DELLA PREISTORIA DELLA DEVIANZA E DEI SUOI MEZZI DI PROVA: IL CASO DEL MARCHESE MASCARDI

Immagine per EndoxaGIANVITO BRINDISI

Sappiamo oggi, grazie agli sforzi delle nuove sentinelle neurogenetiche dell’ordine sociale, che la devianza (con le sue forme di prova) non dipende tanto dalla configurazione dei sistemi punitivi o banalmente dalle fluttuazioni storiche della responsabilità e della soggettività o dalle loro qualificazioni giuridiche, ma dal funzionamento del cervello e dal corredo genetico, naturalmente influenzati da certi ambientacci.

Gli ultimi decenni del secolo scorso hanno visto molti studiosi andare alla ricerca dei precursori di tali acquisizioni, per onorarne il contributo al progresso dell’umanità liberandola dagli anormali. Ha così preso forma un vasto campo di indagine della frenologia, scienza delle localizzazioni e dello sviluppo delle aree del cervello deputate al comportamento umano e animale, come prima forma di oggettivazione biologica della devianza e come tentativo di perfezionamento dell’animale umano a partire dai principî della fisiologia del cervello.

È in particolare con Franz Joseph Gall – tra i primi a invocare il bisogno per il diritto di adeguare la punizione alla natura dell’individuo e al suo grado di libertà morale per come stabilito dalle scienze – che viene elaborato un dispositivo per la determinazione corporea delle disposizioni individuali tale da consentire la punizione del soggetto per quel che egli è in relazione alle sue tendenze, alla sua carne, o meglio per il consenso prestato dal soggetto stesso alle involontarietà che lo abitano e che determinano la sua volontà. La cranioscopia è lo sguardo funzionale a rilevare lo sviluppo normale o anormale delle tendenze, o motivi interiori, che organizzano il comportamento individuale, se non addirittura ad assegnare all’individuo una certa caratterizzazione anche in assenza del comportamento corrispondente – il tutto, si badi, nel rispetto della sua libertà. L’uomo viene così rimosso dallo scranno metafisico sul quale si era posto in violazione delle leggi della natura e il diritto di punire viene sottratto non solo alla sfera del peccato e a tutto l’arsenale mistico delle antiche prove giudiziarie, ma anche all’astrattezza dei suoi concetti. Né si pensi che Gall e i suoi eredi non abbiano fatto spazio al sociale: al contrario, l’anormalità del cervello e del cranio è stata frequentemente interpretata come indice di una cattiva educazione o di un cattivo ambiente, nella convinzione che da un lato il difetto organico rendesse l’individuo vulnerabile rispetto alle circostanze esterne, e dall’altro l’ambiente e l’educazione influissero sullo sviluppo del cervello, con gli effetti di classe che ne derivavano.

Risalendo ulteriormente, nel novero dei precursori del credo frenologico si colloca una figura la cui vicenda ha conosciuto una grande circolazione nel corso del XIX secolo e che ritengo degna di memoria e di indagine.

Nel Regno di Napoli, sul finire del XVIII secolo, un marchese illuminato dal fervore dell’umanità e dalla scienza, variamente qualificato nelle fonti come presidente del tribunale penale, capo della polizia criminale o segretario di giustizia del Regno, esercitava l’arte del giudicare i condannati dalle loro differenze antropologiche, sulla scorta delle opere di Cabanis e Della Porta. La storia del marchese Mascardi, era questo il suo nome, contemporaneo di Filangieri, fa la sua comparsa nel 1832 in un discorso svolto da un altro marchese, F.M. Moscati, in esilio a Londra, nel corso di una riunione della London Phrenological Society cui Moscati si candidava a divenire membro, e pubblicato l’anno successivo con il titolo History and Conversion of an Anti-Phrenologist. L’autore, presentato ai membri della Società come un militare che ha combattuto con Napoleone e come un linguista conoscitore di 36 lingue, racconta di esser stato in origine uno strenuo oppositore della frenologia, contro la quale aveva indirizzato vari articoli satirici, fino a quando non era però stato conquistato dallo stesso Gall attraverso la forza dei fatti, arrivando a seguirne i corsi a Parigi e a divenirne un seguace. Dopo aver sostenuto che Gall e Spurzheim hanno ridato vita a un ramo della filosofia coltivato già dai migliori filosofi dell’antichità (Pitagora, Giamblico, Platone, Aristotele), Moscati racconta che:

«Il marchese Mascardi è stato il presidente del tribunale penale di Napoli dal 1778 al 1782. Aveva studiato l’opera di [Della] Porta e la fisiologia di Cabanis. Ogni volta che un criminale avrebbe dovuto essere giustiziato ma non intendeva confessare il suo crimine, benché le testimonianze provassero la sua colpevolezza, il marchese ordinava che fosse portato nella sua residenza, dove svolgeva un diligente esame del suo cranio. Riporto di seguito due delle sue sentenze: 1: “Auditis testibus pro, et contra, visa facie, et examinato capite, ad furcas damnamus”. 2: “Auditis testibus pro, et contra, reo ad denegandum obstinato, visa facie, et examinato capite, non ad furcas, sed ad catenas damnamus».

