QUESTO TESTO NON È MIO IN DIFESA DELL’APPROPRIAZIONE DEBITA

788ed9d8b8da60256193627383c17c5cGIACOMO PEZZANO

Tra i graphic designer, si dice spesso che il lavoro creativo non è l’opera di un genio solitario ispirato che partorisce idee sensazionali dal nulla: esso consiste piuttosto in un continuo “trarre ispirazione” dal lavoro altrui. E trarre ispirazione non significa copiare: infatti, chi copia si rifà a un’unica fonte e la riproduce tale e quale, mentre chi trae ispirazione si rifà a tante fonti diverse, costringendosi di fatto a trovare un modo di ricomporle – il proprio modo. Il primo agisce come il più classico dei falsari, cioè spaccia per proprio ciò in cui non ha messo pressoché nulla di proprio; il secondo agisce invece come un plagiario, perché si appropria di tutto ciò che usa, ci mette del proprio per e nel farlo proprio – scusate lo scioglilingua. A Picasso è attribuita l’idea per cui i buoni artisti copiano e i grandi artisti rubano, ossia – aggiungo io – fanno proprio, carpiscono: in questo senso, i grandi artisti sono dei veri e propri campioni del plagio.

Questo non vale però soltanto per il design o l’arte, ma vale per tutta l’esistenza umana, perché abbiamo una natura culturale – mi scuserete qui l’icasticità (a chi volesse approfondire, segnalo comunque in modo molto poco interessato il mio ultimo libro Ereditare. Il filo che unisce e separa le generazioni, Meltemi). Il fatto ora rilevante è che la nostra natura culturale ci impone un “imperativo categorico fondamentale”, con le gioie e i drammi che ne seguono, che suona come: “agisci in modo tale da plagiare l’umanità, sia della tua persona sia di ogni altro”. Suona tremendo, ma pensiamoci bene: tutti noi alla nascita ereditiamo qualcosa, dalla biologia (caratteristiche, predisposizioni, attitudini, e così via) e dalla cultura (storia, società, famiglia, e così via), che è nostro nella misura in cui siamo noi a ereditarlo, ma non è nostro nella misura in cui è fatto e giunge da altri. Perciò bisogna poi trovare un effettivo modo di farlo nostro: ciascuno di noi ha in dote qualcosa, anzi riceve qualcosa che poi deve ancora avere, qualcosa altrui di cui deve appropriarsi, che deve fare proprio. Senza entrare nei trip filosofici sul nesso tra proprio, improprio ed esproprio, o tra possesso, suo e stesso, il punto fondamentale è che ciò che ricevo allo stesso tempo è mio e non lo è; per questo, esso ha da diventare mio: per un animale umano venire al mondo e trovarvi un proprio posto significa appropriarsene, prenderne possesso, cioè avere ciò che pur non ha e non avere ciò che pur ha. Ma, come insegna Picasso, un conto è prendere e un conto è apprendere: sembra un gioco di parole, eppure cattura il cuore della faccenda.

Prendiamo infatti l’esempio più classico e immediato: il linguaggio. Quando nasco mi ritrovo alle prese con una lingua che non è mia, eppure essa lo diventa nel momento in cui comincio a impararla. Non solo: la lingua esiste fintantoché esistono persone che se ne appropriano, attraverso un’opera di plagio continuo, in cui le parole di qualcuno vengono prese e ripetute da qualcun altro, cioè apprese. Una congrega di parlanti è una bella banda di plagiari! È una banda in cui si è persino costretti a plagiarsi l’un l’altro, senza che a ben vedere vi sia una qualche identità a fare da zoccolo duro all’intero processo: chi sarebbe il detentore del significato di una parola? Quale sarebbe il vero e genuino significato di una parola? Che esista comunicazione, dunque cultura, significa proprio questo: siamo vincolati a costruirci insieme, facendo ciascuno la nostra parte, in una dinamica in cui plagiarsi a vicenda produce allo stesso tempo i soggetti dell’appropriazione (i parlanti) e l’oggetto dell’appropriazione (la lingua). Mai appropriazione fu più debita, insomma, anche se i suoi effetti sono ambivalenti: c’è per esempio sempre il rischio che il bilancio tra l’essere plagiati e il plagiare propenda fortemente dal lato del primo. D’altronde, quante tra le cose che diciamo (pensiamo, percepiamo, sappiamo, ecc.) siamo disposti a giurare che siano veramente e definitivamente nostre? Dov’è che la nostra natura ci ha e dov’è che siamo noi ad averla? Fino a che punto questo testo è davvero pienamente mio?

