F FOR FREAK

1MASSIMILIANO SPANU

Il sostantivo inglese freak, da intendersi come “capriccio” o bizzarria di natura, mostro, teriomorfo o teratomorfo, ha subito varie oscillazioni di significato, tra le quali la variazione semantica di marca socioculturale / politica riferita essenzialmente alla Controcultura degli anni Settanta per la quale il termine indicò chi, specialmente tra i giovani, rifiutasse apertamente l’ideologia dominante discostandosene sostanzialmente, respingendo come autoritarie e di regime le norme e i modi istituzionalizzati del comportamento sociale, “adottando comportamenti anticonvenzionali e anticonformistici, vivendo alla giornata e spesso facendo uso di droghe.” In italiano la parola è stata talvolta adattata e rivolta all’indicare dispregiativamente o ironicamente i “fricchettoni”, gli hippies, gli indiani metropolitani, che so, quelli del Parco Lambro o di situazioni simili: si veda, a riguardo, la definizione fornita da Enciclopedia Treccani.

Nell’immagine, nell’audiovisivo e nel cinema in particolare, la cosa invece è andata modulandosi in maniera assai più complessa, e ancora oggi pare in trasformazione, forse anche superata dagli studi sociologici culturali.

Se pensiamo all’immagine contemporanea, mi sembra si possa affermare che – come spesso capita da un bel po’ di tempo a questa parte – nella contemporaneità sia il videoclip a esprimere, ad aver prodotto quanto di più vicino si possa pensare allo specifico significato della parola di partenza, sia che la si intenda nell’accezione originaria che in quella derivata.

Vari sono i casi che si possono citare ad esempio, e sembrano parlare tutti, e in diverso modo, della società contemporanea e capitalista in trasformazione, dove per le classi meno abbienti la tenaglia va stringendosi, e l’ansia, la necessità di riconoscimento si fa sempre più stringente.

Se si escludono le produzioni fantascientifiche d’ultima generazione (un Freaks del 2018, scritto e diretto da Zach Lipovsky e Adam B. Stein, film di stili, linguaggi e registri eterogenei) negli ultimi dieci anni sembrano particolarmente significativi i leggendari video di Die Antwoord

2

(fig.2), formazione techno-rap-hip hop originariamente composta di tre membri (Ninja, Yolandi Vi$$er e il produttore DJ Hi-Tek) che sin dai suoi primissimi pezzi è andata configurandosi e definendosi nei termini estremi, aggressivi e spesso sconcertanti del rap-dissing scandaloso, tra il lolitismo diabolico di Yolandi e il drug-dealer style di Ninja, tra sensibilità rave/underground e altre meno palesi e più sostanziali, oltre che più facilmente spendibili (si pensi a Baita Jou Sabela, costruito dialetticamente tra gli ultimi, gli ospiti delle patrie galere, e Yolandi, la ragazza sexy in Lamborghini). Insomma, gli elementi d’una realizzata convivenza sudafricana tra identità e modi d’essere altrimenti del tutto antitetici nello status quo tardo-capitalista e post-coloniale: di fatto, il gruppo di Città del Capo (il cui nome proviene dall’olandese nell’uso afrikaans e significa “la risposta”) produce musica e immagine “zef”, ovvero roba in linea con la “bastardised whiteness – culture”, di stile povero, ibridato, stravagante e sexy, infine accuratamente estetizzato e formalizzato. Roba moderna e trash, che fa propri elementi culturali tradizionali e superati associati “a persone che truccano le loro macchine e fanno rock, oro e merda.”

Die Antwoord sembrano muoversi agevolmente, con singolare coerenza (clamoroso ma prevedibile il rifiuto della band a collaborazioni con Lady Gaga e a David Fincher – che voleva Yolandi Vi$$er come Lisbeth Salander, protagonista nel remake of The Girl With the Dragon Tattoo) nel flusso della nuova tendenza sudafricana: un’onda, cioè, d’iconografia e mitologia dell’alterità più dopata ma fattasi quasi-normalità, canone anche internazionale, quella per intenderci dell’ultima sci-fi politica e weird alla District 9 di Neill Blomkamp, regista che, non a caso, ha lavorato ai video di Die antwoord e che li ha voluti nel proprio Chappie, con Hugh Jackman e Sigourney Weaver. Una tensione all’affermazione spinta della propria differenza, quindi, dove le perturbanze sono elette a stile multiculturale e sovvertitore: Die Antwoord le colloca convenzionalmente, in accordo col panorama musicale di quegli anni, tra il “mostruoso” popolare, il patologico – ribellistico e una certa idea distruttiva ed eversiva di glam, così come ribadito dall’articolo di «The Guardian» intitolato Die Antwoord: ‘Are we awful or the best thing in the universe?’.