Qualche anno dopo, nel 1836, il racconto è richiamato da François J.V. Broussais nel suo Cours de phrénologie e a partire da allora fa il giro del mondo, ricorrendo in differenti versioni in pubblicazioni frenologiche di vario genere e nazionalità (Julien Le Rousseau, Notions de phrenologie; Sidney Smith, The principles of phrenology; Robert Ralph Noel, Grundzüge der Phrenologie; Mariano Cubí y Soler, La frenolojía i sus glorias e Sistema completo de frenolojía; Pedro Mata, Tratado de la razon humana; etc.). Fanno eccezione – fatto significativo – quelle prodotte nella prima metà dell’Ottocento tra Napoli, che era stata la sede dell’attività di Mascardi, e Aversa, che era al tempo uno dei centri frenologici più attivi in Italia; mentre la sola pubblicazione del resto della Penisola che riporta questa storia e che ho sinora individuato (le Rimembranze e considerazioni di Plinio Schivardi sulle conferenze frenologiche di Fossati a Milano) ha sempre come riferimento, in ultima analisi, il testo di Broussais.

La fortuna della storia del marchese si consuma tuttavia nel XIX secolo nel giro di pochi anni, subendo evidentemente il discredito di cui è fatta oggetto la frenologia stessa, ormai tacciata di un grado di attendibilità scientifica non molto distante da quello della chiromanzia. Forse il primo a ridarle luce nel XX secolo è Georges Lantéri-Laura, nel lavoro sicuramente meglio informato finora apparso sulla frenologia di Gall, dove Mascardi è richiamato come un esempio «qui nous montre que l’examen du crâne était alors tenu, au moins par une partie de l’opinion, pour un moyen sérieux de connaître l’homme dans sa singularité» (Lantéri-Laura, Histoire de la phrénologie, 1970, p. 24). Da qui in avanti la vicenda di Mascardi è ripresa in vari lavori di storia dell’antropologia, della frenologia e della criminologia (Visage du fou, visage de l’autre di Catherine Fouquet; Des visages: essai d’anthropologie di David Le Breton; il saggio dello stesso Lantéri-Laura nell’Histoire de la criminologie française diretta da Laurent Mucchielli; La médecine du crime e Crime et folie di Marc Renneville; Neurolinguistics di Charles P. Bouton).

Il contrasto tra il preciso riferimento temporale della notizia, cui la formula latina dovrebbe conferire autorevolezza e verosimiglianza, e il singolare silenzio delle fonti napoletane mi ha indotto a indagare la concretezza storica di questo mitico precursore. Ma tutti i tentativi fatti per trovare un riscontro documentario dell’esistenza del marchese (anche con la mediazione del dott. Lorenzo Terzi, funzionario archivista presso l’Archivio di Stato di Napoli, cui va il mio ringraziamento) sono stati vani.

Sebbene non sia escluso che ulteriori ricerche possano approdare a diversi risultati, al momento sembrerebbe di trovarsi di fronte a un aneddoto leggendario, impressione oltretutto avvalorata dal contesto della sua narrazione, un discorso d’ingresso in una società scientifica caratterizzato in più dalla retorica tipica dei convertiti. Nondimeno, l’assenza di documenti d’archivio in grado di rendere conto dell’esistenza del marchese non è condizione sufficiente a negare una storicità effettiva alla sua figura, né il suo carattere leggendario autorizza a negargli l’omaggio dovutogli da parte della storia dei Lumi e dell’umanismo.

Storica senza essere esistente, la figura di Mascardi può essere analizzata nella storia dei regimi di verità giudiziaria, oltre che valutata nella funzione simbolica che ha svolto all’interno della narrazione mitica che il sapere frenologico ha fatto di sé stesso nel XIX secolo.

Sotto il primo aspetto, la lettura di Lantéri-Laura deve essere riconsiderata. Lo psichiatra francese sosteneva che Mascardi convocasse nel suo gabinetto il condannato per esaminarlo e per decidere se confermare la pena capitale – nel caso l’esame del viso e del cranio avesse rivelato l’uomo irrecuperabile – oppure graziarlo, se al contrario l’esame avesse mostrato delle possibilità di correggerne la natura o permesso di ricondurne il crimine a circostanze accidentali anziché a una fatale predisposizione. Ma nessuna delle fonti di Lantéri-Laura (Broussais e Béraud), né il resoconto originario di Moscati, autorizza quest’interpretazione. Broussais, in particolare, si limitava ad affermare che non bisognava sorprendersi del fatto che Mascardi avesse osato giudicare degli accusati «plutôt d’après les formes de leur tête que d’après leurs dénégations», e non faceva alcun riferimento all’amministrazione dell’esercizio sovrano del potere di grazia.

