NORMALE O DEVIATO? NIETZSCHE CRISTIANO? IL RELATIVISMO COME FORMA DI CONOSCENZA DEL REALE

5161352252_468ffc15e3_bLUCREZIA ROMUSSI

Normale o patologico? Indottrinato o deviato? Salubrità mentale o pazzia? Rigore o sovversione? Regola o infrazione? Nietzsche cristiano? Domande senza risposta, quesiti enigmatici, riflessioni contorte, ma una sola certezza: la menzogna della verità. Gli esseri umani seguono i canoni perché canonici, apprezzano la normalità in quanto normativa, difendono i pensieri della massa poiché massificatori, credono nell’unione per l’unificazione di pensiero e disdegnano l’ecclettismo cerebrale contro una scoperta soggettiva della propria soggettività, in nome di un principio sovrano: il normale, creato come strumento indottrinato, perché la dottrina produce stabilità, ma è essa stessa fonte di incertezza, in quanto derivata da un canone personale, si nega, dunque, a favore dell’uniformità la soggettività, un’uniformità generata dalla stessa soggettività. Allora, chi è deviato e chi indottrinato? Ognuno può essere ambedue, dipende dal criterio personale che definisce tali asserzioni, nulla di più relativo, nulla di più reale.

Nel medioevo alcuni momenti contrastanti dominano impregnano la vita dell’individuo, la quotidianità e la festa, il dovere e il piacere, la forma e la sostanza, la regola e l’infrazione. Durante, il consueto proseguire degli eventi, le persone rispettano canoni e formalismi. I poveri si spostano dall’altro lato della strada quando incontrano un ricco signore di rosso vestito, i gentiluomini fanno il baciamano alle nobildonne. Ogni classe, ogni certo, ogni professione si riconosce all’abito, come del resto, i grandi signori non si muovono mai senza sfoggiare armi e livree che incutono rispetto e suscitano invidia. L’amministrazione della giustizia, la vendita di mercanzie, le nozze e i funerali, tutto si annunzia con cortei, grida, lamenti e musica. L’innamorato porta i colori della sua donna, i membri d’una confraternita l’emblema di essa, la fazione i colori e il blasone del signore d’appartenenza. L’etichetta regna sovrana, quello stile inconfondibile e incontrovertibile tipico medioevale di rigore e norma vige su tutto, contro dignità e rispetto soprattutto dell’umile, ma ecco che durante la festa, il carnevale innanzitutto, l’insieme di ferree regole viene completamente capovolto, il nobile diventa schiavo, la cerimonia di iniziazione di un nuovo priore è inaugurata con lo sterco, ogni prassi, ogni canone è completamente sovvertito, non esistono dogmi, doveri e divieti, sussiste il soggetto libero e indipendente, dietro la maschera della festa si cela la piena soggettività, con un linguaggio volgare si lotta contro il formalismo, diventa formale l’informale, usuale l’inusuale, durante questo breve lasso temporale, la volontà di potenza dell’individuo conosce forma. Quasi tutte le feste religiose hanno un aspetto comico, popolare e buffonesco, consacrato dalla tradizione. Le ‘’feste del tempio’’, per esempio, di solito sono accompagnate da fiere, con un apparato ricco e vario di divertimenti pubblici, in cui compaiono giganti, nani, mostri, bestie.

Il riso accompagna anche le cerimonie e i riti civili della vita di ogni giorno: buffoni, e stolti partecipano, parodiando i diversi momenti del cerimoniale serio, insomma, non esiste nessuna festa senza che compaiano elementi dell’organizzazione comica, come l’elezione, durante il periodo giocoso, di re e regine per burla. Tali forme di spettacoli e avvenimenti comici sono diffusi in tutti i paesi d’Europa, rivelano un aspetto completamente diverso e opposto del mondo, sembrano aver edificato accanto al mondo ufficiale rigoroso e canonico un ‘’pianeta parallelo’’, in cui partecipano in misura più o meno ampia, tutti gli uomini e le donne del medioevo.  Fenomeno questo che ha creato un particolare dualismo del mondo; non sarebbe possibile valutare la storia della terra in maniera idonea senza soffermarsi su tale atteggiamento dionisiaco di massa. Il principio comico organizzatore di riti carnevaleschi libera dal dogmatismo religioso o ecclesiastico, dal misticismo, dalla pietà. Il carnevale non conosce distinzioni fra attori e spettatori, nemmeno tribuna e palcoscenico, tutto è permesso, nel teatro della vita. Non esistono spazio e tempo ma solo gioia e divertimento all’insegna di un rinnovamento universale pronto all’eterno scorrere, al continuo flusso vitale che tutto rinnova e percepisce la vita quale continuo mutamento volto alla trasformazione individuale e al progresso sociale e universale. Dunque, le tradizioni dei saturanali non si sono interrotte e sono rimaste in voga nel carnevale medioevale, incarnazione maggiormente piena e pura, rispetto alle altre feste dell’epoca di questa idea di rinnovamento universale.