I FINK U FREEKY (https://www.youtube.com/watch?v=8Uee_mcxvrw), House of Zef, Ugly Boy 1(fig.1), Enter the Ninja (https://www.youtube.com/watch?v=kdgQRRYlYrM), o anche Pitbull Terrier (https://www.youtube.com/watch?v=JvMXVHVr72A) sembrano pezzi e video perfettamente esplicativi delle tensioni sopracitate, in linea con la produzione di successo globale di artisti o formazioni imprescindibili e precedenti come Aphex Twin, o Prodigy.

Il primo, pseudonimo di Richard David James, è musicista britannico nato in Irlanda, cioè una delle figure più inventive della musica contemporanea, caposaldo d’infiniti generi musicali contemporanei tra “techno e trance music, drum and bass ed acid house, capace di spaziare nella musica classica, nell’ambient e nella cosiddetta non-music o noise music” (Wikipedia).

La collaborazione di Aphex Twin con Chris Cunningham, regista e videoartista inglese di livello assoluto, ha prodotto videoclip di successo e di riferimento estetico immediato. Si tratta di video per certi versi seminali, costruiti attorno a ingredienti antisistemici, alternativi e d’opposizione critica assoluta, simili a quelli attribuiti a Die Antwoord: in primo luogo, Come to Daddy (https://www.youtube.com/watch?v=TZ827lkktYs), capolavoro viscerale, ossessionante, dove la traccia musicale di Aphex Twin sembra emergere in forma di dissonanza elettronica e industrial dal magma d’un primo death metal norvegese contaminato d’effetti noise e underground, mentre l’immagine accompagna il suono presentandoci uno stuolo di ragazzini con volto uguale e mostruoso

4

(fig.4, quello deformato di James, a citare chiaramente The Brood – La covata malefica, 1979, di Cronenberg,

4.1fig.4.1, film di psicoplastica rabbia e crisi) che accorrono al terrifico richiamo di un monitor televisivo

4.2(fig.4.2). Una donna in età e il suo cane si trovano a fronteggiare “la madre/padre” dei bambini mostruosi, espulsa dalla tv

5(fig.5) con chiara citazione al “parto” catodico ancora una volta cronenberghiano di Videodrome

5.2

(figg.5.2 e

7

7, rimando ribadito, à la Brood, nell’unione dei piccoli mostri con la creatura “madre” della conclusione,

6fig.6).

Nel 1996, con Windowlicker (https://www.youtube.com/watch?v=UBS4Gi1y_nc) Aphex Twin giocava al racconto dello sconvolgimento dell’abbordaggio catcaller tipico da ghetto causa l’irruzione sulla scena della limo infinita (a bordo della quale c’è sempre lui: l’Aphex Twin satanico che incarna ovviamente lo spettacolo, il potere economico, il sesso, il Capitale). I Prodigy, formatisi nel 1990, lanciavano già trent’anni fa Out of Space rivendicando la propria appartenenza al big beat acido (non a caso, a volte, chemical breaks) con i versi “I’ll take your brains to another dimension / I’m gon’ send him to outer space / To find another race”. Pezzi e video come Breathe, Smack My Bitch Up, Firestarter rivoluzionarono la scena degli anni Novanta, imponendo le figure techno-freak e complementari di Keith Flint e MC Maxim, oltre che, soprattutto, un diverso modo di pensare e girare un videoclip: ma è forse con il progetto della riproposizione di Voodoo People (Pendulum Remix, https://www.youtube.com/watch?v=XQEBzauVIlA) che la metafora sulla follia di sfruttamento capitalista sembra definitivamente confezionata. Un nugolo di giovani viene fatto correre nella notte con le mani legate dietro la schiena e gli occhi bendati. In molti si schiantano su colonne, macchine in sosta, mentre gangster debosciati e arricchiti (tra questi Keith Flint) assistono riprendendoli con il loro cellulare.

Il video originale del pezzo, diverso da quello realizzato per il remix, rimandava invece ai film slasher italiani del filone mondo e cannibal alla Gualtiero Jacopetti o Ruggero Deodato, per risolversi infine nella matrice del film di inseguimento. Ma l’altra specie e dimensione, “the other dimension” di Out of space cui ascrivere la propria subcultura, la propria identità artistica e personale, per Prodigy era già nell’electro-dark underground e nell’immagine perturbante di Firestarter (“I’m the trouble starter, punkin’ instigator / I’m the fear addicted, a danger illustrated”) o di Breathe (https://www.youtube.com/watch?v=wmin5WkOuPw&list=RDwmin5WkOuPw&start_radio=1&rv=wmin5WkOuPw&t=11 ; https://www.youtube.com/watch?v=6_PAHbqq-o4) pezzi e video di successo planetario, di rivendicazione d’uno spazio e d’una vicenda di vita già allora segnata, nello scavo della buca sempre più profonda, sino all’autodeterminazione suicidale: 

Breathe, breathe in the air

Don’t be afraid to care

Leave but don’t leave me

Look around, choose your own ground

For long you live and high you fly

And smiles you’ll give and tears you’ll cry

And all your touch and all you see

Is all your life will ever be

Run, rabbit run

Dig that hole, forget the sun

And when at last the work is done

Don’t sit down, it’s time to dig another one

For long you live and high you fly

But only if you ride the tide

And balanced on the biggest wave

You race towards an early grave.

