CARO AMICO, TI DESCRIVO

159448740_439507587382745_3524724424611224290_nPEE GEE DANIEL 

Gente come me meglio non conoscerla. Mai.

Dico davvero. Meglio non incontrarla proprio, manco di sfuggita.

Gli scrittori, dico. Palle di feroce utilitarismo deambulanti… L’unico compito assegnato loro nella vita sembra quello di sputtanare chiunque gli stia intorno, senza il minimo accenno di compassione umana, pur di cavarne fuori una buona storia con cui imbrattare qualche decina di cartelle redazionali.

Ci sono scrittori di tutti i tipi, non sto neanche qui a elencarli, l’unica cosa che ci accomuna tutti quanti, con un’unica infornata, è la mancanza di scrupoli davanti a informazioni abbastanza decenti per imbastirci un testo, o anche solo una breve digressione che serva ad arricchire lo svolgimento dei fatti principali.

Date retta a me, se nella zona sta passando uno scrittore, tacitatevi all’istante. Non vi sbottonate, non lasciate uscire la minima confessione riguardo alla vostra persona, anche apparentemente innocua, non si sa mai che fine possa fare. E non fidatevi se il suddetto si aggira con fare distratto, fischiettando magari, con gli occhi persi al cielo e le mani affondate nelle tasche. È un essere subdolo. La natura l’ha formato per carpire anche una mezza parola che vi scappi di bocca per poi ingigantirla a infamia, addirittura, casomai gli tornasse utile.

Tanto che fa, per star certo che la vittima di turno non lo vada a prendere per il colletto, rivendicando le proprie ragioni? Cambia sommariamente le generalità, ingarbuglia gli avvenimenti quel tanto da non farli apparire come la mera resa cronachistica di fatti reali e il gioco è fatto.

Sapete quel disclaimer che appare in fondo alle opere “d’invenzione”? Quello che declama: “Il presente libro è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi ed eventi sono frutto dell’immaginazione dell’autore. Ogni riferimento a fatti, ambienti o persone realmente esistenti è del tutto casuale”. Ecco, mm, quella dichiarazione lì deve essersela inventata il Diavolo in persona. Scagiona da tutto, come un’assoluzione plenaria.

Occhio quindi alle nostre arti suasorie, sono come quelle dei preti, discrete ma insinuanti. È vero, molti di noi sono insopportabili tromboni, da quelli c’è poco da stare all’erta, li si sgama subito, ma quelli lì di solito sono i colleghi più mediocri. Il vero scrittore ha bisogno di buone storie, come il vampiro di emoglobina verginea e lo zombie di un sistema corticale ben irrorato: sono quelle il suo principale nutrimento. Per ottenerle è disposto a dissimulare il proprio ego, per quanto sovrastante, farsi mignolo mignolo, rendersi insignificante, come una microspia.

Siamo un po’ come quello scivoloso essere degli abissi classificato come pesce lanterna. La nostra gentilezza e predisposizione all’ascolto equivalgono a quella strana appendice bioluminescente che si innalza da quel suo ceffo brutto e piatto. Attenti però: il resocontista di turno si mostra stranamente disponibile, il più pacato e accondiscendente ascoltare di questo mondo, voi credete al suo candido sorriso, decidete di vuotare il sacco per alleggerirvi un po’ delle vostre ubbie con un amico, per quanto improvvisato e… zac! Siete in trappola! Come il pescetto che abbocca per poi essere divorato. Tutto quel che direte da quel momento in poi è facile che vi si ritorca contro, inchiostrando le future pubblicazioni di quel bel tomo a vostro discapito.

E non sperate che ciò che non trascrive immediatamente vada perduto, non sentitevi salvi. Per quel che mi concerne, mi ricordo cose di voi che neanche voi sapete di aver mai fatto o, anche qualora le ricordaste a vostra volta, fatichereste ad ammettere di aver compiuto.

E il problema caratteriale di gran lunga più increscioso di uno scrittore è la sua bulimia comunicativa: se ha carpito qualcosa di suggestivo dai vostri racconti, è improbabile che se ne disfaccia per le urbane regole della discrezione, che lui peraltro disconosce platealmente. È come un molossoide con l’osso: non pensate neanche di riuscire a levarglielo da quelle serrate fauci sbavanti. Preferirà sacrificare voi e la vostra ininfluente integrità mentale piuttosto che mollare il gustoso aneddoto che gli avete appena spifferato incautamente.

Eppure, questo dovete mettervelo bene in testa, il vostro trascurabile sacrificio servirà ai più alti, sublimi scopi. Del resto non c’è un’altra via.

Papà Freud in Psicopatologia della vita quotidiana dimostra come non riusciamo a inventarci neanche i numeri o i nomi, se non rifacendoci più o meno involontariamente al nostro vissuto, per come è costituito il nostro cervello. Figuriamoci per quanto riguarda una descrizione fatta, finita e strutturata…

L’arte si ispira sempre alla vita, questo è il punto. Trasfigurandola di sana pianta, è pur vero, comunque sia, il semilavorato di partenza resta la realtà, che sia la piatta quotidianità di Leopold Bloom o le grandi vicende storiche che forniscono l’impianto a Guerra e pace.

Non di meno gli autori di fantasy o i più spericolati astrattisti hanno egualmente bisogno di appoggiarsi a qualcosa di tangibile com’è il mondo circostante per costruirci sopra qualcosa di solido, oltre che per avere un terreno comune con i propri lettori e mantenere, in tal modo, la loro opera sufficientemente perspicua e condivisibile.

Per non parlare poi degli umoristi o degli autori satirici: a quelli basta solo drizzare le antenne. La vita ci offre tanti e tali spunti di ridicolaggine che basta solo sapere da quale angolazione guardarla per tirarne fuori sketch comici a valanga.

Ecco perché è così importante che voi accettiate di offrirvi su un piatto d’argento, senza ritrosie, senza vergogne, come scimmie da laboratorio, le cui secrezioni, spremute e sintetizzate, produrranno esiti benefici per l’intero consorzio umano.

Tanto, anche qualora tentaste di opporvi, come già si diceva, sarebbe solo un inutile spreco di energie.

Quel vecchio amico di Joyce, Oliver Gogarty, quello che aveva dato spunto al solenne e paffuto Buck Mulligan, il personaggio con cui si apre l’Ulysses (“Stately, plump Buck Mulligan came from the stairhead, bearing a bowl of lather on which a mirror and a razor lay crossed” etc. etc.) l’aveva presa bene: ogni volta che notava il giovane James dileguarsi dalla compagnia per isolarsi chissà dove a buttare giù appunti, era solito esclamare incuriosito: “Chissà a quale di noi si è ispirato questa volta”. Bravo Gogarty! È questo lo spirito giusto!

Lo scrittore plagia in entrambi i sensi del termine: vi plagia con la sua faccia di tolla e i suoi modi infidi e sciscì per farvi parlare e plagerà le vostre squallide vite per farne fiction scintillante. È sia plagiatore che plagiario, quindi doppiamente condannabile, ma a sua discolpa si può aggiungere che, tra tutti i tipi di falsari, è l’unico che, anziché imitare l’originale con della paccottiglia dozzinale lo rende migliore, senza dubbio più significativo e, in qualche modo, esemplare.

Se vi può essere di una qualche consolazione, la prima vita a essere plagiata è proprio quella dell’artista. È a cominciare dalle proprie esperienze che qualsiasi autore compie i suoi primi passi narrativi. È un istinto naturale interiorizzare il proprio vissuto e provare a rielaborare prima di tutto quello per imparare il mestiere, capire come dosare dettagli reali e abbellimenti o trasfigurazioni. Vale per tutti, e quindi anche per lui, che il magazzino più ricco e interessante a cui attingere non sia quello dei successi, bensì quello accanto, col cartello “Disavventure” appeso sopra (se avete bisogno di conferme, vi posso elencare la sontuosa pletora di sfighe o brutte figure personali che da sempre rimpinza, sotto mentite spoglie, le pagine a me ascrivibili). 

I romanzieri, i novellatori esordiscono come piccoli solipsisti impacciati, cercando di sfogare le proprie nevrosi attraverso la scrittura. A un certo punto, raggiunto un pur minimo grado di maturità, si accorgono che questa fonte autoreferenziale da cui hanno lasciato che sgorgassero le loro prime paginette è di rapido esaurimento, mentre là fuori il mondo è pieno zeppo di nuove storie che vagano su gambe umane in attesa di essere distillate e rese pubblicabili. Appena presa coscienza di questo, vi si getteranno addosso come una brancata di mignatte assetate e, per quanto vi dimostriate restii e riservati, qualcosa riusciranno a suggerlo anche da voi, statene pur certi. C’è chi se ne sente lusingato: d’altronde vuol dire che la sua vita a qualcuno è apparsa abbastanza rilevante da fargli venire voglia di saccheggiarla, altri invece si sentono turbati da questa invadenza, quando non addirittura offesi.

Caso recente: è uscito da poco un mio romanzo dai tratti grotteschi, come spesso mi capita, i cui protagonisti rappresentano figure parossistiche, incapaci di dominare la realtà contingente. Il titolo credo sia emblematico: Il cazzone & il coglionazzo. Ebbene, tempo un mesetto dall’uscita, un tizio si sentì punto sul vivo, immaginando che la sua persona fosse servita da ispirazione per il secondo dei due personaggi eponimi. Fece scrivere da un avvocato a me e all’editore, chiedendo soddisfazione. Quello che più mi stupii è che sembrava tenerci particolarmente, semmai avesse intentato causa e, per un esito inverosimile, l’avesse vinta, a ottenere legalmente il patentino di “coglionazzo”. Comunque sia, quello che davvero mi colpì fu una frase nella lettera di risposta al collega da parte del rappresentante legale della casa editrice: “Come si fa a dire che le vicende narrate si rifacciano alla vita del Suo cliente? La narrativa per sua stessa definizione è inveritiera”. Il contorto gergo da legulei dava un brillante compendio dell’intera questione: quando una cosa viene scritta diventa automaticamente finzione, inutile stare poi lì a recriminare. Tant’è vero che dopo quella missiva non si sono più avute notizie da parte dell’aspirante querelante e del suo avvocato.

Perciò, da parte mia e di tutto l’albo professionale che in questo momento rappresento mi arrogo – sia ben chiaro – tutti il diritto di minchionarvi e sfruttarvi quanto più ci pare e piace, confermando quanto sia vano tentare di sfuggirci, scoveremo ovunque siate voi e le vostre succose storielle, ma almeno rendetevi conto che tutto questo si fa per una buona causa. La chiamano “letteratura”.

ENDOXA - BIMESTRALE LETTERATURA

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