo circostante?

La risposta al dilemma può arrivare dalle parole di un altro autore sensibile allo stesso ordine di questioni. Il suo nome è Alvaro de Campos, ingegnere meccanico navale e poeta che, dopo una serie di amare delusioni, assume una visione drammaticamente nichilista e disincantata della vita. Anche per lui, come si evince da Tabaccheria – quella che è forse la più famosa delle sue poesie – la finestra è il filtro privilegiato e irrinunciabile dal quale scorgere la vita che scorre insignificante e il nostro rapporto con lei. “Non sono niente / Non sarò mai niente/ Non posso voler essere niente / A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo / Finestre della mia stanza, della stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è (e se sapessero chi è cosa saprebbero?) / Vi affacciate sul mistero di una via costantemente attraversata da gente / Su una via inaccessibile a tutti i pensieri (…)” Si evince da questi versi l’affanno legato al contrasto tra il desiderio di poter essere qualcuno – o meglio il desiderio di sapere di essere qualcuno – e la struggente consapevolezza dell’enigmaticità della propria identità. Cos’è la vita se non la compulsiva sfilata di significati che singolarmente conferiamo alle situazioni, forse per compensare l’assenza tragica e di un significato che sappia dare senso al tutto? Siamo condannati alla codificazione continua del senso nel non-senso della cornice esistenziale. Tessiamo storie, generiamo proiezioni e issiamo valori per non accettare il supplizio dell’evanescenza eterna. “Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato / Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo / Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.” La prolificità narrativa è una reazione al vuoto di risposte; è un urlo disperato di ascolto e attenzione.

Ma se questa smania di racconto fosse, a causa del convenzionalismo delle parole, un inganno ulteriore e duplice? Se le teorie religiose, i sistemi metafisici, le argomentazioni filosofiche e scientifiche non fossero altro che artifici della comunicazione? Il poeta antimetafisico Alberto Caeiro non ha dubbi, la realtà è una trappola: la sua presenza davanti ai nostri occhi non è affatto innocua, ma impone sempre una descrizione. La coercizione alla spiegazione è la più subdola delle malattie perché seduce senza permettere di finalizzare lo stesso atto esplicativo, genera momentanei conati di significato senza alcuna speranza di esaustività. Invece, di ciò che esiste, per il solo fatto di esistere senza un motivo razionale, il linguaggio non è mai all’altezza. La letteratura fa sfoggio di gusti raffinati, di ritmi armonici, di uno stile elegante, come mettono in mostra, per fare un esempio, i versi del poeta classicista Ricardo Reis, ma, stando a Caeiro, si tratta solo di distrazioni, di piaceri passeggeri che di fatto illuderebbero anziché risvegliare. Tra l’incanto del linguaggio e il disincanto dell’esistenza la scelta più coerente è forse allora quella di rassegnarsi alla discordanza degli stati d’animo, accettandosi come soggetti senzienti plurimi, senza armonia né coesione: alienarsi da sé e mettersi nelle mani di altri che sentono per sé è il riscatto del soggetto umiliato e tormentato.

È esattamente quanto accaduto sin qui. Bernardo Soares, Alvaro de Campos, Alberto Caeiro e Ricardo Reis, nella loro funzione di eteronimi del poeta ortonimo Fernando Pessoa, sono vivificazioni del dramma dell’io, esplicitazioni del morbo senziente sregolato e caotico ed espedienti letterari per abbassare la febbre di sentire. Nel susseguirsi confuso degli avvenimenti, nell’incontro con l’altro e nell’assolvimento della propria funzione sociale, come rassegnarsi a essere uno? Come non ascoltare la polifonia del corpo? Come non sfruttare il momento per saziarsi di ogni possibilità? La vita per Pessoa è un incedere ingordo di sensazioni, è l’occasione unica in cui sperimentare tutte le dimensioni di sé, fruendo del linguaggio per esplicitare questa ricerca di senso. “Sentir tudo de todas as maneiras / Viver tudo de todos os lados / Ser a mesma coisa de todos os modos possíveis ao mesmo tempo / Realizar em si toda a humanidade de todos os momentos / Num só momento difuso, profuso, completo e longínquo (…)” (“Sentire tutto in tutte le maniere / Vivere tutto da tutti i lati / Essere la stessa cosa in tutti i modi possibili allo stesso tempo / Realizzare in sé tutta l’umanità di tutti i momenti / In un solo momento diffuso, profuso, completo e distante.”)