La sensazione, il messaggio definitivo, allora, è nella fine predeterminata, già scritta, e nel principio.

Freaks, capolavoro di Tod Browning del 1932, motivo infinito di scandalo e censura, eppure capolavoro aurorale e assoluto della storia del cinema, partiva dalla richiesta di Irving Thalberg allo sceneggiatore Willis Goldbeck: quella di realizzare da Spurs, racconto di Clarence Robbins pubblicato su «Munsey Magazine», “qualcosa di veramente orribile”. Era periodo di produzioni orrorifiche di grande successo commerciale e la regia fu affidata a Browning, che veniva da Dracula e Iron Man (1931). Browning riempì gli studi di personaggi a dir poco peculiari – nani, gemelle siamesi, donne barbute, pinheads, ermafroditi, ecc. -, con Mayer che intervenne da subito, scandalizzato assieme agli attori, a tentare di bloccare quello che riteneva un progetto vergognoso. Thalberg resistette, e Browning con lui. Ne risultò un film che, per citare Jean Gili, non fu d’orrore ma “d’amore, alla maniera molto più tardi riproposta da Herzog nel suo Anche i nani hanno cominciato da piccoli (Auch Zwerge haben klein angefangen, 1970), con la macchina da presa collocata dalla parte dei “diversi”, a umanizzarne la diversità, per una volta riconoscendo nella prosperità e nel rigoglio, nella bellezza e seduzione, non nel disagio fisico o nella tara genealogica, l’origine del delitto e della colpa.

La violenza delle forze che strisciano nel fango della notte piovosa, i freaks che emergono vindici dagli angoli più remoti della storia e della vita, è dunque la giustizia biblica.

Conseguentemente, è la supposta “normalità” a rendersi bieca, ipocrita, mentitrice, traditrice, infine punita nella nemesi dai suoi piccoli agenti, dal contrappasso più terribile. Inutile dire che la critica del tempo (quella americana, a onor del vero non tutta, con splendide, timide ma importanti eccezioni) sabotò totalmente l’opera, giudicata come “offensiva”, “nauseante”, “oscena”, “grottesca”. La stessa produzione tagliò più di 30 minuti del film che nella Germania nazista fu ovviamente vietato, in Gran Bretagna non si vide sino al 1964, mentre in altri paesi (Italia compresa) non fu per lungo tempo distribuito. In RAI è andato trasmesso – grazie a Enrico Ghezzi – solamente nel settembre del 1983.

Il film, Olga Baclanova, Prince Randian, Harry Earles, e i freaks tutti di Browning sono indimenticabili, accolti dal National Film Registry, eletti dal Preservation Board della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti e unanimemente considerati gioiello culturale ed estetico commuovente e terribile, tra i più significativi della storia del cinema.

Così è successo anche con gli zotici deviati e familiari de Le colline hanno gli occhi (The Hills Have Eyes, 1977, Wes Craven, https://www.youtube.com/watch?v=mqT_5K0zw7E), assurti a icone memorabili e caratterizzanti il neo-horror post hollywoodiano, in un film nel quale Marte, Plutone, Papà Giove, fratello Mercurio attaccano la roulotte della famiglia Carter, stuprano e uccidono. Ma i freaks, anche qui, sono solo «l’altra faccia della stessa medaglia». Perché il “nemico”, per Craven, non è da ricercare nell’Altro o in un Paese straniero, ma nell’identico, nei miserabili e avversati dalla sorte (quella dei test nucleari americani, di cui si dice appena, ma eseguiti in quei territori – come poi ben ribadito e tematizzato dal remake dell’opera): cioè nella struggle for life dei drop-outs, dei minus habens che a causa delle deformità e delle disuguaglianze, delle tregende patite, predano alla ricerca del cibo, della pienezza e della pancia piena (“Ma cosa hai nelle tue mani? È la cosa più buona che aspettavo! Accidenti!”. / “Era tempo che non si mangiava bene in famiglia, figli miei […] Facciamo finta di fare festa per il giorno del Ringraziamento!”, e tutti guardano affamati al tenero corpicino della bambina neonata).