Noi “abbiamo” e non “siamo” la nostra natura, vita, esistenza, identità, mente, corporeità, e così via esattamente in questo senso: dobbiamo ritrovarci in esse e ciò va fatto non recuperando qualcosa che era già dato all’inizio (dove poi: Mente di Dio? Progetto della Natura? Decisione del Genitore?) e che dunque era già di qualcuno (di chi poi: Dio? Natura? Genitore?), bensì appropriandoci di ciò che viviamo, collocandoci al suo interno. Gli esistenzialisti caricavano questo fatto di tinte molto drammatiche (condannati alla libertà, chiamati all’autenticità), ma gli va riconosciuto di averne pur sempre colto il nucleo: per il solo fatto di esistere, siamo costretti a prendere posizione. Oggi viviamo in tempi da hacker, contraddistinti da più spirito di iniziativa e freschezza (almeno in apparenza), e possiamo riformulare la storia raccontandocela così: riceviamo notifiche continue dall’app “Plagiare”. Beninteso, appropriarsi di un elemento di una cultura per farne magari un brand (giusto un esempio: Quechua) è pratica scorretta e talora persino violenta e io non intendo affatto – restando in tema – sponsorizzare l’appropriazionismo così inteso; tuttavia, prima di giudicare, bisogna capire com’è che qualcosa del genere sia possibile: com’è che possiamo persino giungere a strappare qualcosa al proprio contesto originario per “innestarlo” estrapolato altrove? Com’è che si può arrivare ad approfittarsene, nelle più svariate forme? Com’è che si può sognare un esproprio finale, che rimetta le cose al loro posto?

La risposta a simili quesiti, nella sua semplicità, è duplice: da un lato noi viviamo di plagi, grazie a essi, e dall’altro lato non possiamo esercitare l’esclusiva su tutto su ciò che comunque ci appartiene – nel momento in cui ammettiamo che esso sia in qualche maniera condiviso o condivisibile. Insomma, tutti noi, in quanto e fin quando esistiamo, siamo sollecitati a partecipare o appartenere all’umanità, sia nel senso ristretto (una certa società, epoca, situazione, ecc.) sia nel senso esteso (l’intero corso delle vicende umane): per gli animali umani, vivere equivale quindi a prendere parte, al mondo e a se stessi, ma attenzione! Si corre il pericolo di rimanere vittime di una svista, come continua a capitare anche ai filosofi di professione (nel dubbio, diciamo che la colpa originaria è di Platone): quella di pensare il “prendere parte” ponendo l’accento esclusivamente sul parte. La conseguenza è che così si fa presto a credere di (dover) essere un pezzo di un intero, un micro-elemento di un macro-elemento, una rotella di un ingranaggio, e analoghi: il rischio è la retorica per cui il Tutto è sempre superiore alle sue parti, che in questo modo finiscono anche giustamente per reagire, rivendicando la propria ferrea identità, che oltretutto andrebbe difesa da ogni contaminazione e plagio. Se invece ci concentriamo sul “prendere”, per quanto la sua andatura possa apparire a tratti fastidiosa, si comincia a intravedere perché affermazioni del tipo “non c’è io senza noi e viceversa” un qualche senso lo hanno.

Spostando l’accento anche sul prendere, si apre infatti uno scenario fatto di interattività, cioè di opportunità di plagio, attraverso cui si può – senza garanzia alcuna – non soltanto diventare se stessi, ma anche contribuire al divenire degli altri: tanto trovare un proprio modo di posizionarsi quanto appartenere a qualcosa che “ci supera”. Piaccia o meno, funziona così: ogni animale umano per un verso arriva prima di se stesso e per altro verso arriva dopo se stesso, vale a dire che allo stesso tempo ciò che gli è più proprio lo precede (c’era già) e lo segue (c’è solo alla fine). Senza dubbio, anche il gioco delle nostre esistenze si svolge come il gioco dell’arte: non siamo tutti Picasso e non è facile essere Picasso, proprio come essere l’umanità che pur siamo risulta difficile e dedicarsi a copiare senza impegnarsi a plagiare diventa spesso la soluzione più comoda. Ma la comodità ha dalla sua più di una virtù e si parla non solo di artisti ma persino di buoni artisti: il compito umano è abbastanza complesso da far sì che portarlo in qualche modo a termine esistendo è comunque un’opera d’arte – non bisogna abbattersi. Al contempo, però, vale anche che la posta in palio resta sempre la possibilità di diventare dei Picasso, dei grandi artisti della vita, dunque del plagio: a me sembra che – come si usa dire – il gioco vale eccome la candela.

DIRITTO ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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