Se il sensazionalismo può essere elevato a manifesto della poetica pessoana, questo è anche l’effetto  dell’estetica eteronimica. Vivere in altri personaggi a cui dare direttamente la parola significa non squalificare il dramma del pluralismo psicologico ma accoglierlo e valorizzarlo in veste letteraria. Nella Lettera sulla genesi degli eteronimi che Pessoa scrive proprio nell’anno della sua morte ad Adolfo Casais Monteiro motiva il ricorso ad altre identità con la sua tendenza intestina alla spersonalizzazione, al vivere una condizione di continua simulazione e isteria. Per questo definisce l’8 marzo 1914 “il giorno trionfale della sua vita”, ovvero la data in cui, in preda a una sorta d’ispirazione tra il mistico e il divino, decide di dare concretamente voce a queste presenze interiori. È un momento di grandissima illuminazione perché la straziante mancanza di un’intima identità viene tramutata in convivenza feconda di esperienze esistenziali eterogenee. Il travagliato percorso alla ricerca di sè culmina in un processo di provvidenziale disappropriazione di sé. È la scelta deliberata di assoggettarsi ad altri, di farsi scoprire e raccontare da altri.

Con Pessoa la crisi dell’io, che in quegli anni ha già una risonanza culturale enorme, diviene praxis letteraria. Se c’è una cifra della riflessione filosofica contemporanea che Pessoa magistralmente riproduce è proprio il collasso del soggetto definito e determinato, così come raffigurato dalla tradizione del pensiero occidentale. Con la psicoanalisi, e prim’ancora col pensiero nietzschiano, la compattezza psicologica è definitivamente in discussione: da protagonista della conoscenza e dell’azione, l’io diviene vittima di processi metarazionali e metacoscienti di cui è irrimediabilmente succube. Sulla scia di Nietzsche, che ha compiutamente portato in scena non solo l’inganno della coscienza, ma anche gli effetti angoscianti di questa condizione, Freud afferma che l’io “non è padrone nemmeno in casa propria”. Secondo Freud, Nietzsche avrebbe avviato una tale percezione endopsichica da aver straordinariamente fatto coincidere i confini della sua vita con quelli della sua opera: a furia d’interrogarsi e sondare le più recondite profondità, è questa stessa profondità che da astratta si materializza, da lontanissima si presentifica e da straniera diviene familiare. È il pensiero come dinamite, in balia di forze dionisiache totalmente occulte e nascoste, che si amplia e dilata fino al massimo del sentire, trascendendo la banalità dell’essere uomo e dell’essere un solo uomo. L’esistenza eccede sempre l’aspettativa di unità dell’umano: il pluralismo filosofico è anzitutto biologico.

È evidente in questa intersecazione con la biologia il richiamo alla patologia cellulare delineata nell’Ottocento da Rudolf Virchow dal quale Nietzsche fu ampiamente influenzato. Secondo il patologo tedesco l’organismo non è che un insieme di cellule indipendenti, a discapito di una visione biologica in cui un principio superiore coordina e governa tutti i processi organici del singolo essere vivente. Se teniamo per buone le riflessioni virchowiane, la stessa coscienza è squalificata a svolgere la funzione di organizzazione e raccordo di tutti i processi psicologici. Questi ultimi, al contrario, come all’interno di una società, non sono che aggregati autonomi di un insieme biologico. L’io filosofico non è altro che il noi biologico. Il colpo che s’infligge alla passata filosofia della centralità cosciente è mortale. La coscienza cartesiana non è che una zavorra, un peso di cui liberarsi immediatamente: sarà appunto la psicoanalisi a portare a termine questa impresa con la valorizzazione della vita non-cosciente e l’elevazione dell’inconscio ad autentico fertilizzante dell’intera vicenda esistenziale.

In questa nuova riconfigurazione del soggetto, se la salute è rappresentata dalla progressiva scoperta delle proprie oscurità, la malattia non è che la disattenzione e il disinteresse verso le proprie abissali profondità. Pessoa lo capisce così bene che si spinge ancora più in là: si accorge che il vero nodo della questione non è tanto il confine conscio/inconscio, uno/molteplice, ma lo stupore sempre nuovo che questo confine sortisce. L’eteronimia è la possibilità estetica che il singolo si lasci stupire dalle versioni ignote e inedite di sé, è l’accettazione di essere destinati all’imprevedibilità, è il principio per cui ogni esperienza possa rappresentare un ulteriore inconsapevole compimento di sé ed è infine la deliberazione a essere plagiati da altri sconosciuti che sentono e scrivono per sé.

“Fernando Pessoa (1954) – Almada Negreiros (1893-1970)” by pedrosimoes7 is licensed under CC BY 2.0

 

 

 

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