La loro è lotta violenta per il conseguimento – ovviamente pervertito –  delle solite cose, del cibo e dell’amore che non hanno mai meritato: “Craven trasse ispirazione dal personaggio di Sawney Bean, serial killer e capo di un clan di 48 persone che secondo la leggenda avrebbe commesso oltre 1000 omicidi e compiuto atti di cannibalismo sulle vittime nella Scozia del XVI secolo.[…] Ciò che attirò il suo interesse fu soprattutto l’epilogo della vicenda, con i seguaci di Bean catturati, barbaramente torturati e giustiziati senza alcun processo, un trattamento che secondo il regista poneva sullo stesso piano il comportamento animalesco del clan con la ferocia di persone apparentemente “civilizzate”.”

Se si pensa agli hillbillies di Un tranquillo weekend di paura (Deliverance, https://www.youtube.com/watch?v=HRu2dkUml8Y), di E la terra si tinse di rosso (The Lolly Madonna War, 1973, di Richard C. Sarafian) o Il Clan dei Barker, di Roger Corman, il discorso è, con le sfumature ovvie, esattamente lo stesso.

I freaks, i tossici, gli spree killers, così come i devianti cannibali, i mentalmente ritardati delle famiglie Sawyer, Slaughter, Hewitt dei molti film della saga Non aprite quella porta (complessivamente otto film) sono funzionali all’equivoco istituzionale: per il quale Leatherface, pur ricalcato sulle vicende di Ed Gein, uccide esattamente per i soliti motivi, perché convinto di essere minacciato dall’esterno, dall’irruzione dei normali, nel tentativo di “proteggere” la propria casa e la propria famiglia.

Questo, allora, per dire che quello del “freak” è un concetto ideologico ed orientato, frutto dello sguardo che lo investe. Quindi stereotipico, nominalistico e mutevole nel tempo, a seconda del regime culturale che lo produce, della temperie che lo celebra in racconto.

Si potrebbe dire “F for Freak” (citando F for Freaks di Sabine Ehrl del 2019 e ripensando a Orson Welles, invece): la effe a citare l’essenza dello spettacolo cinematografico, del film, del racconto e della reinterpretazione della realtà. Non più o solamente il fake, non solo il falso di wellesiana memoria, fondamento dell’opera audiovisiva al cinema, ma anche l’eccedente, lo strano, l’umbratile psicoanalitico e il discostatosi dalla normalità, magari nei termini dell’orrida possibilità, del fuori scala, del mutato, del deprivato, dell’inedito e dell’imprevisto, o dello spaventoso: ovvero, dell’abnorme creativo/industriale che il film e il racconto per audiovisivo rappresentano, accolgono e veicolano, manchevoli implicitamente proprio in quanto immagini, suono, film, della materia che ritraggono o trasducono, a cui tendono.

Realtà che sono deformate, opposte: come in The Devil’s Rejects (2005) di Rob Zombie, film di rispecchiamento diabolico che mette in scena il linguaggio stesso, le estetiche della violenza e della nostalgia di cui scriveva Franco La Polla, assieme alla nostra stessa propensione anarcoide, ove la scena conclusiva del film di Zombie sembrerebbe rappresentare la mitizzazione crepuscolare e americana più classica, quasi peckinpahiana e al ralenti – stile Mucchio selvaggio – dello slancio finale, del volo del free bird alla ricerca della impossibile libertà. Nell’identificazione spettatoriale con gli assassini brutali della storia (https://www.youtube.com/watch?v=XooEpeaL5Fo) animati dall’inesausta ribellione al Creato e alle sue leggi, annientati infine nel martirio.

Hop Frog, Frankenstein, John Merrick, Sweeney Todd, Calibano, Pinguino, Gollum mi sembrano, di volta in volta, la narrazione della realtà alternativa alla realtà, i corpi-cosa d’irrespingibile vicinanza e netta separazione da noi, d’inestinguibile violenza subita e impartita. Sono i personaggi del più formidabile innesco narrativo, le icone, i simboli e gli indici della nostra “paura” attraverso i quali incanalare ed esorcizzare la nostra fragilità, ribadire e riconoscere il nostro coraggio, le nostre ossessioni e le viltà, nei quali proiettare la nostra necessità di giustizia e amore. Questo indipendentemente dalle mitopoiesi convocate.

Cioè, sono figure di forza inusitata, il cinema stesso del limite, la spettacolarizzazione della sua tecnica mimetica e narrativa, ma ben al di là delle fattezze del corpo che li e ci trattiene: la veridizione ultima, estrema, nell’incarnata rappresentazione tragica, abissale dell’uomo. Freak è il segno della sconfitta e rivolta, del nostro anelito insoddisfatto, mai domo alla giustizia e, definitivamente, un concetto ascritto alle nostalgie, culturalmente obsoleto ma ancora assai vivace.

Senza categoria

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: