ROCKY DOVEVA MORIRE: DAL SEQUEL AL FREAK

4840073885_440959be8f_bSTEFANO SIMOLA

Azzardare un binomio quale “Charles Chaplin e Sylvester Stallone” è una mossa che farebbe inorridire le intenzioni anche dei più audaci cinefili. Ma tra le due storie si scorge una qualche analogia se non una serie infinita di perfide comparazioni.

Il caso Chaplin: una volta dato vita all’omino con i baffetti, questo alter ego d’artista è diventato la maschera che ha animato quasi ottanta pellicole fino a quando lo stesso Chaplin, vuoi per l’età, vuoi per l’arrivo del sonoro e i tempi moderni che spazzavano via il passato, decide che è ora di morire. E tra tutte le morti sceglierà proprio lo scontro titanico con un altro omino con i baffetti che ai tempi infiammava le piazze della Germania: Adolf Hitler

Il Grande Dittatore (1940) sarà uno dei più grandi successi del cineasta britannico, è la trasposizione cinematografica di Davide contro Golia, è il sogno che muore per qualcosa. Perché, se escludiamo la titina di Tempi Moderni, questo è il primo film in cui il vagabondo di Charlot parla davvero agli uomini. Dopo questo lungometraggio non troveremo più il vagabondo a farci compagnia, sarà più l’uomo/l’artista a portarci dentro i suoi pensieri con Monsieur Verdoux (1947), l’autobiografico Luci della Ribalta (1952), Un Re a New York (1957) e l’ormai fuori dal tempo La Contessa di Honk Kong (1967).

Il delitto comunque è compiuto, Chaplin ha ucciso per sempre il personaggio che lo ha reso famoso in tutto il mondo. E ha fatto bene.

Il caso Stallone: Se Chaplin/Charlot affronta la morte e da questa ne esce artisticamente rafforzato; Stallone/Rocky invece, ancora ai giorni nostri scappa. Al contrario dell’arcinoto Rocky Balboa che mai si è tirato indietro di fronte ad un avversario, lo Stallone italiano (l’attore stavolta) fa il contrario: gira intorno al ring, si fa mettere costantemente alle corde e stavolta davvero non riesce a vincere.

Nel 1976 Sylvester Stallone si trovava anni luce di distanza dalla fama odierna e le poche comparsate fatte qua e là non pagavano ambizioni più alte. È a questo punto della sua carriera che Stallone ha quella che gli psicologi chiamerebbero un insight, un’intuizione fulminante: raccontare la storia di un pugile sfigato a cui viene offerta un occasione d’oro: combattere per il titolo mondiale dei pesi massimi contro il campione in carica Apollo Creed, impersonato dall’attore Carl Weathers. A detta dello stesso Stallone la sceneggiatura viene redatta in pochissimo tempo e proposta poi alle case di produzione che fiutano il colpaccio ma non vogliono Stallone nei panni del protagonista. Stallone terrà duro, in fondo il personaggio è cucito a pennello su di lui che possiede il physique du rôle perfetto per impersonare il pugile. Alla fine riuscirà a spuntarla e porterà sul grande schermo la sua creatura.

Il successo sarà planetario e fisserà nell’immaginario collettivo una delle storie più belle mai raccontate, indipendentemente dall’interesse che si possa nutrire nei confronti del mondo della boxe. Perché il caso in questione non racconta del pugilato e la veste action movie serve principalmente per sviscerare il lavorio di nodi esistenziali: la sconfitta, la solitudine, la forza della volontà, il vuoto che attanaglia l’uomo (memorabile la sequenza in cui Rocky spiega a Paulie l’amore per la sorella Adriana perché entrambi hanno vuoti da riempire).

Il film vincerà tre premi oscar: miglior film, migliore montaggio, migliore regia. Stallone è l’unico, dopo Chaplin e Orson Welles, a ricevere la nomination sia come attore che come sceneggiatore.  Guadagnerà 225 milioni di dollari rispetto al solo milione impiegato per la realizzazione.

L’eterno ritorno del dis-eguale: Ed è qui che cambia tutto, il ferro è caldo e Stallone ne approfitta, gira un primo sequel, poi un secondo, un terzo sino ad arrivare al triste epilogo di un continuum che a oggi conta 13 capitoli aggiuntivi. I film sembrano reggere il confronto con il botteghino nell’ottica del profitto immediato ma spogliati totalmente di qualsiasi senso o ambizione creativa.