Il prodromo di tale comportamento? Il francescanesimo. San Francesco dice: ‘’Lodato sii mio Signore, per sorella acqua, la quale è molto utile e umile, preziosa e pura…Lodato sii mio Signore per la nostra sorella morte corporale, dalla quale nessun essere umano può scappare, guai a quelli che moriranno mentre sono in peccato mortale.’’ Si rivolge alle creature con il ‘’tu’’ personale, dissacra le convenzioni, strappa il rigore formale, vede il particolare e non l’universale, si focalizza sul soggetto e non sull’oggetto, il protagonista è l’individuo nella sua fragilità, ma anche nella sua estrema libertà. Dal cristianesimo, da un Dio fattosi uomo, sceso sulla terra non per ottenere sacrifici e olocausti, ma è Lui stesso a celebrarsi in qualità di olocausto, Gesù che guarisce di sabato, sovverte l’ordine gerarchico fariseo e tra legge e amore  sceglie l’amore, Gesù vero sovversivo difensore del soggetto, creatore della volontà di potenza, una volontà di potenza che, al contrario di Nietzsche, si esplica non come eroismo ed esagerazione bensì con umiltà e fratellanza, solo con l’amore  verso l’altro l’individuo è potente e formato, l’individuo è veramente tale.

Dunque, è lampante che sul piano ontologico, pensiero nicciano e cristianesimo presentino gli stessi connotati se pur con diverse esplicitazioni, da una parte l’eroismo e l’innalzamento, dall’altra l’umiltà e l’abbassamento, i rami sono differenti ma la solida corteccia è la medesima, da un lato assiologico differiscono, se pur con un unico minimo comune denominatore. Nietzsche consiglia di liberarsi dall’ apollineo, rigoroso, statico e formale, a favore del travolgente dionisiaco. L’individuo ha il coraggio di affrontare la vita senza il bisogno di postulare valori, quali il senso finale e la redenzione: è la persona, insomma, capace di vivere e agire assumendosi la responsabilità del fine ultimo, senza dover fare appello a un al di là, ovvero a una trascendenza, che riscatti l’al di qua, l’immanenza, dalla sua contingenza e dalla sua finitezza. Per un tale individuo il tempo non è più pensabile come un percorso orientato teleologicamente al raggiungimento di uno scopo capace di dare un senso definitivo al suo cammino terreno. Così, in Socrate e in Cristo i due difensori di una fede incondizionata nella verità e nell’ideale ascetico, Nietzsche costruisce i suoi grandi avversari, che negano i valori estetici e di conseguenza condannano la sfera della corporeità, in nome del ruolo dominante attribuito al logos, al sovrasensibile. Al contrario, secondo il filosofo, solo l’arte, “santificando” proprio la menzogna, ossia la volontà di “ingannare” e di “illudere”, valorizzando cioè la dimensione dell’apparenza, dell’autonomia estetica, ha la capacità di sfuggire a quel mondo finto, costruito dalla scienza e dalla morale, che pure pretende di porsi come l’unico mondo autentico, come l’unica possibile espressione del vero. L’arte è il mezzo per giungere alla manifestazione della realtà, rendendola visibile proprio nella sua insensatezza, proprio nel suo sottrarsi a qualunque tentativo di metterla totalmente in forma, ciò accade perché il reale, attraverso l’immagine artistica, è in grado di mostrare sé stesso, senza poter essere tradotto cioè in termini logico-concettuali.