Insomma, stando al racconto, il giudizio di Mascardi non era strettamente volto a conoscere la disposizione soggettiva in sé stessa ai fini dell’emanazione del giudizio, della concessione della grazia o della commutazione della pena, ma era funzionale ad ‘accertare’ la verità del fatto. L’analisi fisiognomica e cranioscopica mascardiana era infatti utilizzata solo in caso di mancata confessione, quasi a voler convalidare attraverso un segno la possibilità che il condannato fosse o meno l’autore del fatto (ciò che, a onor del vero, Lantéri-Laura pure riconosceva), più che a verificare l’esistenza di disposizioni innate o suscettibili di correzione. Pur procedendo innegabilmente all’analisi della disposizione individuale, il marchese trattava cioè il cranio come equivalente corporeo, più che della verità interiore dell’individuo, della verità del fatto in caso di mancata confessione, come segno di colpevolezza materiale, come se le espressioni del viso e la forma del cranio potessero confessare il crimine al posto del soggetto, e dunque sconfessare quest’ultimo. L’indagine fisiognomica e cranioscopica rappresentava così da un lato un equivalente della tortura finalizzato alla confessione (peraltro, nella sua versione della storia di Mascardi in The Principles of Phrenology, Sidney Smith aggiunge il particolare del rifiuto del condannato di confessare «on being put to the torture»), dall’altro un esame volto a far parlare il corpo, una perizia quindi, ma colta nel suo spessore originario di giudizio di Dio, segno di colpevolezza reale.

Inquadrandolo nella storia dei regimi probatori e delle corrispondenti idee di società tracciata dalla dimenticata Philosophie pénale di Gabriel Tarde, l’esame di Mascardi è in definitiva una forma embrionale di prova medico-legale, che conserva un tratto della perizia divino-legale – come Tarde definiva l’ordalia – e un tratto corrispondente alla tortura, rappresentando il cranio un segno di verità e un sostituto della confessione rifiutata dal soggetto. Volendo qualificarla invece dal punto di vista del rapporto tra regimi di potere e regimi di verità, con Michel Foucault – della cui relazione con Tarde (e Lacan) sul punto si dovrà pur scrivere un giorno – si può concludere che la pratica mascardiana si iscrive a metà strada tra l’inquisizione e l’esame, tra l’esercizio del potere sovrano legato alle prove legali e ai supplizi – rituale politico teso a restaurare la sovranità lesa da un criminale che porta in sé la verità del fatto – e il potere di normalizzazione, che vede l’uomo, nella sua natura psichica e biologica, diventare il bersaglio dell’intervento penale in funzione di una correzione o rieducazione. Solo in questo secondo caso, in un’economia punitiva diretta a determinare la pena a partire dai motivi del crimine e in funzione della trasformazione degli individui, il sapere relativo alla natura del criminale è essenziale per la determinazione del castigo, come spiega Foucault in Les anormaux.

Vorrei spendere ancora poche parole, in conclusione, intorno alla funzione simbolica svolta dalla figura del marchese nella narrazione attraverso la quale i frenologi del XIX secolo ricostruiscono la storia del proprio sapere. Questa narrazione rientra in un classico schema retorico positivistico, già piuttosto consolidato nella prima metà dell’Ottocento, indirizzato a fondare miticamente il sapere antropologico, e nel caso specifico a conferire universalità, umanità e scientificità alla frenologia come esito, per non dire rivelazione, manifestazione finalmente scientifica di una verità da sempre riconosciuta dai sapienti e in ultima analisi astorica. Tale funzione è molto ben rappresentata dal più celebre tentativo di Cesare Lombroso di universalizzare la sua teoria nella quarta edizione del suo Uomo delinquente (1894, pp. XVI-XVII), dove sostiene appunto che essa era stata non solo già sostenuta nell’antichità – da Omero ad Aristotele e fino a Giambattista Della Porta – ma da sempre riconosciuta dalla percezione popolare delle anormalità fisiche e dai saperi proverbiali, e addirittura messa in pratica, come nel caso dell’editto medievale riportato da Valesio secondo cui, in caso di sospetto tra due individui, la tortura doveva essere applicata al più deforme di questi.

In molti, nel corso del XX secolo, da vari punti di attacco, hanno restituito queste narrazioni compiaciute alla politicità intrinseca della historia rerum gestarum, mostrando il tenore performativo, poliziesco e strumentale delle classificazioni frenologiche, psichiatriche, antropologiche e criminologiche, che, medicalizzando le devianze, hanno sempre naturalizzato anche le norme da cui i devianti deviavano, innocentizzando e deresponsabilizzando la società con le sue istanze di potere e di sapere.

Vero è che tante battaglie sono state vinte, ma si è sbagliato per lungo tempo e si continuerebbe a sbagliare se pensassimo che le ombre bio-psico-sociologiche proiettate sulla devianza dalla criminologia positivistica in funzione della difesa della società siano solo un lontano ricordo. Se ancora oggi si ritiene di poter fondare una neocriminologia lombrosiana (ad es. Adrian Raine, L’anatomia della violenza), giustificare pene o misure di sicurezza a partire da essa (ad es. Corte d’assise d’appello di Trieste, 18 settembre 2009, n. 5), concependo il crimine come un problema medico di salute pubblica, in linea con una medicina che valorizza l’adattamento all’ambiente e che si pensa come governo della popolazione, ciò vuol dire che la storia di cui Mascardi è il precursore resta una storia scritta dai vincitori.

DIRITTO ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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