Ma qual è il perché di tutto questo? Se ovviamente una parte l’assume l’esigenza del portafoglio che non poteva sfuggire a un ghiottissimo futuro, l’altra ragione la si trova nella paura, e proprio quella più antica della morte. Perché un secondo capitolo in cui le cose vanno diversamente e sì, stavolta si vince, poteva anche superare la critica, ma innescare un processo ad infinituum tra avversari pittoreschi (vedi il caso del Mister T in trasferta dall’A-Team o il Dolph Lundgren gigante anabolizzato russo) e storie che a fatica si reggono in piedi è un cazzotto in pieno stomaco all’arte.

Un po’ come succede nel ring dove cede chi arretra di fronte all’avversario, Stallone preferisce stare al caldo delle nuove coperte invece di cimentarsi su altre sfide che potrebbero però rivelargli un’altra sconfitta.

È vero che Chaplin è rimasto dentro ai panni di Charlot per quasi trentanni ma nelle sue comiche è possibile scorgere i frutti di una maturazione artistica che sembrava non avere fine: le storie crescevano di spessore, le tematiche trattate passavano dal semplice escamotage comico alla critica sociale più feroce (Tempi Moderni, 1936) fino alla denuncia contro gli scempi dell’Olocausto hitleriano. Poi lo scontro, la nemesi e gli ultimi colpi di coda di un grande artista.

Stallone non è Chaplin, e qualsiasi paragone, anche quello sul presente articolo, fa stridere forte i denti. Sly trova l’idea per una storia che a pieno titolo si inserisce come un capolavoro della cultura pop ma poi si rifiuta di crescere insieme ad essa e ancor più di invecchiare abbracciando anzitempo uno tra i motti più in voga dell’oggi “l’età è solo un numero”, l’impossibile è nulla, il mio sarà un eterno ritorno del diseguale. Perché anche all’interno della finzione filmica Rocky non può interpretare sempre lo stesso ma avrebbe dovuto, per forza di cose, evolversi o addirittura involversi, necessariamente mutare. Non a caso, tra tutti i sequel della serie, quello che sembra avere qualcosa in più da dire è proprio il quinto (1990) in cui ad andare in scena è il tramonto di un’era con il nuovo che avanza nei panni dell’esplosivo Tommy Gun. Forse il Rocky/Stallone ha avuto semplicemente paura di invecchiare così come capita di sovente a tutti noi che vorremmo rivivere per tutta la vita i momenti di quando eravamo giovani e tutto aveva un gusto diverso. Ma in questo modo oltre a morire l’uomo muore l’artisticità in favore di un altro plauso collettivo ma stavolta di breve durata. È l’esasperazione del fenomeno sequel, del prequel, del remake, della formula im-perfetta che viene ripetuta a iosa per bissare gli incassi e provare il brivido dell’ovazione collettiva.

Stessa musica toccherà alle vicende di Rambo (1982): buona la prima tutto il resto è noia. Tra slanci patriottici didascalici quanto inutili e secolari battaglie tra l’occidente progressista americano e l’oriente russo barbarico si perde il senso di tutto questo. E a settantacinque anni l’implacabile Stallone continua a sfornare episodi dell’uno e dell’altro eroe come fossero ormai le uniche chiavi d’autore in cui riesce a creare qualcosa.

Insomma, un eterno ritorno del diseguale. Ma nessuno torna a essere lo stesso dopo che la vita gli passa attraverso.

Per quanta simpatia possa fare il personaggio di Rocky se non lo stesso Stallone, in un impeto di mostruosa indulgenza gli si potrebbe anche far passare tutto il polpettone rifilatoci fino all’alba degli anni novanta ma poi sarebbe stato fantastico, se non epico, vedere sul grande schermo un altro film vero. Magari, per volere andare sul pornografico spinto sarebbe stato grandioso mettere in scena l’epopea di un vecchio, qualcosa in salsa hemingwayana stile il vecchio e il mare. Forse anche questo sarebbe stato l’ennesimo blockbuster hollywoodiano ad andare in scena ma almeno ci avresti provato Rocky.

Keep the punch!

CINEMA ENDOXA - BIMESTRALE

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