Nella ‘’Nascita della tragedia’’, Nietzsche indica con grande chiarezza il luogo di reciproca appartenenza e fusione fra apollineo e dionisiaco, è l’impulso, l’istinto, la natura. Prima di tutto l’apollineo è un impulso, un istinto vitale e naturale, un atto fisiologico, è l’irrazionale, il magmatico, il caos, come il carnevale medioevale, il dionisiaco è proprio della physis, la meravigliosa vita della natura, che non ha nulla in comune con regole e dogmatismi bensì ha a che fare con la più ampia libertà istintuale come ricorda Nietzsche stesso. «Sulle loro due divinità artistiche, Apollo e Dioniso, è fondata la nostra teoria che nel mondo greco esiste un enorme contrasto, enorme per l’origine e per il fine, tra l’arte figurativa, quella di Apollo, e l’arte non figurativa della musica, che è propriamente quella di Dioniso. I due istinti, tanto diversi tra loro, vanno l’uno accanto all’altro, per lo più in aperta discordia, ma pure eccitandosi reciprocamente a nuovi parti sempre più gagliardi, al fine di trasmettere e perpetuare lo spirito di quel contrasto, che la comune parola «arte» risolve solo in apparenza». Lo spirito apollineo è il tentativo di cogliere la realtà tramite costruzioni mentali ordinate e dogmatiche negando il caos che è proprio della concretezza senza considerare l’essenziale dinamismo della vita. Lo spirito apollineo è la componente razionale e razionalizzante dell’individuo.  L’individuo nell’arte e nella vita vive in un sogno, di modo che in contrapposizione alla realtà «la vita diviene tollerabile e meritevole di essere vissuta». Il dolore si libera nel sogno, col sopraggiungere dello spirito dionisiaco permettendo alle persone di vivere intensamente la natura e i rapporti intersociali.

È spettacolare, il modo in cui due elementi così opposti e contrastanti, abbiano il medesimo fondamento, un unico obbiettivo: liberare l’individuo dalla forma per esaltare la sostanza, una sostanza che sta nel soggettivo e nel particolare, nel dettaglio, nella differenza, una sostanza che crea la persona in quanto tale, priva di conformismo e staticità, che libera il singolo e offre a lui medesimo una potenza, da una parte eroica dall’altra umile, ma sempre di potenza individuale si tratta.

Dunque, Dionisio, un dio pagano, misterioso, colpevole di hybris, dalla multiforme natura maschile e femminile, animalesca e divina, tragica e comica, ha un collegamento profondo con Gesù, Dio umile, fattosi uomo, morente per mano di chi Lui stesso ha creato, anticonformista, amorevole e compassionevole, e così, forse Eraclito ha veramente compreso l’ordine del mondo perché ‘’Ciò che si oppone conviene, e dalle cose che differiscono si genera l’armonia più bella, e tutte le cose nascono secondo gara e contesa’’.

Quindi Nietzsche è cristiano? Il suo inconscio suggerisce ciò? Maurice Clavel risponderebbe affermativamente, Clavel si incuriosisce per una frase di Nietzsche, in cui afferma di essere oppresso a causa del “dovere” che gli è imposto. “Se questo dovere, che gli è stato imposto, fosse la sua opera stessa, e fosse imposto perché contrario al suo cuore profondo, molto profondo?”. La follia di Nietzsche sarebbe il segno della resistenza che, dal fondo della sua anima, oppone, tra sofferenze e lacerazioni indicibili, alle sue teorie, ai suoi libri. La sua agonia è segno del conflitto interiore di cui è prigioniero, tra ciò che gli urge nel cuore e l’ambizione, di dominare l’angoscia infernale del mondo. “Si dice l’Anticristo? Lo è. Se ne fa un dovere? Certamente. Ma questo dovere, questo ruolo, questo destino si esercitano contro il fondo di sé stesso, e l’opprimono. Quale fondo? Dio, il suo amore, la sua immensa bontà, quella di Dio e la sua propria, senza dubbio”.

Forse nemmeno Nietzsche stesso avrebbe saputo rispondere a tale astrusa domanda. Insomma, nella contraddizione si cela il relativismo, l’unica verità di questo mondo, dunque, normalità, forma, rigore, sono create per essere contraddette.

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